Japanese New Music Festival @ Sinister Noise Club [Roma, 25/Ottobre/2014]

743

Estate, tempo di mare, tempo di Festivalbar. O almeno una volta lo era, chissà se ancora qualcuno si chiede che fine ha fatto il Festivalbar. Invece, di sicuro da qualche anno autunno è tempo di Giapponerie strambe in musica per chi sappia coglierle, è tempo di Acid Mothers Temple al Sinister Noise (date pure un’occhiata ai report dei concerti del 2012 e 2013), stavolta in occasione della seconda serata del Melt It Festival (qui il resoconto della serata di venerdì). Tuttavia, per non rischiare di banalizzare l’ennesima calata italica del combo più freak del Sol Levante, è giusto squagliare un po’ la band, se non altro in omaggio alle alte temperature fino a un paio di giorni prima del concerto, e rimescolare le carte. Così, dell’incarnazione più nota, AMT & The Meltin’ Paraiso UFO, peraltro da poco orfana di Koji Shimura che ha ceduto le bacchette al più giovane Satoshima Nani, ci sono solo il deus ex machina “speed guru” barba&capelli Makoto Kawabata e il bassista Atsushi Tsuyama, beccati a dormire sui divani del Sinister Noise appena arrivato. A completare il combo, ridotto dunque a trio, è l’occhialuto Tatsuya Yoshida, titolare unico dei Ruins, pure abituale ospite del club di via dei Magazzini Generali, l’ultima meno di un anno fa (report qui), il moniker è Acid Mothers Temple SWF. Come da marchio di fabbrica della grande famiglia trippy nipponica, anche questo progetto ha all’attivo diversi dischi e tour e non neanche è l’unica collaborazione partorita dalle menti dei tre che si produrranno, infatti, in altri sette act nel corso della serata, opportunamente presentati di volta in volta ripetendo “Welcome to Japanese New Music Festival”, un festival nel festival dunque, e introducendo tutte le esibizioni con una buona dose di ironia. Come antipasto e riscaldamento, ognuno di loro si produce in un set solista. Inizia Yoshida con un saggio della sua tentacolare abilità da batterista, tra potenza, disciplina, sostanzialmente un set Ruins Alone proprio come quello di un anno fa, tempi irregolarissimi degni di casa Tzadik, qualche citazione sparsa (perfino un accenno di ‘Money’ dei Pink Floyd) e base noise-prog: la capacità di fermarsi giusto un’attimo prima di rivelarsi stucchevole è encomiabile e gli applausi son meritati. Viceversa la proposta rumor-sperimentale di Kawabata, con chitarra ultraeffettata e volumi da ricovero appena sfiorate le corde, rende vano il tentativo di creare una “dissonambient” utilizzando sul manico della chitarra prima quel che sembra un piccolo gong, poi un archetto da violoncello e una sbarretta metallica. Una violenza ai timpani solo fine a sé stessa e poco altro. Bravo e istrionico invece Tsuyama al basso, non entrerà nella storia dello strumento come mostro sacro ma è veloce e preciso e il gigioneggiare con improbabili vocalizzi, già suo ruolo nel Tempio assieme al collega Tabata, lo rende a pelle più simpatico. La sua esibizione termina con un ‘change!’, i suoi compari salgono sul palco e Kawabata gli passa la chitarra prendendosi il basso, parte la prima esibizione in trio come Psyche Bugyo, un bel momento in bilico tra blues psych sporco e hard rock classico. Affascinante poi il duo Zuffy, con Tsuyama che imbraccia il flauto alternandosi a recitare testi nipponici con l’intensità e la solennità di un monaco shinto mentre sembrano troppo ficcanti a tratti gli interventi di Kawabata, di nuovo alla chitarra. Forse non completamente apprezzabile senza conoscere cultura e ricerca sonora di tale proposta ma di sicuro particolare e inusuale. O forse è, ancora, solo ironia, esplicitata particolarmente nel set totalmente stramboide, nonsense e clownesco del duo Akaten Tsuyama/Yoshida, soprattutto considerando che gli strumenti, con l’ausilio di due piccoli microfoni impugnati dai due, sono nell’ordine due cesoie, due spazzolini messi in bocca, i gargarismi di Tsuyama, un paio di bottigliette di plastica per finire con lo strofinio sulle zip dei propri jeans. Si sconfina infine nella teatralità (e forse pure nel paraculismo), seppur risulti epidermicamente divertente, del trio pseudoacappella Zubi Zuva X, intonando arie e motivetti ripetendo per buona parte nient’altro che il nome del gruppo per lasciar poi il passo a urletti nevrotici vari all’unisono. Forse il buon Frank Zappa sarebbe contento, il pubblico comunque apprezza e ride. Quando imbracciano finalmente ognuno il proprio strumento e inizia il set degli Acid Mothers Temple SWF, ecco una bella botta di prog/hard rock alla velocità della luce, con una parentesi di accordi che ruba pure a ‘Child In Time’ dei Deep Purple mentre i tre non mancano comunque di cazzeggiare arrivando a svenire sul palco del Sinister Noise per poi ripartire piano piano, fino ad eseguire una versione accelerata e molto meno trippy del cavallo di battaglia degli Acid Mothers Temple ‘Pink Lady Lemonade’, comunque apprezzabile. Molta meno psichedelia e un pizzico di esagerazione in quanto a voglia di non prendersi troppo sul serio, applausi, però ora ridatemi il “santone” Hiroshi là davanti che mi mancano propri i voli space rock che tira fuori dalla barba.

Piero Apruzzese

Foto di Isobel Blank

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here