Jack White @ Hala Torwar [Varsavia, 9/Ottobre/2018]

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Tutte le strade portano a Roma, dicevano, tranne che per Jack White però, è evidente. Che poi basterebbe anche un posto qualsiasi in Italia, però no, forse non ce lo meritiamo, magari dovremmo farci un’esame di coscienza, nel frattempo se Maometto non va alla montagna la montagna va da Maometto ed eccomi a prendere un aereo alla volta di Varsavia, la terza delle quattro (QUATTRO) date in Polonia. Il musicista di Detroit infatti ci teneva particolarmente ad onorare le sue origini polacche (la madre e la nonna materna), così la terra di Chopin e Copernico è diventata la sua meta preferita. La risposta di pubblico non s’è fatta attendere, anzi è stata decisamente calorosa, con quattro sold out, o poco ci manca. Un paese intero entusiasta ed al quale non è parso vero di scoprire di avere un legame con uno dei più importanti artisti viventi e nel fiore della carriera, valorizzato non solo dall’affluenza ai suoi live, ma anche da fatti che non ti aspetti, come quello di Tadeus Groele, insegnante di musica del liceo di Lubzina, il paesino natio della nonna, il quale ha da diversi anni inserito all’interno del suo programma didattico anche le composizioni dei White Stripes (ringrazio infinitamente la mia cara amica Mirela Marta Banach per le info). Qui da noi invece bisogna ancora finire per intonare il famigerato “po, po po po po pooo, pooo” ovvero il riff di ‘Seven Nation Army’ divenuto coro da stadio, per far intendere ai più di chi si sta parlando. Perché però Jack White manca dall’Italia da ormai dieci anni (l’ultima apparizione fu con i Raconteurs nel 2008)? Jack White odia l’Italia? No, semplicemente se i nostri promoter di concerti non lo portano qui è solo perché temono di non rientrare delle spese con i biglietti venduti, nulla di più semplice ed al tempo stesso agghiacciante, insomma siamo la culla della cultura solo sulla carta, perché poi alla resa dei conti la nostra reale sensibilità artistica sprofonda anno dopo anno, di pari passo con la cifra artistica dei personaggi che comandano nelle classifiche di vendita e riempiono chi i palazzetti, chi gli stadi (salvo qualche rara eccezione che fortunatamente ancora tiene duro).

Mettendo da parte gli impietosi confronti, passiamo alla parte dolce di questo viaggio, il concerto. Un’esibizione di Jack White è un tuffo in un’altra epoca, neutralizzare l’utilizzo compulsivo e dilagante dei cellulari conferisce al tutto un sapore d’altri tempi, che detto così può sembrare una cosa dal sapore univocamente “vintage”, ma che poi dal punto di vista musicale è invece supportato dalle sonorità avanguardistiche del terzo ed ultimo lavoro ‘Boarding House Reach’, che proietta i presenti in una dimensione temporale sospesa tra passato, presente e futuro. Anche la scelta monocromatica per quanto riguarda le luci, sempre blu, trasporta le percezioni ad un livello quasi onirico. Le note di ‘Nightmare’ di Artie Shaw, accompagnano la band sul palco, che attacca con una jam introduttiva per scaldare la situazione. Poco dopo entra lui, accolto da un boato, con la consueta frenesia imbraccia la chitarra e si unisce all’improvvisazione, quindi attacca con la nuova ‘Over and over and over’ seguita dall’immancabile classico ‘Dead leaves and the dirty ground’ e poi dalla chicca ‘When I hear my name’, queste ultime due entrambe dal repertorio dei White Stripes. La successiva ‘Corporation’ definisce quella che all’uscita dell’ultimo disco sembrava una sensazione più che intuibile, i nuovi pezzi rendono decisamente più dal vivo che su disco, dal momento in cui laddove la “forma canzone” viene messa da parte, subentra l’impeto travolgente dei musicisti sul palco. E’ il momento di un altro classicone, ‘Hotel Yorba’, però in versione completamente riarrangiata cui segue un siparietto molto carino nel quale Jack White parlando con il pubblico chiede: “Siamo diventati amici ora, giusto? Possiamo dire che siamo una famiglia. Allora permettetemi di presentarvi un’ospite molto speciale che è qui con noi stasera”, quindi fa cenno a qualcuno a bordo palco di raggiungerlo ed ecco arrivare una signora parecchio attempata. White la presenta: “Lei è mia madre, Teresa Gillis (il cognome da nubile è Bandyk, essendo come detto di origini polacche), ieri ha compiuto 88 anni! Per favore cantatele buon compleanno in polacco!”. Ecco quindi il pubblico assecondare la richiesta dell’artista intonando “Sto lat” che è il corrispettivo del nostro “tanti auguri”. Baci, abbracci, sorrisoni e poi è il momento di ‘Apple Blossom’, con White al piano, brano non famosissimo sempre dal catalogo dei White Stripes, ma che di recente è tornato in auge grazie alla colonna sonora di ‘The hateful eight’ di Quentin Tarantino, in cui è stato inserito. La parentesi country-folk però viene subito spazzata via da ‘Ice station zebra’ ultimo singolo uscito, caratterizzato da un cantato peculiarmente hip hop. Passato, presente e futuro si alternano e da cultore e buongustaio del blues delle origini Jack White rende omaggio a Leadbelly ed alla sua ‘Where did you sleep last night?’ (1944), resa celebre anche dai Nirvana, che la suonarono all’interno del loro leggendario MTV Unplugged del 1994. Seguono l’ipnotica ‘Why walk a dog?’ e ‘Freedom at 21’, in cui la chitarra di White con le sue distorsioni iper sature spettina letteralmente i presenti, per poi tornare su note più soavi come quelle di ‘Missing pieces’ (da ‘Blunderbuss’, primo album da solista datato 2012). La quiete precede sempre la tempesta, che in questo caso ha le fattezze di ‘I cut like a buffalo’ (unico estratto dal repertorio The Dead Weather) seguita poi da un altro pezzo lento come ‘Love Interruption’. Jack White commenta anche lui divertito quest’andazzo alquanto bipolare riguardo il mood dei brani in “scaletta”, che poi scaletta non è perchè come da tradizione il polistrumentista americano non ne fa uso, chiamando ai suoi compagni di band il brano successivo di volta in volta e rendendo ogni concerto diverso dall’altro.

