Japandroids @ Lanificio 159 [Roma, 18/Ottobre/2012]

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Il giorno finalmente è arrivato, i Japandroids dopo due anni tornano a Roma. Molte cose sono cambiate dalla loro esplosione avvenuta grazie al grande successo dei loro primi due dischi ‘Post Nothing’ (2009) e ‘Celebration Rock’ (2012). Il concerto eccezionalmente sarà al Lanificio, locale romano che automaticamente collego a serate fighette per tizi fighetti (rigorosamente “indie” – nella terrificante accezione contemporanea del termine – e di sinistra). Infatti eravamo in tanti, almeno fra i miei conoscenti, ad essere poco avvezzi alla frequentazione del luogo, ma come direbbero i britannici: “not my cup of tea”. Guadagno l’entrata poco prima delle 22 quando il locale è ancora mezzo vuoto, quindi con i miei compagni di concerto decidiamo di aspettare nel grazioso balconcino adiacente alla sala. Aprono i Be Forest, band pesarese formata da Erica Terenzi (batteria e voce), Costanza delle Rose (basso e voce) e Nicola Lampredi (chitarra). Venuto a sapere che il gruppo è sotto etichetta con la We Were Never Boring, il timore che i tre ragazzi siano l’ennesimo gruppo di indie-pop da anni 2000 è enorme. E invece no. I Be Forest rimescolano con grande bravura lo shoegaze a tinte cupe degli anni ’80-’90, a cui accoppiano una grande amore per i sempre più influenti e monumentali Cure. Insomma niente che cambierà la mia vita, ma sicuramente uno dei pochi gruppi giovani che riescono a fare in maniere competente e interessante una musica talvolta troppo abusata. Una bella sorpresa, non c’è che dire.

Guadagnate postazioni più ravvicinate, mi basta pochissimo tempo per vedere sul palco i Japandroids armeggiare con la loro strumentazione. Risolti i soliti problemi tecnici (una spia non voleva funzionare, e durante il concerto sotto qualche botta del pogo continuerà a dar problemi), cominciano il loro show. Ringraziati i presenti, soprattutto quelli che c’erano nel 2010, unica altra data romana del duo di Vancouver di spalla agli Health, i due si presentano promettendo un lunghissimo set. Bastano i primi pezzi per ritrovarmi appiccicato al palco. Gli animi sono subito caldi, grazie a Brian (chitarra) e David (batteria) ma anche, e soprattutto, grazie a un ragazzo ubriaco lercio che poco dopo sarà cacciato dal locale. Su ‘Fire’s Highway’ partono i primi tentativi di stage-diving. Il pubblico e la band si alimentano della stessa tensione, per un concerto che ci mette molto poco a diventare memorabile. Come promesso la band fa del suo meglio per mettere in piedi una scaletta corposa pur avendo alle spalle solo due dischi di mezzora e due EP. Infatti il duo suona tutto l’ultimo disco, e anche lo stesso ‘Post Nothing’ sarà presentato integralmente esclusa ‘I Quit Girls’; dall’EP  ‘All Lies’ invece sarà tratta la bella cover dei Mclusky ‘To Hell With Good Intentions’. Il livello di decibel è altissimo, Brian maltratta la sua Telecaster e David picchia con entusiasmo la sua batteria. Nel delirio generale i picchi di maggiore entusiasmo vengono raggiunti grazie alle ormai classiche ‘Wet Hair’ e ‘The House that Heaven Built’, solo un piccolo assaggio prima del sudatissimo finale sancito da ‘Young Hearts Sparks Fire’, pezzo che entrando nella ‘Best New Music’ di Pitchfork ha cambiato per sempre la storia della band, e ‘For The Love Of Ivy’, cover dei giganteschi Gun Club (band sempre troppo dimenticata). Nessuna posa da rockstar del cazzo, tanta voglia di fare musica, stare in giro e condividere. Astenersi amanti della perizia tecnica. E come dice con ironia la loro t-shirt: No God. Only Japandroids.

Luigi Costanzo