Jack White @ Forest National [Bruxelles, 16/Novembre/2014]

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Assistere ad un concerto di Jack White è un’esperienza che auguro a tutte le persone a cui voglio bene e che, a loro volta, vogliono bene alla musica. Non è solo una questione prettamente musicale, è tutta l’atmosfera che si respira all’inizio, durante e dopo lo show ad essere magica. 
Niente fan isterici tra le prime file, praticamente niente smartphone perennemente al cielo (ovviamente qualche foto ci scappa, ma è una tantum) e soprattutto l’unicità di ogni singolo spettacolo.
 Come ormai è noto i concerti di Jack White sono privi di una scaletta fissa, può quindi capitare di sentire distintamente Jack dire al resto della band “Do that thing!” durante la dolce e mansueta ‘Temporary Ground’, che di punto in bianco viene vertiginosamente accelerata nel ritmo, dando via ad un interludio improvviso immediatamente assecondato dagli altri musicisti, magari con White intento a dilettarsi con balletti in stile country/bluegrass…! Eppure dalle prime battute del concerto sembra che l’artista americano fosse parecchio nervoso, o meglio, innervosito da alcuni disguidi tecnici legati ad una delle sue chitarre, occorsi sul finale di ‘Lazaretto’ (secondo pezzo eseguito subito dopo ‘High Ball Stepper’ in apertura) e proseguiti sulla successiva ‘Dead Leaves And The Dirty Ground’, durante la quale Jack White ha addirittura mollato stizzito chitarra e microfono a terra per proseguire il brano al pianoforte, un’ulteriore quanto involontaria dimostrazione anche della risolutezza del musicista originario di Detroit
. Sul valore di Jack White sul palco (e fuori) non c’è molto da aggiungere rispetto a quanto già scrissi in occasione del concerto all’Olympia di Parigi a giugno, il suo approccio d’altri tempi e la sua autorevolezza gli conferiscono un’aura mistica da gigante immortale, Jack White è l’Elvis dei giorni nostri, con buona pace di chi non ama gli accostamenti ed i paragoni illustri. 
Elvis e non solo, perché se il portamento e l’atteggiamento sono quelli di un Re, ci sono tante sfumature, tutte provenienti da lontano, dalle radici più profonde, che dipingono e delineano il mito di questa leggenda vivente di nemmeno 40 anni. 
Non è affatto una bestemmia infatti affermare di vedere un filo conduttore che lo lega anche ad un altro monumento come Johnny Cash, in particolar modo nei suoi duetti con June Carter. Jack White ricorda molto l’icona del country in particolare quando sul palco interagisce con la bella e talentuosa Lillie Mae Rische, che si destreggia non solo con violino, mandolino e occasionalmente al piano, ma per l’appunto anche come cantante.

Jack sembra avere un occhio di riguardo per lei e spesso le manifesta in maniera piuttosto evidente e giocosa le sue attenzioni, lasciando presagire che forse possa esserci del tenero tra i due anche fuori dal palco… ma su quest’ultima frase potrei sbagliarmi o magari aver solo scoperto l’acqua calda non essendo per niente al corrente in materia di gossip. 
Come spesso accade Jack ci tiene a dire qualcosa di particolare in ogni concerto, che non siano le solite frasi di rito, infatti racconta agli 8.000 (capito promoter italiani? Ottomila) belgi (e non solo) presenti di come abbia amato le sue passeggiate per le strade di Bruxelles, in particolare incentrando la sua riflessione sull’utilizzo del cemento. “Io vengo da Detroit, anche lì è pieno di cemento, ho sempre pensato che dal cemento non potesse uscire nulla di bello, invece qui mi sono ricreduto, complimenti!” riferendosi alla bellezza architettonica della città. 
Non solo belgi però, perché nel parterre del Forest National fioccano diverse bandiere, in particolare se ne scorgono una ucraina ed anche una italiana (ho incontrato molti compaesani a dirla tutta), ma ad attirare l’attenzione di White è quella polacca, con su scritto “It was such a pleasure!” e che Jack mostra visibilmente fiero agli altri componenti della sua band, riferimento alle due recentissime date di Cracovia, due perché la prima annunciata era andata sold out in 10 minuti (capito promoter italiani? #2). Il concerto mantiene sempre un elevato tasso di intensità, sia che vengano eseguiti brani energici come ‘Sixteen Saltines’ o ballate come ‘We’re Gonna Be Friends’, senza tralasciare anche estratti dal repertorio dei Raconteurs (‘Top Yourself’ e ovviamente ‘Steady As She Goes’), ma a spiccare e ad impreziosire la performance di Bruxelles è la rara cover di ‘I’m a Honky Tonk Girl’ omaggio a Loretta Lynn, autentica pietra miliare della country music, con la quale (neanche a dirlo) Jack White collaborò già nel 2004, producendo e suonando nell’album ‘Van Lear Rose’. 
Tra i bis spicca il più recente dei singoli, ‘Would You Fight For My Love’, struggente, tumultuosa e geniale come poche, su cui si mette in particolare luce anche il nuovo tastierista Dean Fertita (già membro di The Raconteurs, Dead Weather e Queens Of The Stone Age), che ha preso il posto del tragicamente scomparso Isaiah “Ikey” Owens, trovato morto nella sua camera d’albergo lo scorso ottobre durante il tour messicano. Fertita non sfigura affatto, ma per quanto sia un eccellente esecutore, non possiede quella componente di genialità che caratterizzava Owens, tale da renderlo purtroppo insostituibile. 
Il ricordo dell’ex-tastierista non solo di White, ma anche dei Mars Volta, è tenuto vivo anche dalle fasce nere di lutto che tutti i musicisti portano sul palco. La chiusura, come da copione è la celebre (o famigerata, che dir si voglia) ‘Seven Nation Army’, che riscuote il tripudio di tutta l’arena ed il caloroso applauso finale al quale White risponde con una frase che mette genuinamente in luce il suo carisma, l’autenticità e, diciamocelo, anche l’autoconsapevolezza della grandezza acquisita oramai da quest’artista: 
“Thanks a lot, you’ve been amazing and I have been Jack White. God bless you”. Grazie a te Jack, a nome di tutti gli italiani che sono dovuti arrivare fin qui. 
Arrivederci e a presto, chissà dove stavolta…

Niccolò Matteucci

@MrNickMatt

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