Jack Oblivian @ Sinister Noise Club [Roma, 25/Novembre/2011]

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Il punto è che se nasci nel bel mezzo del paludoso Mississippi, in una cittadina buco di culo di nome Corinth a 100 miglia dalla “centrale” Memphis, dove peraltro la storia confederata è ancora tangibile sulla pelle dei residenti, le cose che puoi fare sono due: o buttarti con tutta la divisa storica nel Bridge Creek o tagliare la corda il più presto possibile portandoti dietro quello che rimane della passione per la vita. Jack Yarber quasi trent’anni fa ha optato saggiamente per la seconda delle ipotesi, lasciandosi abbagliare dalle luci sempre presenti di una Memphis perennemente con la musica e col crimine addosso. Altro stato, altra esistenza. Dove il fantasma di Elvis Presley rappresenta ancora l’attrazione principale, tanto quanto la tradizione di una città che ha visto nascere nomi fondamentali quali Johnny Cash, Alex Chilton, Chris Bell, Aretha Franklin, Al Green, John Lee Hooker, Howlin Wolf, B.B. King e Booker T. Jones giusto per citare i più presenti nell’anfratto provato della mia memoria. Non è un caso che il “grassetto” sia stato usato anche per l’ultimo nome sopracitato, ovverosia il magnifico Booker T. Jones (tornato quest’anno con un grande album – ‘The Road From Memphis’ – in cui vengono ospitati membri dei Roots, oltre a Lou Reed, Dennis Coffey e tantissimi altri), visto che rimane senza dubbio una delle influenze più sentite e presenti nel background del nostro caro protagonista.

Protagonista a cui non vogliamo affatto dedicare una pagina biografica pre-report viste le dimensioni di un’attività discografica frenetica e frastagliata ma che comunque ha bisogno di un sunto storico per far comprendere agli ignoranti (senza offesa, è semplice italiano) di chi stiamo argomentando con tanto ardore giornalistico. Dunque assieme a Greg Cartwright nel 1990 il nostro caro Jack fonda i Compulsive Gamblers (riformati poi tra il 1998 e il 2003), quintetto di fottutissimo punk blues che non riuscirà ad imporsi lasciandosi alle spalle una piccola manciata di singoli prima appunto di ritrovare animo e gagliardia grazie ad uscite pre-reunion e alla reunion stessa completata all’indomani della fine degli Oblivians. Quest’ultimi rimangono attivi invece tra il 1993 ed il 1998 (con Yarber e Cartwright c’è Eric Friedl che fonderà la Goner Records e farà parte anche dei Reatards del povero Jay Reatard), e rappresentano la parte più scarna, maligna, sudicia, primitiva del garage rock, infettato dal blues e dal punk più corrosivo. Una valanga di singoli e 7 pollici e tre album all’attivo, l’ultimo dei quali rimane ‘…Play Nine Songs with Mr. Quintron’ del 1997. Dodici anni dopo ed ecco arrivare la piacevole notizia della reunion storica per un tour assieme ai dinamitardi Gories (con tappa anche in Italia) mentre Jack Oblivian rilasciava il suo ennesimo album solista ‘The Disco Outlaw’ marchiato come Jack O & The Tenn. Tearjerkers. Yarber ha successivamente preso parte/collaborato con e come a: Andre Williams, The Cool Jerks, ‘68 Comeback, King Louie & His Loose Diamonds, Greg Oblivian & the Tip Tops, Jack Oblivian & The Cigarillos, The Natural Kicks e Tav Falco’s Panther Burns. Può bastare.

