Jamie Lidell @ Hiroshima Mon Amour [Torino, 23/Gennaio/2009]

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Si fa un gran parlare di nu soul e si contano uno dietro l’altro giovani interpreti che arrivano a rinnovare la tradizione o le vecchie glorie che tornano a rinverdire i fasti del genere. Jamie Lidell rientra nel primo filone, almeno da un disco a questa parte, ma a differenza di diversi colleghi non è americano, non è nero e non è nemmeno un gran pezzo di donnicciuola: il suo look da nerd tirato a lucido è presto spiegato da una recente conversione che l’ha visto abbandonare la postazione da deejay-smanettone in favore della black music più “classica”. La scena che accoglie l’avventore dell’Hiroshima, in questo senso, è piuttosto eloquente: un pianoforte a coda sul lato sinistro del palco e la sezione technology a destra, completa di mixerone, cavi e un PC portatile che nei momenti più torridi del set si schianterà ripetutamente al suolo. Interpretatelo pure come un segno. La convivenza fra le due anime sonore e lo stacco fra i siparietti soul e i momenti dance suonano piuttosto innaturali, ma il fatto che Jamie riesca ad uscire perfettamente credibile da entrambi ci suggerisce qualcosa sulla sua natura “cerebrale”, da genietto all’inglese. Nessuna “svolta black”, Lidell è rimasto lo smanopolatore che era, e per chi come lui maneggia tutti i giorni vinili di ogni specie, una nuova cotta è sempre dietro l’angolo: stavolta è toccato a Stevie Wonder e a Marvin Gaye, la prossima potremmo rivederlo con una Gibson tracolla nel tentativo di imitare qualche oscuro nome dell’heavy noise nord-canadese con la stessa “passione distaccata”.

Rimarrebbe la differenza (nemmeno troppo sottile) fra l’avere il soul e il fare soul, fra l’interprete puro e il tecnico/artigiano, ma per le inglesotte dietro di me, che ballano ai ritmi funky come ai pezzi house senza perdere un colpo, sono questioni di lana caprina. Noi “cervelloni” battiamo in ritirata, mentre il diabolico Pop inglese, con l’ultimo dei suoi travestimenti, trionfa un’altra volta.

Simone Dotto

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