Jacob Collier @ Monk [Roma, 18/Dicembre/2017]

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Jacob Collier è un jazzista inglese autodidatta, classe 1994, autore del debutto discografico “In My Room” nel 2016, che lo ha posto all’attenzione di pubblico e critica. Con il sostegno morale di musicisti del calibro di Quincy Jones, Herbie Hancock e Chick Corea, il giovane polistrumentista piazza il suo personale omaggio ai suoi artisti preferiti, come Prince e Stevie Wonder. Il disco è stato concepito come un tributo alla propria formazione musicale, nata grazie all’esempio della madre e cresciuta nella stanza adibita alla musica della casa natia. Lo sviluppo di una profonda passione sfocia nell’apprendimento dei vari strumenti presenti, con una predilezione naturale per il pianoforte. Al resto ha pensato il talento, facendogli realizzare tutto l’album in perfetta solitudine. Tra i solchi dei brani mostra tutta la perizia tecnica acquisita, sia nelle armonizzazioni vocali fortemente debitrici ad interpreti come Take 6, Manhattan Transfer e Bobby Mc Ferrin’, che nelle ispirate trame musicali. Pur essendo bianco, evidenzia una diretta discendenza black nel senso più ampio e completo del termine. Tre le cover presenti, tutte sapientemente reinterpretate da Collier. Oltre “In My Room” dei Beach Boys che lo intitola, troviamo “You And I” del già citato Wonder e la sigla dei “Flintstones”, composta dalla premiata coppia Hanna & Barbera. Il resto dei brani è materiale proprio ed evidenzia una buona vena compositiva ed una maturità d’arrangiamento inusuale per la sua giovane età. Un disco completo che sa essere classico e moderno allo stesso tempo, mostrandoci aspetti che sarà interessante approfondire dal vivo.

La sala è gremita e l’attesa è palpabile, tanto che le prime file sono molto serrate. L’ingresso di Collier avviene alle 22:30 e viene accolto da un gran boato. Entra correndo ed incitando la folla e attacca “Don’t You Worry ‘bout a Thing” di Wonder con l’ausilio di un synth, loop vocali e tanta energia. Va alla batteria e crea il beat, poi allo stick bass a quattro corde e da corpo, quindi alle percussioni. Si sposta agilmente da una parte all’altra fomentando i presenti e nel frattempo canta meravigliosamente. Ha un korg, un nord stage, una loop station ed una tastiera midi con cui governa un harmonizer applicato al microfono. Al lato del palco, abbastanza nascosto, un rodie lo coadiuva con un laptop provvisto d’ableton, con cui gestisce probabilmente alcuni dei loop e le conseguenti stratificazioni. Per iniziare “Close To You” di Burt Bacharach, crea il pattern di batteria, imbraccia un basso elettrico e canta languido seguito dalla sala, prima di abbandonarsi ad un gran solo di synth. Prende la chitarra acustica, ringrazia il pubblico e presenta “Hideaway”. Il brano è una gemma folk delicata e confidenziale, che viene impreziosita da un lungo inciso eseguito al pianoforte. La sala in questo frangente è incredibilmente attenta e silente. Lui aumenta il ritmo e la gente lo segue battendo le mani, poi ritorna quieto e canta da performer consumato, prima di chiudere tra gli applausi. “Don’t You Know” rialza il ritmo. Loop di batteria e basso, a cui si unisce il canto, il piano, il synth e le percussioni. Cambia i ritmi con degli stop’n’go coinvolgenti, sfrutta il crescendo inserendo degli incisi e trova il tempo per fare una passerella lungo la parte frontale del palco per incitare l’audience. Non sta fermo un attimo, per poi sedersi alla batteria e chiudere come tutto è iniziato. Parla brevemente della versione di questo brano che ha realizzato in collaborazione con gli Snarky Puppy e poi presenta “In My Room”, dedicandola all’immaginazione insita in ognuno di noi ed esortandone l’uso. Parte sentimentale ed ondeggiante e si abbandona ad un magistrale solo di piano, prima che la strofa torni a toccare le corde più intime dell’animo. Finale a base di vocoder, gospel e fantasia, accompagnato dall’immancabile battimani generale più o meno a tempo. Si siede alla batteria, poi percussioni, stick bass, pianoforte e “Down The Line” prende forma. La versione è travolgente, particolarmente ricca e colorata e gode di un gran groove. Ora annuncia che è il momento di suonare del funk, ma per farlo chiede l’aiuto del pubblico, a cui prova a far cantare parte del testo, anche dividendo la sala in zone diverse. Quindi parte “Saviour” ed è davvero clamorosamente funky, sia spaziale che trasversale. Quello che impressiona è il controllo assoluto che ha delle complesse tessiture che formano le composizioni, nella gestione e nella stratificazione degli elementi, seguendo la modalità in cui le crea. Come promesso riesce a far cantare tutti, grazie anche alle parti di testo interessato proiettate sullo schermo alle sue spalle, trasformando il tutto in un karaoke collettivo particolarmente riuscito. Applausi e ringraziamenti reciproci. I visuals proiettati nella serata risultano altalenanti e non sempre catturano per qualità ed efficacia. Le note del pianoforte introducono “In The Real Early Morning” e l’atmosfera si rilassa. L’abilità con cui riesce a variare l’intensità della performance e rimanere comunque magnetico, è forse una delle sue peculiarità migliori. Il brano si basa su un intreccio di piano e voce dalla grande carica emotiva, che si apre in un finale da brividi, magari trascinato in maniera eccessiva. Ovazione comunque giusta, che lui non fa altro che far divampare ulteriormente. Ringrazia e presenta i suoi collaboratori. Loquace ed affabile, cattura l’attenzione e l’ilarità del pubblico in un lungo speech, in cui spiega anche che questa è l’ultima data dopo due anni e mezzo ininterrotti di tour, con in mezzo il disco e tutte le cose belle che ha generato. Ora si fermerà per realizzare un album lungo e complesso, che vedrà la luce nel 2019 e che potrebbe cambiare questa formula del one-man show, per portarlo ad una fase successiva, anche di collaborazione con altri illustri musicisti. Annuncia un omaggio a George Gershwin ed esegue “Fascinating Rhythm”, con cui chiude creando una magia, che neppure la maldestra entrata di parte della sua crew sul palco, compreso uno vestito da cavallo arancione, riesce ad interrompere. Rientra per acclamazione e concede una versione esagerata per voce e clapping di “Blackbird” dei Beatles, cantata distintamente anche in sala. “Blackbird singing in the dead of night” echeggia in un finale prolungato e autoindulgente, compreso il rientro cabarettistico dei suoi sodali, a cui forse sarebbe stato meglio fornire alcol solo a fine serata. Due ore ed un quarto di piacere e partecipazione, piene d’empatia ed esercizi di stile. Chiedetevi cos’è l’estro.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore