Jens Lekman + Chris Cohen @ Circolo degli Artisti [Roma, 5/Dicembre/2012]

810

Cinque anni per completare il terzo disco, sette per tornare in Italia, mezz’ora per annoiare. I conti in tasca a Jens Lekman, 31enne artista di semiculto di Goteborg, cantautore garbato e gentile, tornato in tutta la sua malinconica timidezza con ‘I Know What Love Isn’t’ seguito dell’anticipo corto del 2011 ‘An Argument With Myself’. Serata tagliente, il freddo punge e l’aria da nevischio ai confini tiene evidentemente lontano il grande pubblico, strade deserte, rumori in sottofondo, riflessi d’un calpestio solitario. Ad aprire l’evento confidenziale è stato destinato Chris Cohen, un californiano giraband tuttofare, che per la sua avventura solista si è giustamente ritirato con residenza in Vermont. L’ispirazione in questi casi è tutto. Ma Cohen fortunatamente non è Bon Iver (artista sopravvalutato alla radice e ormai definitivamente perduto nella severa connotazione mainstream) e con il suo gruppo tenta di riproporre con naturalezza la discreta bontà di un album – ‘Overgrown Path’ – su cui la Captured Tracks ha puntato molto assieme al furbo Mac DeMarco, tanto da arrivare a paragonarlo a mostri sacri come Robert Wyatt, Mayo Thompson, Syd Barrett e Jerry Garcia (preferiamo non commentare). Abbiam detto “tenta” perchè l’attitudine da club snob over 30 non rende giustizia alle composizioni che sarebbero anche pregevoli (almeno una parte). Piacciono sicuramente quei brani più ritmici (Cohen suona la batteria), più fuori le righe rispetto ad un folk da camera che ha già detto davvero tutto.

Dopo qualche minuto d’attesa Jens Lekman appare sul palco suppportato da bassista, violinista, pianista e batterista. Con la sua chitarra ascellare e quel cappellino da picchiatello ricorda il timido Dick di “Altà Fedeltà” (l’attore Todd Louiso), un sorriso e parte il singolo ‘Become Someone Else’s’ accolto con educata ammirazione dal pubblico composto da molti giuggioloni che presto diventeranno dottori di qualcosa. Lekman comincia a parlare, lunghi monologhi a spiegare quasi tutta la genesi delle sue canzoni, irritante logorrea che non crea la giusta atmosfera per un repertorio altrimenti levigato, armonico, coinvolgente perchè no. La bravura è indubbia, l’affiatamento con i suoi musicanti anche, ma ancora voglia d’introduzione (per la bellissima ‘Golden Key’) che alla lunga sfianca e induce a cambiare posizione d’ascolto. Arretro. Il flavour della Scozia indie pop degli anni ’90, la lezione elliottsmithsiana, l’irlanda verde e metempsicotica di Neil Hannon, il passato sottostimato di un gigante come Harry Nilsson, sono tutte caratteristiche somatiche che si manifestano man mano che il concerto avanza verso il cuore, verso il cardine, ovverosia il clou. Ma un centro nevralgico questa esibizione non l’avrà mai. Davvero troppa gentilezza, troppa galanteria, troppa finezza. Lekman sembra non voler scrollarsi di dosso la “maschera” che agli esordi lo aveva portato a farsi chiamare Rocky Dennis, come l’indimenticato personaggio (reale) interpretato da Eric Stoltz in “Mask” e diretto dal maestro Peter Bogdanovich. Un peccato. Di svedese all’uscita rimane così solo il seducente freddo.

Emanuele Tamagnini