James Chance & Les Contortions @ Init [Roma, 28/Novembre/2013]

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Prendete un Fausto Papetti e riempitelo di speed, aggiungete un James Senese gonfio di LSD, coprite il tutto con pezzi di New York e blocchi di No Wave: signore e signori ecco a voi James Chance. O James White. O James Siegfried (all’anagrafe). Sale sul palco dell’Init accompagnato da Les Contortions, band francese (Alex Tual alla batteria, Jacques Auvergne al basso, Pierre Fablet alla chitarra) e improvvisamente ci si rende conto di avere un pezzo di storia a meno di 2 metri che canta, suona, balla, si dimena e si asciuga il sudore con un fazzoletto bianco (finche non gli portano un asciugamano). “One, two, three, four” e tutto comincia con ‘Off Black’ per poi scivolare lungo le atmosfere storiche di ‘Design To Kill’. James Chance passa dall’organo all’alto sax con la band che macina e avvolge la sua voce e il suo sound. Quindi un primo passaggio sull’ultimo album (‘Incorrigible!’ uscito nel 2012 per la LADTK e registrato tra Rennes e New York) con ‘Dislocation’ e ‘Home is where the hatred is’ (brano di Gil Scott Heron). Botte di alto sax acidissime, funk storto, corpo in movimento e sudore. Dio perchè non è possibile acquistare a rate una macchina del tempo per tornare indietro in quel periodo benedetto a cavallo tra la metà/fine degli anni ’70 e godere dello splendore decadente e malato di certi personaggi (Lydia Lunch, Teenage Jesus and the Jerks, The Lounge Lizards e molti altri)? Troppa ingiustizia in questo mondo, troppa. Il concerto scorre e tutti, brani compresi, fanno il loro fottuto lavoro. Distribuisce canzoni recenti con pezzi del passato che lui stesso introduce con il termine “memories”. Uno dei momenti più intensi si snoda attraverso ‘King Heroin’, originale di James Brown riassemblata dal “James Brown bianco”. Tiene a precisare che sta perdendo la memoria (non i memories) e si aiuta con una cartellina piena di fogli (che ogni tanto volano via). Non vola via  però la doppietta finale con Incorrigible e la fondamentale ‘Contort Yourself’, pietra miliare del genere (sul genere è aperta la gara per la definizione migliore: punk jazz, punk funk, post punk, no wave…). James Chance, classe 1953 è a suo modo un genio e nonostante la retorica stucchevole di quello che sto per scrivere, il live è probabilmente la sua dimensione migliore. Lo percepisco non solo attraverso la visione e l’ascolto di questo concerto, ma osservando intorno a me le (pochissime, purtroppo) persone totalmente rapite dai suoi passi, dal suo ballare, dal suo sax, dal suo percuotere l’organo e dalla sua voce quasi totalmente intatta rispetto al passato (la prova tangibile sono le urla che butta in mezzo alle canzoni, quelle meravigliose grida a cavallo del funk e del punk più puro). Ritornano sul palco e chiudono con ‘I can’t stand myself’ (altra rivisitazione di un brano del “the godfather of soul”). Finale travolgente, energico e generoso. Torno a casa con l’ultimo CD autografato “To Alessandro James Chance”. Torno a casa con un confuso senso di felicità. Torno a casa e mi ritrovo a ballare con movimenti terribilmente funky. Sembro un po’ Rocky Roberts dei poveri che scivola sul pavimento di un appartamento romano passando di stanza in stanza. Mi infilo a letto e prego: “Padre nostro che sei nei cieli preserva dal male quell’uomo di nome James Chance. Non ci indurre in tentazione e liberaci dai Modà. Amen”.

Alessandro Anello aka Noi Non Siamo Qui

(foto dell’autore)

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