Jacco Gardner @ Monk [Roma, 5/Febbraio/2016]

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In una Roma scevra di soddisfazioni per gli amanti della buona musica, con live di artisti molto attesi annunciati in altre città italiane, ma che saltano a piè pari la nostra, c’è una realtà in ascesa a regalarci qualche gioia. Si tratta del Monk Club, al Portonaccio, che dopo essere stato uno dei posti migliori in cui passare l’estate, con i suoi ampi spazi all’aperto adattabili a varie esperienze, dal cinema ai dj set, fino alle serate letterarie, si è messo in testa di diventare un punto di riferimento anche per l’inverno, con una programmazione di tutto rispetto. Il mese di febbraio parte nel migliore dei modi con un venerdì sera in cui non si lesina sulle due Q più importanti per gli appassionati di musica: la qualità è alta, e della quantità non si può dire di meno, vista la presenza di Jacco Gardner, supportato dai C+C=Maxigross, una delle realtà italiane indipendenti più chiacchierate degli ultimi anni, e i Weird Black, nuovo nome di battaglia di alcuni musicisti romani passati negli anni per varie formazioni senza trovare la consacrazione. Questi ultimi, ma primi a suonare, in realtà ce li perdiamo, il Monk è lontano dalla nostra zona di riferimento e nel lungo percorso basta un minimo contrattempo per tardare.

Prenderemo posto all’interno della grande sala concerti, piena per metà, poco prima che i C+C si presentino sul palco. È la prima volta che riusciamo ad assistere ad un loro live, nonostante li ascoltiamo e monitoriamo già da alcuni anni. Il collettivo delle prealpi veronesi ha debuttato nel 2011 con un EP, seguito dall’esordio sul lungo due anni dopo, con il sophomore, ‘Fluttarn’, che ha mantenuto la regola del distacco di ventiquattro mesi dal precedente lavoro. La scena folk psichedelica li ha accolti e gli ha dato un ruolo di sempre maggior spessore: molte collaborazioni con artisti del loro ambiente, il Lessinia Psych Fest partito da una loro idea e infine il prestigioso invito, ripetutosi nel 2014 e 2016, per suonare al Primavera Sound Festival. I loro tre dischi sono stati registrati nel loro studio di Vaggimal, paesino di 114 anime nel veronese. Sul palco si presentano in quattro (chitarra, basso, tastiere, batteria) e dopo l’intro, solo strumentale, propongono tre brani la cui particolarità è quella di essere cantati da tre componenti diversi della band: prima dal frontman con zuccotto, poncho e barba lunga, quest’ultima ormai nel paniere Istat dei beni necessari per i maschi italiani e supponiamo ancor di più nei monti veneti; poi dal chitarrista, posizionato sul lato destro del palco e voce principale della band; il terzo dal batterista, che in quest’occasione lascia le bacchette per imbracciare la chitarra. La loro esibizione ci ricorda i live dei Föllakzoid, atmosfere dilatate e lunghe code, dove pochi minuti sono sufficienti per portarti in un’altra dimensione. Tra i pezzi che rimangono più impressi c’è ‘Every Time I Listen To The Stones’, tratto dall’ultima fatica discografica. A sorprenderci è anche l’ottima pronuncia inglese nel cantato, una rarità per gli artisti emergenti italiani. Suonano poco più di mezzora e il pubblico, molto coinvolto ed appassionato, ne vorrebbe ancora.

Dopo la tradizionale boccata di nicotina presa all’esterno, tra un live e l’altro, torniamo dentro quando, poco dopo la mezzanotte, Jacco Gardner e la sua band prendono posto sul palco, con le maglie del Monk che si stringono molto di più rispetto al precedente live. Magrissimo, con lunghi capelli biondi e lisci, dolcevita scuro e lineamenti femminei, solo avvicinandoci alle primissime file potremo avere la certezza che si tratti proprio di un uomo. Il ventottenne cantante e polistrumentista olandese è accompagnato dalla sua band composta da quattro elementi (chitarra, basso, tastiere, batteria) ed è in tour per presentare il suo secondo lavoro sul lungo, ‘Hypnophobia’, cover art che richiama quelle degli horror movie anni ’80 e contenuto che invece riporta a suoni psichedelici in gran voga vent’anni prima. Con la sua voce dal gender indefinito (tanto per completare l’opera) ci dice che per molti di loro sul palco è la prima visita alla città di Roma e ciò rende ancora più speciale la serata, addirittura un sogno che si realizza. Non molto originali, a dire il vero, le sue interazioni con i presenti. Molto meglio va quando i membri, strumenti alla mano, ci fanno viaggiare senza bisogno di prendere alcun mezzo di locomozione, assumere alcol o droghe. Dopo una prima mezzora che ci fa immergere così tanto nei suoni da farci dimenticare lo spazio e il nostro dovere di cronista, prendiamo qualche appunto e ci rendiamo conto che il tempo è volato via senza che ce ne accorgessimo. Da lì in poi, chissà se per la nostra interruzione o per un calo di qualità nella scaletta, l’impatto del live sembra scemare, prima di riprendersi sul finale, corrispondente al brano ‘Find Yourself’. La scaletta sarà incentrata in maggior percentuale sul disco più recente, ma ci sarà spazio anche per brani tratti da ‘Cabinet of Curiosities’, primo disco che gli ha dato fama e l’ha fatto aspettare al varco all’uscita della seconda prova, superata agilmente. Dopo un’ora abbondante di set ci sarà il tempo per cari saluti e nessun bis, nonostante il pubblico, molto caloroso, li richieda a gran voce. L’affetto tributato gli farà salutare i fan dandogli appuntamento alla prossima volta, ma, glaciale, non tornerà sui suoi passi. Resteremo un po’ ad ascoltare il dj set e lasceremo il Monk con la convinzione che, dopo aver ingranato, questo locale è finalmente diventato il principale punto di riferimento romano per la musica dal vivo.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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