Jack White @ Olympia Bruno Coquatrix [Parigi, 29/Giugno/2014]

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Partiamo subito da una considerazione: potremo continuare ad illuderci di essere migliori perché abbiamo il bidè, o perché li abbiamo battuti ai mondiali del 2006… ma finché un personaggio come Jack White farà concerti (due date consecutive a Parigi, entrambe sold out) in Francia ed in Italia zero, saremo sempre indietro. Eppure grazie proprio a quei mondiali il tormentone “po-po-po-po-po-po-po” (per gli alfabetizzati: ‘Seven Nation Army’) pareva che si potesse creare un legame, anche speciale ed unico vista la circostanza, tra il musicista di Detroit ed il nostro paese… 
Macché! Mentre il resto del mondo (civilizzato) accoglie il nuovo capolavoro del Messia del rock, noi siamo qui a parlare della “svolta metal” di Vasco Rossi. “Messia”? Beh, sì. L’epiteto è impegnativo, ma del resto se considerassimo il rock come una religione, tra le divinità non potrebbero che esserci Bob Dylan, i Rolling Stones o Jimmy Page, solo per citarne alcuni… non casuali, tutta gente che di fatto ha incoronato ed “eletto” Jack White con molteplici attestati di stima, dalle collaborazioni per progetti importanti alle condivisioni del palco in occasioni prestigiose. 
Un numero di investiture tali da non lasciare adito a dubbi, se oggi esiste qualcuno in grado di incarnare il ruolo del profeta che può tramandare alle nuove generazioni lo spirito e l’essenza del rock, in tutte le sue sfumature più recondite e radicali, ma traducendo il tutto in un linguaggio moderno ed avanguardistico, questo qualcuno si chiama John Anthony Gillis, in arte Jack White III. 

Jack White però in Italia non ci suona, ma non perché lui non voglia, anzi, con i White Stripes ed i Raconteurs è venuto in diverse occasioni, bensì perché arrivato a questo punto della carriera, uno così non costa di certo poco (giustamente). Neanche tanto quanto i Rolling Stones, ma in ogni caso troppo per i promoter nostrani che, conoscendo e tastando il trend del pubblico del “Bel Paese”, subodorerebbero il rischio di un flop!

Esami di coscienza nazionale a parte, veniamo alla performance, anticipata dall’apertura degli Amazing Snakeheads, rampante trio scozzese proveniente dalla scuderia Domino Records, che propone convincenti sonorità garage, dalle tinte vagamente noir in alcuni momenti e che sarebbero anche interessanti, se non fosse per l’ostinato cantato urlato/punk che alla lunga però diventa stucchevole. 

Archiviato il trio scozzese ci si inizia a calare nel mood che l’occasione richiede. C’è grande eccitamento. All’esterno della venue tutti fotografavano le giganti lettere luminose di led rossi che componevano la scritta “Jack White” e che conferivano ulteriore fascino da viaggio nel tempo a tutta la situazione. 
Già di suo l’Olympia racchiude l’atmosfera (atipica per un concerto rock) di un teatro con un secolo abbondante di storia alle spalle (fu costruito nel 1888), se poi ci aggiungiamo il gusto retrò ed eccentrico con cui Jack White cura ogni minimo dettaglio di ciò che riguarda le sue apparizioni, il risultato è una totale immersione in una dimensione magica, sospesa nel tempo.
 La preparazione del palco è occultata da un sipario bianco tinto di azzurro dai fari della ribalta. Ogni tanto sbucano degli addetti ai lavori, tutti vestiti allo stesso modo, come gli Oompa-Loompa di Willy Wonka, vestiti però con borsalino, pantaloni e camicia, tutto nero, ad eccezione delle bretelle azzurrine. 
Uno di loro, poco prima dell’inizio dello show, si affaccia dal sipario e, accompagnato da un traduttore che ripete in francese dopo di lui, porta un messaggio da parte di Jack White stesso: “Lo spettacolo a cui assisterete questa sera è unico ed è per voi che avete scelto di essere qui stasera. Godetevelo in tutta la sua reale grandezza, non in queste altre…” mimando le dimensioni di smartphone e tablet. 
Un modo romantico ed originale per sensibilizzare i presenti ad abbandonare, almeno per stasera, il malcostume della nuova generazione di frequentatori di live di assistere ai concerti perennemente con un cellulare (o qualsiasi altro dispositivo per fare riprese o foto) in mano e che è stato recepito e rispettato dalla stragrande maggioranza dei presenti (un altro miracolo).