Non c’è weekend che si rispetti se al mio fianco sbilenco non ci sia il supporto di Aguirre The Great. Eccoci pronti per la spedizione-missione occasione anche per festeggiare i cinque anni del club ostiense che ritrovo con piacere saturo e colmo di bella gente. Jack Oblivian è a supporto dell’ultimo solista ‘Rat City’ (fuori per Fat Possum) pregno di umori ’60 (i primi Rolling Stones quanto le indimenticabili The Shangri-La’s) ma anche di umori ’70 (certa afrowave di matrice Talking Heads) e attualizzazioni del blues infettato tanto care al figlioccio Jon Spencer. Chi supporta Oblivian è l’apprezzatissimo oggetto del mistero (e del desiderio) Harlan T. Bobo, ex-novello Townes Van Zandt, attuale punta di diamante di certa tradizione Americana-alternative country, con alle spalle il terzo album ‘Sucker’ ormai datato 2010, ma con nel cuore il break ‘I’m Your Man’ che quattro anni fa lo ha imposto alla ribalta non solo di estrazione underground. Concerto asciutto, tirato, sicuramente molto più abrasivo e compresso di quanto si possa ascoltare su disco. La sala non è ancora gremita ma già sono in fermento colorato due crocchi-comitive: giovani ragazze (americane si suppone) e giovani ragazzi (nord-Italia si suppone), che saranno il fulcro danzante e pogante di una serata dai contorni epici. Cambio di band. L’altro supporter proviene sempre da Memphis e da casa Goner, sono i Limes del personaggione Shawn Cripps che leggenda vuole abbia abitato per molto tempo su un’imbarcazione a mollo nel Mississippi e che si sia “cibato” per mesi solo di ‘Exile on Main Street’ degli Stones. Poi dopo esser stato sdoganato e “asciugato” da Friedl con ‘Rhinestone River’ è arrivato anche ‘Tarantula!’ questa sera presente in vinile sul tavolo del merchandise. Mezz’oretta con meno pathos rispetto al buon Harlan T. Bobo che comunque si posiziona al basso mentre Jack Oblivian prende posto alla bateria. Intercambi che denotano la grande coesione tra questi amici-musicisti che a poco a poco viene anche trasmessa al pubblico che si è fatto ora più numeroso. Cripps è un simpatico “ubriacone”, fisicamente più vicino ad un Barbapapà che a un bluesman dell’umidissimo sud degli Stati Uniti, con una bella inflessione vocale vissuta che riporta (seppur in maniera più rurale) a quella che ha fatto la fortuna in dollaroni di Anthony Caleb Followill della sagrada familia Kings Of Leon.

Una fresca birra di un prode artigiano, un bicchiere di ritrovato Porto, quattro chiacchiere con il vecchio amico e giù ancora per le scale a prendere posto davanti/sotto al palco. L’aria è festosa, nessun figuro molesto, nessuna faccia da cane, nessun chiacchierone cronico, solo tanta bella gioventù, un raro mix di gente allegra che il ciel aiuterà sempre, come non se ne vedeva da tempo immemore in un locale. E’ con queste premesse alticcie e giocose che Jack Oblivian (c’è ancora Harlan il buono al basso) ritorna on stage per dar vita ad un concerto viscerale, genuino, sanguigno, che di lì a poco sprigionerà tutta la sua lucida devastante follia blues rock. Jack ha il viso simpatico, un cappello che nasconde una chierica missionaria, un chitarrista slide nipote di Elvis ed un batterista ipertatuato che non manca occasione di ridere come un pazzo ad ogni battuta del suo frontman. Da subito si intuisce che Jack e i suoi pards vogliono divertire e divertirsi, ammiccano, si lanciano da subito in piena atmosfera blues-boogie rock, con pezzi brevi, arrotati, mentre il pubblico straniero (e non) comincia la propria danza, comincia a dimenar fianchi, comincia a levare grida e mani al cielo, con un ospite inatteso, la mascotte Shawn Cripps, che per tutto lo show di Oblivian salterà, sbufferà, ballerà tarantolato e perso nei suoi personali fumi, zigzagando da una parte all’altra, mai invadente ma anzi autentico animatore della ciurmaglia rapita dal sacro fuoco del rock’n’roll. Come avevano già fatto Harlan T. Bobo e Limes, anche Oblivian ricorda il compleanno del club intonando carinamente un ‘Happy Birthday’ che riesco a catturare consegnandolo agli archivi (guarda video). Dopo ‘Night Owl’ e ‘Kidnapper’ è la volta della magnifica ‘Mass Confusion’ e per l’occasione Jack chiama sul palco con tamburello e maracas un ragazzo ed una ragazza del wild bunch sottostante (guarda video-1 / guarda video-2). Travolgente, seducente, attraente. Non so più a chi riferire questi aggettivi. Per la prima parte dell’esibizione aleggia lo spettro (benevolo) di ‘Miss You’ degli Stones (canticchiata all’inizio da Oblivian per testare il suo microfono) che viene puntualmente accennata dal pubblico ad ogni breve pausa e quasi fatta partire dai quattro musicisti che invece irrorano il secondo segmento di concerto con una colata lavica di boogie blues rock da urlo. Il treno è partito e dietro come tanti randagi scodinzolanti ed eccitati ci siamo noi risucchiati ormai dal pogo saltellante scatenatosi a centro sala.

