James Chance & Les Contortions @ Circolo degli Artisti [Roma, 10/Ottobre/2009]

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Altro che Do It Yourself ed estetica dei tre accordi. Sebbene questo cinquantaseienne – col ciuffo alla Elvis ed un bicchiere di Bayles sempre a portata di mano – vi dirà di essere un autodidatta del sassofono, il suo rapporto con la musica è stato segnato da studi (più o meno) accademici e da una costante (e intransigente) ricerca di talentuose line up. “There are people who don’t know how to play that learned how. And then there are people who just should’ve never started. I feel the music scene now is even more that way. There are just a million bands out there. And most of them are doing it so they can have some fantasy of being a rockstar for like half an hour and they’re willing to play for nothing in order to do it. It makes it really difficult for people who are trying to be professional musicians”, avrebbe detto a proposito della new wave pochi anni fa. Ha solo sette anni, James Sigfried, quando comincia a studiare pianoforte dalle suore a Milwaukee, la sua città. A dodici impazzirà per i gruppi rock bianchi influenzati dalla musica nera – The Yardbirds, Stones ed Animals su tutti – andando sempre in giro con una radio e delle cuffie giganti. A diciotto la musica nera lo catturerà definitivamente, non solo attraverso l’ossessione per ‘Super Bad’ ed, in generale, per tutto James Brown, ma soprattutto grazie al modern ed al free jazz, che ascolta e comincia immediatamente a suonare. Ma James è un pianista jazz troppo stravagante – autodefinirà il suo stile “una combinazione tra Thelonious Monk e Cecil Taylor” – per il conservatorio di Milwaukee così, stufo di suonare i soliti standard, passa al sax alto, dilettandosi, nel frattempo, con un paio di gruppi. Se da un lato omaggia i suoi idoli bianchi con i Death, suonando cover di Stooges e Velvet Underground, dall’altro forma il primo gruppo di jazz avanguardistico della capitale del Wisconsin, The James Siegfried Quintet. Ma quando il suo migliore amico e cantante dei Death si suicida, è giunta definitivamente l’ora di trasferirsi a New York. Per scoprire, finalmente, che cazzo sia questo fenomenale CBGB’s, sponsorizzato continuamente sull’amato The Village Voice.

È l’inizio del 1976 e James comincia a frequentare sia la scena free jazz che abita i loft di Soho sia i locali della Bowery, sebbene non si senta né abbastanza nero per suonare una musica che, in quegli anni, è ancora di quel colore, né abbastanza bianco per condividere la “white aggressiveness” di Ramones e Heartbreakers. Sarà questo che lo spingerà a cercare qualcosa che piaccia al pubblico ma non sia commerciale, che abbia il ritmo di James Brown ma sia più veloce e con un beat ballabile. Nel frattempo la sedicenne di Rochester che incontrava ogni sera al Max’s Kansas City, ha bussato alla sua porta in cerca di un posto dove dormire. Ovviamente è Lydia Lunch ed ovviamente, di lì a poco, nasceranno i Teenage Jesus and the Jerks. Atonali, ortodossi e minimali, i Teenage Jesus rimarranno una creatura della Lunch, che caccerà dalla band il sax del coinquilino (un fronzolo di troppo, nella sua ideale estetica per sottrazione) facendo naufragare (pare per sempre) l’amicizia tra i due. È a questo punto (1977) che James Sigfried diventa Chance e nascono The Contortions. Un nome scelto “perché suonasse come quello di una soul band, come The Temptations o The Impressions”. Un gruppo che viene associato alla no wave in quanto colonna portante di ‘No New York’ (“Quest’album è nato in seguito a un Festival all’Artists Space di NY, dove suonarono tutte le band No Wave. Era la prima volta che si sentiva quella musica dal vivo e credo che per questo Eno ebbe l’idea di fare l’album. La registrazione è stata fatta su due piedi: suonarono alla porta dicendomi “andiamo, si registra ora!”. “Il pezzo ‘I Can’t Stand Myself’ non l’avevamo mai  provato prima, è stata una cosa completamente spontanea” è, oggi, il suo ricordo di quella registrazione), ma che si distingueva per l’originalità di una proposta tutt’altro che dissonante. Una buona dose della matrice free jazz che lo accompagnava da sempre, più la furia del funk e l’attrazione (sacrilegio!) per la disco: con questo mix sapiente, il cinico di Milwaukee e i suoi Contortions debuttavano nel 1979 con ‘Buy’, per la ZE Records. ‘Contort Yorself’, manifesto per eccellenza del gruppo, era un misto di Albert Ayler col groove di James Brown ed il piglio selvaggio di Iggy Pop. Un esperimento ad orologeria che lo avrebbe fatto definire come il padre della no wave.

