Jennifer Gentle @ Spazio 211 [Torino, 19/Gennaio/2008]

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Sarebbero iniziate le selezioni per il concorso “Pagella (non solo) rock” che chiamano a raccolta tutta la scena sottodiciotto del Piemontese, ma giacchè nei cuori sensibili l’humana pietade prevale sui freddi doveri di cronaca, mi risparmierei dal parlare dei debuttanti My Shining Moon e Brake Out, archiviando quello dei primi come noise inconsapevole e come punkpoppanti i secondi, e più non dimandate. Si stenda il proverbiale pietoso velo per rialzarlo soltanto all’arrivo di Jennifer, la Gentile che piace anche a Seattle e non è nemmeno difficile capirne la ragione. Un armamentario di strumenti d’antan, chitarre e pedaliere risalenti ai mitici settanta, la permanente caschettata e la postura della chitarra di Marco Fasolo dicono tutto sull’epoca e i riferimenti: ecco a voi come sarebbe suonato il bitt dei ’60 se avesse avuto in testa e in cuore la consapevolezza del prog o le complessità di certa psichedelia a venire. Quella semihit undeground di ‘I Do Dream You’ è posizionata fra i primi colpi accanto a ‘I Am You Are’, quasi a volersi levare subito il piacevole “fastidio” delle filastrocche pop squinternate, chè il cuore dello spettacolo sarà ben altro: la suite fiabesca di ‘The Ferryman’ ad esempio dove i Jennifer Gentle si lanciano alla caccia di un qualche diavolaccio sortito da un libro di favole, precisissimi nel pedinamento. La menzione d’onore qui va di diritto alle percussioni, e in particolare alla persona di Paolo Mongardi (lo spettacolare batterista al metronomo che ha di recente preso il posto del fondatore Gastaldello) ma anche al tastierista Mos che, quando non è già impegnato a schiaffeggiare i suoi barattoli, continua comunque a battere sui tasti della povera pianola. L’intero complesso è, ad ogni modo, coinvolto in un gran gioco ad incastro dov’è particolarmente divertente seguire il percorso di ogni singola linea strumentale che incrocerà le strade delle altre in un punto preciso per poi allontanarsene di nuovo: il suono è costruito con la perizia geometrica e gli equilibri di un castello di carte e, proprio come un castello di carte, viene sbattuto a terra con un solo soffio dai toni che si alzano e dalle chitarre che escono dai percorsi prestabiliti per deflagrare in quell’inferno di ultrasuoni, in cui fatalmente riemerge lo spirito dell’immancabile Syd. Decisamente una delle più interessanti realtà dell’Italia dal vivo.

Simone Dotto

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