J Mascis @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Aprile/2011]

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Avvicinatevi, che voglio raccontarvi una storia, disse allora lo zio Joe. Noi non ce lo facevamo ripetere due volte. Dopo un periodo di rivolgimenti e rivoluzioni, di impulsi solitari in nome di un fai-da-te onesto ma qua e là privo di mordente, aveva deciso ormai da un po’ di tornare coi suoi vecchi compari, in nome dei bei tempi. In nome di quei tre, quattro anni fulminanti, di guerriglia memorabile. Con l’irruenza e l’ingenuità dei vent’anni e con un futuro ancora da mordere. Era sempre un piacere starlo a sentire, sebbene a un estraneo potesse sembrare assurdo. Quella voce tremula e biascicante, nasale all’inverosimile, poteva risultare insopportabile, perfino patetica, per alcuni. A noi, ricordava il fascino della leggerezza e della spontaneità, e l’antitesi dell’ipocrisia e della presunzione. E quell’aspetto – un misto di impassibile vegliardaggine e cialtroneria giovanile – aveva un che di familiare e rassicurante.

Ascoltatemi, disse lui. O almeno, questo è quello che a noi ci sembrò di sentire. Invece no: neanche il tempo di discernere il significato di quelle parole smozzate che lui ci fece fare un tuffo nel passato. Il primo ricordo fu quello di una storia vecchia, di quando continuava testardamente a suonare il campanello nella mente di una ragazza che conosceva, o qualche roba del genere, questo si capiva. Si chiama ‘The Wagon’, disse Joe. Inutile dire che la conoscevamo già quella storia, ma ci fece piacere riascoltarla, e ancor più piacevole fu la sorpresa. La chitarra suonava di esperienza e stridore, ma suonava vera, viva, presente, e si innalzava di quando in quando su frequenze e intensità maggiori, di quelle che facevano tremare le pareti della stanza. Stavolta sì, lo sentimmo dire ‘Listen To Me’. Una melodia in minore, dai toni e dalle liriche romantiche, qualcosa di più o meno inedito e inaudito, per le nostre orecchie. Storie degli ultimi giorni, da quando era tornato a rinchiudersi in una specie di isolata beatitudine che, da quanto sentivamo, doveva avergli fatto bene. In fondo, rimaneva il solito, criptico romanticone di sempre. Anche quando la sua chitarra raggiungeva vette insperate di rumore, distorcendosi al ritmo della sua logorrea (a volte, quasi, incontinenza), saturando l’ambiente e lasciandoci l’eredità degli amorevoli ronzii all’indomani, riuscivi a percepire la semplicità, l’immediatezza del messaggio.

Anche le storie degli altri finivano per assumere le sue fattezze, i suoi contorni. Filtrate attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali. A volte mi chiedevo cosa accidenti vedesse attraverso quei fondi di bottiglia. Ancor di più me lo chiedevo quelle rare volte che li sollevava per asciugarsi il sudore. Che, dietro quei sipari, doveva essere vera e propria condensa. Al grido di ‘Repulsion’!, scandiva le note di un altro racconto, uno dei miei preferiti. Certo, l’assenza di Murph e Lou si sentiva. Ma ciò non toglie che fosse uno dei momenti, personalmente, più toccanti. Alternava liberamente cose vecchie e nuove, in modo piacevole e anarchico. Nonostante la differenza di età, lo sentivi vicino. E lo sentivi importante. Anche quando si ruppe la sedia e fu sul punto di finire a gambe all’aria. J non cadde, forse qualcuno soffocò una risata. In ogni caso non batté ciglio e seguì dritto per la sua strada, come aveva sempre fatto. E così facendo, più o meno inconsciamente, la storia. Ancora sapeva tirar fuori i suoi giri migliori: ‘Several Shades Of Why’ ne era un ottimo esempio. E sapeva combinare il piglio malinconico di quest’ultima con la solarità di ‘Get Me’, altro reperto del sempre meno recente passato, o con la corrosività sonica di ‘Little Fury Things’, lasciata significativamente per ultima: un gioiello di accumulo rumoristico e melanconia lisergica. Non era uomo di molte parole. Anche in quella occasione, farfugliò qualche ringraziamento ai presenti, si alzò e, sul suo passo barcollante e malfermo, scomparve alla solita maniera, discreta e confusa. Neanche noi avevamo molto da dire: uno come lui non si poteva che prenderlo così com’è. E così vorrebbe lui. Questione di tempo e le nostre strade sarebbero tornate a incrociarsi. A presto, J.

Eugenio Zazzara

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