Da quel momento in poi non si scherza più ed i successivi estratti della lotteria sono ‘That black bat liquorice’, ‘Black math’ e ‘Respect commander’, che chiudono il set prima del ritorno per i bis. Al rientro ecco il ripescaggio che mancava, ‘Steady as she goes’ dalla produzione dell’ultima band di White a mancare all’appello, i Raconteurs, seguita dalla psichedelica ‘Icky Thump’, recentemente ribattezzata ‘Icky Trump’ in opposizione alle politiche dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Parentesi alla batteria per eseguire ‘My doorbell’ e poi ultimo momento di quiete con la dolce ‘Humoresque’, che ha quasi le fattezze di una ninnananna, preludio al gran finale che di lì a poco andrà in scena. E’ il momento di ‘Lazaretto’, che dava il titolo al secondo album e poi di quella sensazione controversa che si prova quando White inizia a scandire la ritmica di ‘Seven Nation Army’, che per forza di cose trascina tutti i presenti nel fomento generale e corale, ma che ha anche il retrogusto amaro dell’ultimo brano, quindi della fine. Una menzione d’onore va fatta anche alla band di White, nuova o quasi, composta da Dominic Davies al basso, preciso, elegante e sempre presente in tutte le formazioni di White da solista, un motivo ci sarà. L’accoppiata Neal Evans a synth e tastiere e Quincy McCray all’organo Hammond, piano e synt, new entry che di fatto impersonificano la fusione temporale tra passato e futuro degli arrangiamenti live di Jack White, dal momento in cui hanno preso il posto di violino e steel-guitar. La più sorprendente però è senza dubbio Carla Azar, che alterna tecnica, precisione e leggiadria nel tocco ad una violenza portentosa con la quale picchia e frusta come una mistress le pelli, i pad ed i piatti della sua batteria, talvolta rubando quasi la scena a White stesso. Per lei si tratta di una re-entry, dal momento in cui era già presente nel periodo in cui Jack White si portava in tour due formazioni di musicisti diversi, una composta da soli uomini “The Buzzards” ed una di sole donne “The Peacocks”, ai tempi del tour del primo disco. Questa era solo un’altra delle tante follie di un artista fuori dal tempo, che riesce a portare luce anche in un momento storico musicale come questo, con più ombre che bagliori, grazie alla sua genialità ed alla sua imprevedibilità, che non va però mai a discapito della professionalità e della generosità tipica di chi ama e crede in quello che fa, facendosi amare per questo.

Niccolò Matteucci