Jan Garbarek @ Auditorium [Roma, 2/Luglio/2007]

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Jan Garbarek, il sassofonista norvegese che come pochi ha contribuito allo sviluppo del cosiddetto Jazz Europeo, è tornato oggi a Roma, al Parco della Musica, dopo poco più di un anno! Non nascondo che Garberek sia per me quasi un entità metafisica, una divinità da idolatrare, dunque questa recensione sarà a dir poco reverenziale… scherzo! Anche gli dei hanno dei limiti… non lui ma è lo stesso. Per capire Garbarek ed i suoi più di 40 anni di carriera musicale, bisogna senz’altro partire da un colore, l’arancione, il colore dei dischi della storica Impulse! “The House That Trane Built”, casa appunto di almeno tre eminenze (John Coltrane, Pharoah Sanders e Gato Barbieri) seminali per lo sviluppo artistico del sassofonista tenore. I suoi primi dischi (tra cui il capolavoro “Afric Pepperbird”), infatti, riecheggiano continuamente quella musica in costante equilibrio tra il free ed il misticismo. Negli anni ’70 il fenomeno Jan Garbarek esplode e con lui il fenomeno ECM. In questa decade sono più di dieci i dischi a suo nome (da ricordare “Sart”, “Witchi-Tai-To”, “Belonging”, “Places”) ed innumerevoli le collaborazioni (Keith Jarrett, Ralph Towner, Terje Rypdal etc.) che l’artista registra per l’etichetta bavarese. Più o meno in quel periodo, Garbarek matura il proprio linguaggio musicale, arriva così a reinventare uno strumento, creando quella voce sia al sax tenore che soprano, che tanto ne fa ricordare uno orientale con un grande utilizzo di armonici e microtoni. La sua innovazione però non si ferma alla ricerca timbrica, perchè anche la musica riflette questa costante esplorazione e desiderio di unire musiche tradizionali (molte delle quali scandinave) a linguaggi moderni. Ad oggi Garbarek appare su decine di dischi ECM come leader o come sideman alcuni dei quali sono, a mio parere, autentici capolavori (in ordine sparso: “Making Music”, “Vision”, “Officium”, “Ragas And Sagas”, “Wayfarer”, “In Praise Of Dreams”… ma la lista è molto lunga).

Il programma prevedeva il quartetto classico di Garbarek, ma all’ultimo c’è stato un cambio inaspettato, non c’è la Mazur alla batteria ma il fedelissimo Manu Katché, idem per il basso dove al posto del gigante Eberhard Weber c’è un bassista di cui purtroppo non ho compreso il nome, al piano ed alle tastiere invece l’immancabile Rainer Brüninghaus. L’introduzione al concerto consiste in uno di quei pezzi molto cari al sassofonista, un tappeto di synth e note lunghe di basso fretless su cui può dare subito sfoggio della sua “voce”, comincia con il tenore ed è subito un sogno! Vedere Garbarek sul palco fa un certo effetto, una persona decisamente composta ed apparentemente timida riesce a far uscire un suono talmente caldo ed avvolgente che è come se il sassofono fosse la valvola di sfogo di un qualcosa di tremendamente grande che il corpo non riesce a contenere. Il repertorio che viene eseguito a seguire, con pochissime pause, spazia tra gli album “Twelve Moons”, “Rites”, “In Praise Of Dreams” e “Visibile World”. Quando eseguono l’omonima “Twelve Moons”, già mi ritrovo in uno stato catatonico, ogni senso, tranne l’udito, è inibito… è impressionante come il norvegese riesca ad ottenere quel suono anche sul palco (in realtà usa un riverbero e controlla un delay con un pedale ma sono solo degli abbellimenti, elementi in più che danno ancora maggior colore!). Le composizioni di Jan Garbarek sono per lo più caratterizzate da tempi lunghi, da spazi dilatati, da melodie piuttosto semplici e da un deciso rispetto delle regole armoniche – presentazione che non credo attiri molto – il discorso però è che il tutto si focalizza su una scelta di note e timbrica così particolare che il risultato è una musica tanto intensa ed evocativa che attira inesorabilmente. Le parti più contemplative, anche se ormai sono la caratteristica di questo artista, vengono intervallate da pezzi più tirati e vicini al jazz rock, su cui il sassofonista esegue degli assoli da brivido. Altra caratteristica, un po’ bizzarra, dei concerti di Garbarek sono i momenti di solo dei vari membri del quartetto, durante i quali viene lasciato il palco a chi lo esegue (il leader si “nasconde” dietro una cassa), un modo per incentrare totalmente l’attenzione sullo strumentista. Il solo di Katché è impressionante, il giovane batterista, ormai consacrato come eminenza del jazz, merita grandi applausi, anche Brüninghaus ci regala uno splendido solo al piano, mentre chi delude un po’ è il bassista, ma più che altro ci fa rimpiangere la presenza di Weber. Dopo ogni pezzo, il pubblico si sveglia, torna sulla Terra, mette i piedi sul suolo ed applaude con vigore. Dopo il bis Garbarek merita una standing ovation! A dir poco grandioso!

Gabriele Mengoli

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