Italia Wave Love Festival @ Stadio A. Picchi [Livorno, 22-23/Luglio/2010]

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Si è conclusa domenica 25 Luglio la terza edizione dell’Italia Wave a Livorno, il festival della musica internazionale, che quest’anno ha avuto un indirizzo fortemente elettronico come testimoniano le presenze dei Faithless, Groove Armada, Underworld e Ojos de Brujo. Ma procediamo per ordine. Arrivo nel pomeriggio. Sono venuto in macchina per muovermi il più liberamente possibile. Prima cosa, albergo. Non ho prenotato, mi sono lanciato all’avventura convinto che la Dea fortuna mi avrebbe assistito. E così è stato. Appena “attracco” al primo albergo (clamorosamente a 100 metri dallo stadio, dove c’è il palco principale) è quello buono. Hanno una camera per la prima notte. Serve quella per la seconda. Percorro 300 metri e bum, secondo albergo, secondo centro.

[22 Luglio]

Esordisco giungendo in tempo per vedere almeno metà del concerto dei Fuzztones, la band newyorkese fondata nel 1980, tra le più influenti del movimento garage rock revivalista. Eseguono 16 brani, io parto da ‘Ward 81’ in poi. Ques’ultima è un’amara quanto ironica narrazione dei manicomi. E poi ‘Strychnine’, ’13 Woman’, ‘Action’, ‘Heathen Set’, ‘Johnson in a Headlock’, ‘She’s Wicked’, ‘Bad news’, ‘Action Speaks Louder Than Words’. Nell’andamento generale le canzoni hanno tonalità cupe e spassose dove ricorrono le grida liberatorie di Rudi Protrudi. La piazza è gremita, loro sono in gran forma e si esibiscono con energia. Siamo allo “Psychostage”, il palco è piazzato nella pinetina della Rotonda di Ardenza, praticamente sul mare, con ingresso gratuito. Già dalla mattina alle 10 si esibiscono i gruppi emergenti vincitori del concorso Italia Wave Band regionale (coomprendente le provincie di Arezzo, Livorno, Pisa, Grosseto, Siena) e gruppi del panorama nazionale.

Prima dei Fuzztones, dalla mattina, gli Ilarosso, dal Piemonte, rock alternativo italiano cantautorale, con influenze di musica classica, swing, liscio, tango e la ballata; i Wolther Goes Stranger, dell’Emilia Romagna, gli Herbadelici che fanno un funk bianco, il già noto progetto Bologna Violenta dall’impatto shockante. E poi i friuliani Video Dreams, che non rientrano in un genere ben definito, vista la diversità che c’è tra gli elementi del gruppo (ritmi ska, funky, influenze british). I Fast Animals and Slow Kids (di Perugia), gruppo indie-post punk. Poi tocca a Alessandro Fiori, leader dei Mariposa, con il suo album da solista ‘Attento a Me Stesso’; i sardi Sikitikis, dissacratori che reinterpretano stili vecchi in salse nuove.

La sera, dalle 19 e 20, ci si trasferisce allo stadio comunale “A. Picchi”, dove aprono i Playmobil From Chernobyl, di Caserta, che fondono sonorità elettro-funk e rock utilizzando gli strumenti convenzionali e non, e quindi oltre al basso, la chitarra, la batteria e il synth anche sequencer, theremin e vari altri giocattoli elettronici modificati. Una band che propone uno spettacolo che va oltre la musica, esplorando il teatro e la performance artistica. Dopo di loro, ore 19 e 50, il cosentino Brunori SAS che propone canzoni dirette, disilluse e romantiche con sonorità retrò.

Dalle 20 e 30 è il momento dei grandi più attesi e cominciano gli Ok Go, di Chicago, in data unica in Italia. Formazione ormai culto dell’alternative-rock statunitense. Pesentano il nuovo album ‘Of The Blue Colour Of The Sky’, che abbandona in parte il guitar rock delle origini a favore della dichiarata influenza di Prince periodo ‘Purple Rain’. Damian Kulash – voce e seconda chitarra – ci diletta scendendo dal palco, portandosi asta del microfono e chitarra, per cantare una delle canzoni in mezzo al pubblico in delirio. Alcuni brani sono ripetitivi e tendono ad assomigliarsi un po’ troppo. Allo stesso tempo, però, Damian Kulash e soci mostrano ottime doti di scrittura quando si allontanano dai cliché power pop: come ‘Oh Lately It’s So Quiet’, ‘A Million Ways’, ‘Let It Rain’. Il loro videoclip ‘Here It Goes Again’, è considerato quello più riuscito e visto degli ultimi dieci anni, vincitore del YouTube Video Awards – sezione Most Creative 2006.