Prima che finisca il set “ufficiale” Harlan il buono scende e ritorna con un poster di sua maestà Mick Jagger, viene attaccato davanti alla cassa spia di mister Yarber e finalmente ecco ‘Miss You’ versione scarnificata, versione roca, con tanto di video da rimandare ai posteri in cui il protagonista accenna proprio alla “trasmissione” via Youtube (guarda video). Ancora fanciulle sul palco, silfidi pseudo-groupiezzate che movimentano, dipingono di sudore e sana bramosia ormonale una serata ormai deragliata verso la jam finale. I quattro salutano ed escono dalla scena, ma il paffuto agitatore Cripps prende in mano il microfono e ci sollecita al forte richiamo, passano due minuti ed eccoli ancora tutti lì per noi. Un bis che diventa altra mezz’ora di suono passionale come pochi altri avrebbero potuto distillare in questa fredda notte novembrina. Una pazzesca cover di ‘Sweet Jane’ unisce ancor di più la gaudente marmaglia e poi piede sull’acceleratore a manetta roboante con le devastanti ‘Strong Come On’ e ‘Never Change’ che fanno esplodere tutto quello che rimaneva da far esplodere. Il Sinister è una bolgia, di olezzi e schiamazzi, di corpi dondolanti e abbracci appiccicosi. Jack Oblivian lascia questa volta definitivamente il palco, risale ciccio-Cripps armato di chitarra, mentre Harlan il buono svela la sua doppia faccia dedicandosi alla destructo-phase. Si arrampica sulla pila di ampli, sfrega lo strumento, lo sfregia e poi prepara uno straordinario volo d’angelo che al momento della caduta fa letteralmente “stompf!”. Indimenticabile. Anzi, sarà meglio scrivere INDIMENTICABILE. It’s only rock’n’roll un cazzo!

Emanuele Tamagnini

2 COMMENTS

  1. Lo sapevo che mi sarei perso il concerto dell’anno… maledetta vecchiaia, maledetti autobus notturni! Rosico a bestia. Però sono felice che ci fosse gente e che fosse quello giusta. Bella per voi.

    L’altra sera poi a Evangelista eravamo tra i 15 e i 18 astanti… concerto bello e intenso come sempre (nonostante un paio di brani skippati, qualche imprecisione e una miriade di problemi tecnici), ma situazione un po’ triste e a tratti imbarazzante, soprattutto quando a un certo punto la Nostra, pur ringraziandoci per aver trovato lo show (…), ci ha praticamente supplicato di comprare un CD o un vinile perché alla band servivano i soldi per la benzina, invito ripetuto con tono dolcemente intimidatorio a fine concerto. Io, disoccupato e invalido, ancora in attesa di sapere con certezza se avrei avuto l’ingresso a sbafo per i Sonics la sera dopo, una volta appreso conto terzi il prezzo – non propriamente economico – di CD e vinili ho atteso il momento opportuno – quando due o tre persone intorno al banchetto mi avrebbero riparato dallo sguardo fulminante della rocker maledetta – e sono praticamente scappato via verso i sopraccitati notturni, vergognandomi della mia esistenza… un brutto momento, nonchè un triste deja vu (Chuck Prophet all’Init -15 persone, ‘you know, there’s a crisis goin’on, and I have records to sell’ – e almeno altre due o tre occasioni che al momento non ricordo o voglio ricordare).
    Scusate l’OT, e tanti auguri al Sinister Noise!

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