Jenny Hval @ Locanda Atlantide [Roma, 21/Ottobre/2011]

598

O una precisione elvetica in area concertistica romana mi ha sorpreso alle spalle come il vento freddo di venerdì sera, oppure questo concerto è durato realmente troppo poco. Ora, l’esperienza mi dice che 21:30 orario apertura non essere uguale a orario inizio concerto, ma nel caso non fosse più così, mi piace credere in questa sensata inversione di tendenza. Arrivo cristallizzata alla location “di scorta” alle 22:20 circa e trovo Jenny Hval già sul palco, mi scelgo un punto centrato nel vuoto della sala, ingombrata solo perimetralmente da interessati, vecchie spugne, amici di merenda e piccioncini e mi lascio condurre in qualche luogo magico. La minuta norvegese dal caschetto perfetto inizia con ‘Golden Locks’ o meglio, ho avuto l’impressione che il concerto iniziasse proprio in quel momento. Interessàti: confermate? Brano tra i più lucenti del nuovo album ‘Viscera’, sarei già in qualche piccolo e ameno microcosmo acquatico se non fosse per il chiacchiericcio che mi riporta su questa scomoda terrestrità, non senza un certo prurito. Jenny Havl ha un voce squillante, eppure così dolce e childish, ma priva di stucchevoli forzature. Compie giochi vocali di intarsi tra fibrature irregolari, piccole eco e vibrazioni strumentali, accenti vocali più o meno ampi e linee continue in un registro più scuro. Ogni brano è pieno, interamente costellato da piccoli suoni così come da più possenti percussioni, in un dialogo di assoluta armonia. L’acustica è però uno strazio per le mie orecchie e un ostacolo alla trasparenza e alla pulizia della performance. Quando è il momento di ‘Portrait of the Young Girl as an Artist’, Jenny si spiega in tutta la sua sensibilità artistica e, passatemi il termine, agonismo vocale; da una prima parte quasi interamente parlata, il brano si trasforma in una perturbazione di chitarra battente, basso tellurico, batteria scalciante e voce trasportante. E’ poi il momento di uno dei brani più noti del precedente lavoro ‘Medea’, quando ancora Jenny era Rockettothesky, e quindi ‘Grizzly Bear’, quasi più estasiante dal vivo. Un altro paio di brani dall’ultimo lavoro e via, si dissolve come la spuma di un’onda. I (we) want more, ma non c’è spazio e tempo per un semplice bis, il palco è già occupato da un altro gruppo, gli spettattori ora sono perfino tanti. Me ne vado dopo un’acqua tonica, apprezzamenti condivisi e un certo acido disappunto, oltre che con la manica del golfino timbrata perché scambiata per pelle. Certamente da rivedere, spero io, magari in una piccola nicchia in legno di ciliegio nel cuore di una foresta di latifoglie. Capisco l’impegno e le difficoltà di allestire un concerto fuori programma, ma non era il posto giusto. Mi chiedo poi come gran parte della gente nella sala adiacente non sia stata richiamata naturalmente da questo piccolo spettacolo. Certamente una delle più luminose rappresentanti del panorama scandinavo, a real rocket-to-the-sky.

Marianna Notarangelo

1 COMMENT

  1. Giusto una nota, la location “di scorta” in realtà aveva contattato la Hval a fine agosto. Alle volte le cose sono un po’ più complesse di come appaiono…
    😉

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here