 Il sipario finalmente si apre, la band è già sul palco e prepara l’entrata in scena di Jack White con un’intro che rimanda a ‘Broken Boy Soldier’ dei Raconteurs, ma appena entra White il brano di partenza è ‘Dead Leaves and The Dirty Ground’, classicone proveniente dal repertorio White Stripes. 
JWIII entra sul palco tenendo tra le mani un’antiquata Polaroid con la quale si scatta una serie di “selfie” che poi lancia in mezzo al pubblico del parterre non appena le foto, fresche di stampa, escono dalla macchina. Un ulteriore esempio della capacità unica di quest’uomo di fondere una cosa indubbiamente legata al passato con le mode e le usanze di oggi. 
Rispetto ai fasti del precedente tour (concerti eseguiti per metà con una band di soli uomini e per l’altra metà con una di sole donne) la formazione con cui JWIII si presenta attualmente si può dire “essenziale”, tra i musicisti al fianco di White il più noto è probabilmente l’ex Mars Volta Isaiah “Ikey” Owens alle tastiere e i synth. Gli altri elementi oltre a White sono Daru Jones alla batteria, Dominic John Davis ad alternarsi tra basso e contrabbasso, Fats Kaplin (già turnista di Mark Knopfler e Buddy Miller) che si destreggia con violino, mandolino e steel guitar ed infine l’affascinante Lillie Mae Rische, che oltre a suonare violino e mandolino, assiste White anche vocalmente, come nel caso della suadente ‘Temporary Ground’, nella quale duettano fianco a fianco.
 Una formula, questa della band unica, magari meno sensazionale e bizzarra, ma molto efficace per quello che conta davvero, la performance. Musicisti navigatissimi che seguono ed assecondano il treno White in tutte le sue escursioni sonore, improvvisazioni e citazioni di altri grandi del passato, tra queste la monumentale parentesi surf condita da ripetuti omaggi a Dick Dale, prima con uno snippet di ‘Pipeline’, quindi con il riff di ‘Misirlou’. 
Una scaletta imprevedibile, anzi… inesistente! Come accade fin dai tempi dei White Stripes infatti, Jack White non porta con sé sul palco alcuna setlist, ma questo non significa che la band suoni sempre la stessa sequenza di brani, tutt’altro, a chiamare stacchi, finali ed a lanciare i pezzi è naturalmente lui, passando dai singoli più famosi (come ‘Fell In Love With A Girl’ e ‘The Hardest Button To Button’) a vere e proprie chicche, tra le quali questa sera spiccano ‘You’ve Got Her In Your Pocket’ e ‘Little Bird’, sempre dal repertorio White Stripes.

A parte la “randomica” scelta delle canzoni, che Jack White se ne infischiasse di certi meccanismi legati alle logiche di mercato, era già abbastanza evidente, l’ulteriore prova sta nel fatto che, nonostante ‘Lazaretto’ sia uscito da meno di un mese, i brani estratti dall’ultima fatica del musicista statunitense nell’arco di questa serata sono soltanto 5. Oltre alla già citata ‘Temporary Ground’ infatti sono stati eseguiti anche ‘Three Women’, la strumentale e tumultuosa ‘High Ball Stepper’, poi la struggente ‘Would You Fight For My Love’ e naturalmente la geniale title-track del disco, che concentra forse meglio di tutte il folle e vasto potenziale sperimentale di White.
 Anche la scelta delle cover è di una ricercatezza che rimarca quanto, al pari della sua grandezza compositiva, Jack White sia anche un autentico cultore (e bongustaio) della storia della musica, ‘Teenage Head’ dei Flamin’ Groovies e ‘Baby Blue’ di Gene Vincent ne sono la prova più che tangibile.
 Una scaletta particolare anche per i suoi tempi e le sue dinamiche, 16 pezzi eseguiti senza pause, cui si sommano ben 8 bis, anch’essi suonati sostanzialmente senza soluzione di continuità. 
Eppure solitamente il chitarrista di Detroit, ora residente a Nashville, non è un “freddo” con il pubblico, probabilmente però la scelta di dialogare poco con i fan deve essere stata dettata dalla scarsa propensione che i francesi notoriamente hanno verso la lingua inglese. A supporto di questa tesi c’è il laconico e probabilmente sarcastico commento di sorpresa “Oh! You know english!” esclamato durante una parte della “country song” ‘Hotel Yorba’, che il pubblico ha cantato a gran voce quando JWIII si è staccato per un momento dal microfono. 
Nonostante la scarsa loquacità, White riesce comunque a far agitare la folla con gesti di incitamento mentre salta sopra alle casse spia, con le corse per il palco e con il suo solito approccio, frenetico e mistico, di eseguire i suoi acidi assoli. 
La chiusura della prima parte di concerto è tutta griffata Raconteurs, con la doppietta ‘Broken Boy Soldier’, incalzata da ‘Steady As She Goes’, che ha scatenato il tripudio generale.
 L’unico vezzo scenografico è un “III” gigante e luminoso che volteggia sopra a White e la sua banda, il resto dello spettacolo è energia pura, che viene assimilata e ritrasmessa dal pubblico, che salta compatto ed all’unisono… come un cuore pulsante, il cuore di uno spirito ancora vivo.
 La parte finale dello show si apre con la psichedelica (per non farci mancare proprio nulla) ‘Icky Thump’, ad aggiungersi alla già massiccia dose di brani dei White Stripes eseguiti questa sera. White Stripes sì, ma ovviamente stravolti, da che le canzoni erano state concepite per essere suonate in due, ora tutto il repertorio è stato ovviamente rivisitato ed ulteriormente rivalorizzato. In alcuni casi anche più di una volta, come per quello che alla fine è (nel bene e nel male) il brano più famoso, ‘Seven Nation Army’ che, per non correre il rischio che possa annoiare, White ha ancora una volta riarrangiato, stavolta troncandone il riff e cambiandone alcune note (guarda video) mentre il pubblico intona il celeberrimo motivo ricorrente, che ormai si può considerare alla stregua di un inno di giubilo globale. E’ un trionfo, l’ennesimo, per un artista che non ha ancora nemmeno compiuto 40 anni e che rappresenta già un pezzo imprescindibile di storia vivente della musica del XXI secolo, con un’innata ed incredibile capacità di riuscire a stupire, volta dopo volta, con ognuna delle sue innumerevoli iniziative.
 Bentornato Messia!

Niccolò Matteucci @MrNickMatt

Foto dell’autore

jack1

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