Jeff Buckley, in loving memory.

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“…Kiss me, please kiss me, but kiss me out of desire, babe, and not consolation Oh, you know it makes me so angry ‘cause I know that in time. I’ll only make you cry, this is our last goodbye”. Una giornata calda. Di quel sole opprimente che annebbia i sensi e rilassa le forze. Probabilmente il 29 maggio di 20 anni fa Jeff Buckley aveva deciso che quella luce sarebbe stata l’ultima. L’ultima da assorbire. L’ultima da consumare. Il 29 maggio di 20 anni fa alle 21.15 Jeffrey Scott Buckley spariva per sempre, inghiottito dalle spire del Wolf River. Sarebbe stato ritrovato solo cinque giorni dopo. Avvistato da un turista in gita su un battello. Uno di quelli che viaggiano fino alla confluenza con il Mississippi. Memphis non sarebbe stata più la stessa. Quel bellissimo, tenebroso ragazzo californiano di Anaheim è ormai trasfigurato in angelo. Non c’è altra definizione. E non la vogliamo trovare.

Jeffrey aveva scelto il 91 North Rembert della città del Tennessee per ristorare la sua anima tormentata. Per cercare pace dalle pressioni del dopo debutto: ‘Grace’. “Uno dei dischi più significativi e commoventi degli anni ’90”. Un esorcismo del dolore. Un capolavoro assoluto. Straordinario in una decade straordinaria. Jeff non amava si parlasse in pubblico del padre. Aveva tassativamente concordato con la casa discografica di omettere qualsiasi cenno biografico sui comunicati ufficiali. Ma Jeff amava Tim a suo modo, così profondamente. Un amore mai conclamato ma per questo più forte. Quella voce unica era l’eredità paterna, unita a quegli occhi che hanno già visto e deciso tutto. La fine di Jeff fu archiviata come “morte per annegamento senza traccia di ferite”. Un’onda anomala provocata dal passaggio di un vaporetto, da un rimorchiatore. Non era la prima volta che decideva di farsi il bagno con i vestiti. Una giornata afosa a Memphis. Nell’armadio la maglietta con Iggy Pop faceva bella mostra. Sempre. Del resto Jeffrey aveva da poco compiuto trent’anni. Prima di uscire con l’amico Keith Foti (intervistato nel 2006), a bordo di quel pulmino scalcinato, aveva ascoltato con il volume al massimo qualche disco dei Dead Kennedys e dei Flipper. Sensazioni forti. Entrò in acqua dopo aver tirato qualche boccata di Dunhill, canticchiando ‘Whole Lotta Love’, con in tasca 43 chiavi (la sua collezione adorata, si noti la grafica di ‘Grace’) ed un apribottiglia. Appesantito. Quindici minuti. Gli ultimi. La sua influenza sul mondo musicale è stata lenta ma inesorabile come la forza letale di quelle acque melmose. Dichiaratamente scossi da cotanta bellezza possiamo giusto citare i più noti. Thom Yorke, Matt Bellamy (Muse), Bat For Lashes, Ben Folds, Coldplay… e tutta quella schiera di nuovi cantatutori che lo hanno scelto come spirito guida. Non solo. Alla celebrazione che si tenne nell’arco di due giorni (31 luglio e 1 agosto – forma privata e pubblica) presenziarono Elvis Costello, Marianne Faithfull, Katell Keineg… ed il legale di Lou Reed autorizzò la lettura del testo velvettiano di “I’ll Be Your Mirror”. “I’ll be your mirror, reflect what you are, in case you don’t know I’ll be the wind, the rain and the sunset…”. A lui hanno dedicato brani Chris Cornell, Hole, Duncan Sheik, Juliana Hatfield, Aimee Mann, Rufus Wainwright e PJ Harvey con un pezzo rimasto purtroppo inedito.

Venti anni dopo di Jeff Buckley rimane tutto. Intatto come allora. Magico e misterioso come i testi premonitori che non smettono di emozionare e sorprendere. “Resta con me sotto queste onde, stanotte sii libera per una volta in vita tua, stanotte”. Non ho mai pianto per un artista. Per Jeff Buckley si. “…ogni volta che qualcuno dice di amarti, quel ti amo se ne vola via, e dovrai aspettare che venga pronunciato di nuovo”.

Emanuele Tamagnini

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