Jack DeJohnette & The Ripple Effect @ Auditorium [Roma, 27/Ottobre/2009]

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Toh! Dopo un lungo periodo di assenza da mamma Auditorium ecco finalmente un evento che mi incuriosisce assai: Jack DeJohnette con zio John Surman, Jerome Harris & Co., per me una garanzia scritta sul granito con titoli come ‘The Amazing Adventures of Simon Simon’ o ‘Invisible Nature’. Purtroppo però il tempo passa e le menti cambiano, certo non radicalmente (come in questo caso), ma abbastanza da far nascere riflessioni ed esclamazioni del tipo “Eh no Jack!”, “John ha raccomandato suo figlio”, “Che p**** sta cantante…”, “Finalmente senza elettronica e voce!”. Ebbene, il progetto Ripple Effect funziona a metà e solo grazie alla metà buona, quella delle “3 J”: Jack, John e Jerome. Gli altri due musicisti, la cantante Marlui Miranda e Ben Surman, purtroppo non danno alcun (o pochissimo) valore aggiunto. In effetti, non appena appresa la notizia di questo progetto, il mio pensiero è stato subito: “Sarà una bel progetto, speriamo facciano un bel disco su ECM”. Poi con un po’ di ricerche ho appreso che un disco in realtà era stato prodotto (Hybrids, 2005) e, dopo un ascolto, il mio pensiero è cambiato in “peccato, i numeri c’erano tutti”.

Perchè non mi piace tanto il progetto The Ripple Effect? Perchè lo trovo scontato in molte parti, perchè le basi dance-house mi provocano l’orticaria quando le usano i grandi Jazzisti, perchè adoro la musica Jazz e la musica etnica ed odio le commistioni di queste con le basi elettro-dance da programmino sul PC. Perchè molte melodie sono pericolosamente al limite del pop, perchè parliamo di gente che ha introdotto nuovi linguaggi nel panorama jazzistico ed ora, dopo anni, fa un passo indietro. Ok perdonatemi, ma lo sfogo c’era tutto, e poi in fin dei conti il concerto non è stato poi così male, anzi a momenti mi ha davvero esaltato. Infatti, superati i primi tre pezzi medi, tutto si è fatto molto più interessante, con atmosfere sintetiche (scuola Surman Senior) ed assoli ottimi nel quarto brano. Un solo di batteria da prima minimale e sfociato poi in furia free jazz (il culmine della serata); un pezzo con intro stile canile (nel senso che il quintetto ha abbaiato letteralmente) sempre con soli da brivido, in particolare quelli di John Surman al sax soprano. Purtroppo però il momento bello del concerto è stato interrotto bruscamente dal pezzo di chiusura. L’orribile rap di Ben Surman, una cosa talmente brutta ma talmente brutta da far rimpiangere Vanilla Ice. La cantante  Marlui Miranda è senz’altro brava, non solo vocalmente, suona anche diversi flauti etnici; a volte però la sensazione che ho avuto è che il suo cantato fosse troppo invadente, diciamo che se fosse intervenuta di meno il livello globale del concerto sarebbe stato superiore. Particolare degno di nota è stato vedere John al sax tenore: un mostro! Grandioso anche Jerome Harris che ho sempre apprezzato molto nei progetti di Ned Rothenberg, un mostro sia al basso che alla chitarra. Jack DeJohnette, che è storia vivente, l’ho apprezzato tanto quanto il concerto, nel senso che essendo lui il leader, a lui ricadono le colpe di cui sopra. Serata a gradimento altalenante, peccato davvero, certo poteva andare molto peggio, potevano chiamare sul palco Kenny G o St. Germain… eheh scherzo.

Gabriele Mengoli