Jaga Jazzist @ La Palma [Roma, 26/Aprile/2003]

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Ce n’è di gente questa sera, alla Palma, soprattutto sul palco: ben 10 musicisti. Ovvero i norvegesi Jaga Jazzist. Di loro ho letto per la prima volta su un numero risalente di Rumore, roba di cinque o sei mesi fa. In verità niente di nuovo, avevano già licenziato un disco con la Ninja Tune nel 2002 (‘A Livingroom Hush’), mentre ‘The Stix’ uscirà tra una settimana, per la stessa etichetta. Una così ricca line up non può che incuriosire, specie se consideriamo che durante l’esibizione i ragazzi cambiano strumento praticamente ad ogni brano; chi suonava il basso passa al synth, chi la tromba abbraccia il contrabbasso, chi il vibrafono si gingilla con ammennicoli elettronici. Il palco ingombro di gente e amplificatori è semplicemente il mezzo per tracciare un sentiero, un itinerario sonoro che parte senza dubbio dal nu-jazz per finire altrove, in territori aperti dove la contaminazione produce orizzonti musicali forse non totalmente inediti, ma per lo meno riletti con astuzia e con una perizia strumentale impressionante. Dei veri mestieranti dai timpani fini, con i tappi di cera nelle orecchie, come se temessero di restare fatalmente ammaliati essi stessi dalla bellezza delle loro esecuzioni. Il piede sinistro di Martin Horntveth martella la cassa con la velocità e la persistenza del battito d’ali del colibrì, è qualcosa d’impressionante; rappresenta la leadership della band, e soprattutto ne è il motore ritmico ipercinetico e pulsante. Al vibrafono il compito di controbilanciare, spostando il peso sulla ricercatezza di un impianto sonoro che, una volta frammisto alle incursioni continue dell’elettronica, si riferisce pienamente ai Tortoise, con qualche scappatella in ambito prog e acid-jazz. Ma si va ancora oltre, si esplorano soundscapes profondamente suggestivi, che lambiscono l’elettronica di Aphex Twin e Squarepusher combinandola con la smorfiosa levità dei fiati. Tanta elettronica che rifugge, comunque, ogni possibile tentazione dancefloor: la discoteca ed, in generale, la modaiola coolness dell’easy jazz, subiscono una sonora abiura. Da prendere quindi con le molle ogni paragone con i conterranei Koop, come il polistrumentista Andreas Mjøs mi spiega; i Jaga Jazzist sono un progetto concepito come ensemble strumentale altamente tecnico, a differenza dei Koop che sono un duo elettronico nei cui lavori il jazz entra solo in quanto sample, campione, taglia e incolla. Esprimono un continuo divenire del suono, un aggiornamento in tempo reale, rimpastando il passato e il futuro in forme cangianti sempre nuove, ricombinando, come in un caleidoscopio, le salde fondamenta tradizionali del jazz con tutti i post del mondo. Fantastici, in un live set della durata opportuna, dosato sapientemente nei suoni e nell’acustica impeccabili, che ha entusiasmato la platea, e con essa il sottoscritto.

Alessandro Bonanni

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