Violento. Cinico. Razzista. Per le sue celebri aggressioni al pubblico (e in strada!), Chance si guadagnerà il primo appellativo. Per l’attaccamento al denaro, il secondo. Per la conversione (provocatoria e con chiaro riferimento al suo idolo di sempre, James Brown) a James White & The Blacks, il terzo. A farlo passare per razzista ci si mette anche Lester Bangs, che, pare, travisi delle dichiarazioni del sassofonista, inserendole nel suo saggio ‘The White Noise Supremacy’. Con i The Blacks, James White sembra parodiare una soul band, spostandosi su ritmi ancor più ballabili (esplicativa è la nuova versione di ‘Contort Yorself’), ma senza mai scordare i paradigmi teorici (melodie sapientemente incastrate, sempre parti scritte per ogni strumento e una tonalità centrale da cui partire) con cui aveva lavorato fino ad allora. Non particolarmente fortunato con le etichette (“I’ve had lots of problems with labels going out of business like right after my record came out, which happened about four or five times” ), nell’82 James esce con ‘Sex Maniac’- il suo sax strillante su basi minimaliste, dove è percepibile la mancanza dei Contortions – per la Animal di Chris Stein (che di lì a poco chiuderà) e, nell’83, con l’ultimo capitolo targato ‘80s e di nuovo per la ZE, ‘Flaming Demonics’, quantomeno, non prescindibile come la precedente fatica in studio. Se nei primissimi anni ’80 la scena no wave praticamente scompare – o, secondo  Chance “Non credo scompaia, semplicemente molte band di No New York, dopo un anno o due si sono sciolte. Ed è naturale che succeda così, molti gruppi che hanno un successo commerciale rimangono insieme anche quando non dovrebbero” – e, negli anni ’90, il padre della no wave sembra pressochè dimenticato, negli anni zero, il generale ritorno di interesse per la scena newyorkese coincide con il ritorno on the road (ma anche alle stampe, con la riedizione di vecchio materiale e di bonus nel cofanetto ‘Irresistible Impulse’, per la Tiger Style, nel 2003) dei Contortions.

Dopo l’annullamento del tour a maggio – a causa di problemi di salute della moglie – il passaggio a Roma sembrava insperato. E invece, ecco il pinguino coi vestiti di due taglie più grandi e le scarpe a punta, tornare in formissima con la sua versione francese (quella per il tour europeo) dei Contortions. In formissima come intrattenitore, perché in effetti, visto da vicino, i suoi 56 anni non se li porta un granchè.  Dopo aver avuto il piacere di farci quattro chiacchiere durante la cena – bicchiere di Bayles sempre in mano, molto disponibile ma vagamente alienato e sottilmente sarcastico – James si cambia d’abito e, intorno alle 23, è sul palco coi Les Contorsions. Il rischio che sia l’ombra del suo personaggio, c’è. E invece. E invece, sul palco, James è come illuminato, attraversato da una nevrosi buona (si spera), che rende impossibile a lui – e a noi – di stare fermi. Come posseduto, si dimena tra l’organo elettrico e il sax, sputa parole in quella tonalità isterica che sfocia in urla liberatorie, eppure sempre, incredibilmente, groovie. E poi, la parte migliore: gli sconclusionati passi di danza, in cui si lancia, si dimena, si contorce. Chiunque lo definirebbe un pazzo, eppure lui, in quel contesto, mentre le fide contorsioni lo inseguono impeccabilmente, con un piede nel (popular) free jazz e l’altro nel funk, non fa che stupire, aggredendo (con classe) il sistema nervoso del comune mortale bianco. Calda e spigolosa, ‘Designed To Kill’ fa di Chance il re del dancefloor e di Pierre Fablet un minuzioso seguace della Rickenbacker. Così come fanno tutti i classici da ‘Buy’ ed ‘Off White’ scagliati addosso a un pubblico, almeno nelle prime file, anche fisicamente sovraeccitato. Il riff schizzoide di ‘Almost Black’ si ammorbidisce – per poco – sull’incedere nerissimo di ‘Roving Eye’, che stavolta impazzisce al primo cenno di organo, facendo credere che la ragione sia persa per sempre. Ma invece James torna, (s)composto, ad asciugarsi il viso grondante e a sorseggiare, ingordo, fino a un attimo prima di cantare, il suo bicchiere di Bayles. Non solo free-no-funk-punk, ma anche pseudo ballate visionarie, per rallentare il ritmo di una corsa che, personalmente, non avrei mai creduto sarebbe stata così veloce. ‘Terminal City’ è il pezzo con cui Chance anticipa l’uscita di un nuovo disco – che sta registrando con la formazione originale – e ‘King Heroin’ la catarsi acida per omaggiare il James ha cui ha rubato (non solo) il nome. Un pugno in faccia, di soppiatto, più volte acclamata dal fondo, arriva, finalmente, lei. Continua a consumare le scarpe, James, offrendone, non pago, la versione funk-disco di ‘Off White’. È impossibile non scuotersi sulla nevrosi di ‘Contort Yourself’. È impossibile scacciare il motivetto fino al mattino dopo. il cappellaio e le sue tazze si congedano dopo l’unico bis, la famosa ‘I Can’t Stand Myself’ unicamente contenuta in ‘No New York’, lasciata scivolare, impazzita, come è giusto che sia.

“Ora c’è un grande interesse nei confronti della no wave, credo che molti la considerino qualcosa di fresco, uno degli ultimi movimenti davvero originali”, mi aveva detto James poche ore prima. Lui, oltre che originale, è riuscito, aldilà di ogni aspettativa, a mantenersi un entertainer eccezionale, trasformando – forse – l’antica violenza on stage, in pura schizofrenia arty. Ma ci uniamo a quello che, in ogni sua intervista, sembra essere il suo unico desiderio – rimpianto: qualcuno si deciderà a ristampare un’edizione ufficiale di ‘No New York’?

Chiara Colli

3 COMMENTS

  1. L’ho visto anch’io a Padova qualche giorno fa e dalla tua descrizione pare che abbia fatto lo stesso identico show, quindi bellissimo!
    Qualche anno fa un’etichetta russa ha ristampato in cd ‘No New York’ (io ho quella versione), ma non è ufficiale?
    Enrico

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