Jennifer Gentle feat. Verdena @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Dicembre/2012]

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Cosa c’è di meglio per esorcizzare la “magia” natalizia, così pericolosamente incline alla retorica e al consumismo spinto, se non una serata all’insegna della psichedelia pura? Se il mefistofelico mantra devo-fa’-i-regali non vi lascia dormire, se l’indeterminatezza dei vostri necessari e inevitabili piani per il capodanno vi macera e vi strazia, stasera è la volta buona per immergere i cattivi pensieri in un mare di delirante surrealismo sonico, senza dimenticare l’accompagnamento di un gradito condimento alcolico, vino o birra che sia.

Nonostante le partenze pre-festive e contro il tormentone maya, in questa serata fredda ma non troppo c’è non poca gente al Circolo. Ad aprire le danze ci sono gli Emerald Leaves, con un disco in uscita nel prossimo anno. Un trio, ma stavolta siamo lontani dal classico power-trio rock-blues. Piuttosto, siamo al cospetto di un gruppo che fa del loop, del tappeto ritmico ipnotico e reiterato la base dalla quale partire per lasciare poi spazio a partiture meno rigide, affidate per lo più alla chitarra (a volume bassissimo, al principio). Il basso, poche note profonde e ben assestate, giusto per rinforzare i tempi dettati da una batteria marziale. Lì per lì interessanti, anche se è un tipo di ripetitività che, alla lunga, inizia a pesare sulle gambe. Oltretutto, li ho trovati ancora un po’ acerbi dal vivo. Ma le idee non sembrano mancargli: tempo al tempo, quindi.

Alla spicciolata e dopo un rapido cambio palco, salgono i quattro protagonisti della serata. Marco Fasolo ha una maglia verde folletto e una chitarra bellissima, che presumo vintage (ma sinceramente non ne capisco molto); al suo fianco, Liviano Mos, ossia la copia sputata di un giovane Don Van Vliet, alle tastiere e synth. Infine, Luca e Alberto Ferrari (quest’ultimo per lo più al basso) dei Verdena, che ricevono prevedibilmente l’accoglienza più calorosa. Devo ammettere che i Jennifer Gentle li conoscevo pochissimo prima di questa serata. Negli anni, si sono conquistati il titolo di alfieri della psichedelia made in Italy, appellativo più che azzeccato, direi, e non mi serve molto tempo per rendermene conto: d’altronde, la scaletta è quasi esclusivamente all’insegna dei pezzi della band di ‘Valende’. A dettare legge, sono quindi sequenze di accordi e svisature sbilenchi, aperture spiazzanti, cambi di ritmo e armonia da denuncia, il tutto al netto di suoni acidissimi e attrezzatura rigorosamente vintage. Con quella voce, Fasolo era predestinato a diventare paladino di questo genere, con l’inevitabile e imprescindibile stella di Syd Barrett a mostrargli la strada. La mano di Luca Ferrari si fa ben sentire, e dona all’insieme una ruvidezza e un impeto inediti, mentre Alberto suona giri semplici ed efficaci, grazie al particolare suono del bel basso Gibson, dando una mano coi cori. I due Verdena lasciano spazio e visibilità ai due colleghi, ma non stupisce la reazione del pubblico al momento dell’esecuzione dell’unico pezzo della band bergamasca, ‘Canos’, non a caso uno dei più onirici. Ma il momento topico della serata coincide probabilmente con il penultimo brano in scaletta. Al termine della parte canonica del brano, se vogliamo dire così, ha inizio una lunga e delirante coda, un tripudio di effetti e di suoni ad altissima frequenza, di farfugliamenti vari e casuali nei microfoni, con l’ovvio risultato di una scarica interminabile di feedback. A un certo punto, Fasolo si sdraia, scompare dalla vista e per lungo tempo rimane a terra, manifestandosi con smanettamenti e cazzeggi disparati con valvole ed effetti. La deriva anarchica ha termine quando Luca Ferrari decide di darci un taglio e smette di pestare crudelmente le pelli. Il necessario contraltare al baccanale non può che essere la stralunata ed esile ballata che chiude il set, curiosamente senza alcun bis finale, cosa più unica che rara. Bravi tutti, con Fasolo nella parte del leone.

Eugenio Zazzara