Alle 21 e 50 proseguono gli Editors, il quartetto di Birmingham torna in Italia dopo il grande successo riscontrato nelle scorse date (dicembre) a Roma e Milano, ancora a supporto dell’ultimo album ‘In This Light And On This Evening’. Il loro live coinvolge molto, trasmettono sensazioni oscure, e sonorità e voce dalla timbrica simil Depeche Mode. Aprono con la canzone che dà il titolo all’album ‘In This Light And On This Evening’ cupa, greve, solenne, dove si introduce la voce di Tom Smith – anche chitarra e pianoforte – dal tono tipicamente dark. Passano per quelli che sono stati i loro singoli d’esordio ‘Bullet’ e ‘Munich’ che sanno tanto dei primi U2, referenti principali insieme agli Interpol, che purtroppo ritroviamo e, almeno io, sono infastidito nel risentirli continuamente. ‘Smokers Outside The Hospital Doors’ è una canzone semplice ma perfettamente arrangiata con pianoforti che si affiancano delicatamente alle scorrevoli linee di chitarre, che delineano un riffing intenso e tutt’altro che scontato. ‘A Life As A Ghost’, dalla tematica sociale intensa, mette a confronto le diverse realtà del pianeta, dalla fame e la povertà, alla ricchezza e i fasti delle società del benessere. ‘Munich’ ci parla della fragilità delle persone; accusa la sua donna lottando con essa, in ‘You Don’t Know Love’ non prova più l’amore di prima. C’è spazio per versioni acustiche come ‘The Racing Rats’, dove torna il tema di una lei che decide di andarsene. ‘No Sound But The Wind’ in piano a “bassa fedeltà”, sofferta e intensamente malinconica. Non poteva mancare ‘Papillon’ ultimo cavallo di battaglia, con tastiere alla Depeche Mode e percussioni elettroniche dal ritmo dinamico, che si fa più serrato nella successiva ‘Fingers In The Factories’. Gli Editors si confermano una delle realtà più importanti del panorama rock internazionale.

Altra data unica, ore 23 e 45, per i Groove Armada, il duo inglese di musica elettronica originario di Cambridge. Andy Cato e Tom Findlay presentano l’ultimo album ‘Black Light’, uscito a febbraio scorso. Sono già numerosi i cantanti che collaborano, e ora è ospite dei loro dischi una nuova personalità femminile, Saint Saviour, che dimostra sul palco di saperci fare con la voce e ci attrae con le movenze del suo sinuoso, sensuale, atletico e ipnotico corpo. Porta un abito attillatissimo e accattivante, è protagonista e partecipa a numerosi pezzi. Il nome dei Groove Armada dice molto sulla loro musica. I brani che eseguono sono trascinanti, coinvolgenti dove ricorre l’uso della cassa dritta decorata con gli effetti del sintetizzatore e una ciclica saturazione degli alti, che creano sospensione e attesa fino al culmine dell’attacco. Ed è proprio questo l’andamento che inonda i corpi del pubblico che non possono che condividere muovendosi, saltando sull’orlo del delirio. Si perchè è proprio questa la sensazione, musica inevitabilmente travolgente, coadiuvata dagli eccellenti effetti di luce che si proiettano sui corpi danzanti. Sono stati momenti di pura esaltazione. Musica, sensazioni, abbandono, è proprio il caso di dire che ne è valsa la pena. Tra l’altro è stata la serata con maggiore affluenza e partecipazione. I Faithless del giorno dopo non hanno saputo fare altrettanto anche se il loro è stato un altro spettacolo di musica dance di qualità.

[23 Luglio]

Comincia la seconda giornata. Si torna sul palco del Wake Up con le band emergenti. Iniziano, alle 10, i Neuromantik, in live molto godibili, con ritmi e sonorità accattivanti. Siamo sulla new wave e il post punk. Sono toscani, partono da un approccio ruvido e grezzo, come lo è la voce del cantante, sviluppando un proprio sound. Aspetto trasandato per tutti. I brani sono caratterizzati da immediatezza e semplicità compositiva, in antitesi con la ricerca maniacale dei suoni.

Dopo di loro Claudio Lay, dalla Basilicata (in realtà è di origine sarda). Atteggiamento cantautorale, andamento di pezzi come ‘Militi a Roma’ che diventano parole in musica “si sta ammazzando l’uomo a colpi di paura, in triste solitudine, con allegria” (‘Oceania’). In ‘Venuto’ esplora un po’ le sonorità anni ’70/’80. “In questo universo di persone che uccidono quello che è stato il proprio mondo; ci uccidono il tempo, stando in casa, ci uccidono lo spazio, coricandovi, alzandovi; questo mi preme sottilineare, il presente storico…” . Questo ci dice una voce introduttiva che vuole essere la morale. “rifuggo la pena, l’orrore che ti dai”, con un accompagnamento alla classica che incalza in stile psichedelia anni ’60, passando per il nostalgico ‘Diocene’.

Con i The Wookies, (dalla Sardegna) in formazione tutta in tinta verde acqua, arriva una bella ventata di freschezza, proprio quello che mi ci voleva visto che anche se è ormai mezzogiorno, io sto ancora stropicciato dalla nottata (inevitabile), nonostante loro facciano rock’n’roll stile anni ’50/’60. Le influenze sono punk rock che si manifesta nel suono sporco dei loro pezzi. Davvero graditi, smuovono anche il pubblico (non molto numeroso, visto che è mattina di piena estate), che balla un po’ con loro al ritmo delle canzoni.

Indie rockettari i Vickers rientrano perfettamente nel genere, con testi in inglese, voce che sembra cantata al megafono. In pezzi come ‘You Talk Too Much’ è inserita anche l’armonica; ‘I’ll Wait’ è davvero bella, potete ascoltarla sul loro myspace (per anime romantiche e sognanti); anche ‘The Only One’ merita. Poi c’è l’andante ‘Here Again’. A me il cantante mi ricorda tanto Maurizio Vandelli.

Il Disordine delle Cose concludono la sessione mattutina. Il loro disco è stato prodotto dai Marta sui Tubi, con collaborazioni dei Perturbazione, Sirya, La Crus. Sono molto attenti alle melodie e agli arrangiamenti, ricercati, puliti, ordinati, vedi l’inconfondibile chitarra di Carmelo Pipitone ne ‘Il pittore del Mondo’, dove dà una mano anche Tommaso Cerasuolo; o ‘L’altra metà di me stesso’, duetto delicato e convincente tra Marco Manzella e Naif. Oppure la collaborazione con la ormai quasi onnipresente Syria in ‘Infezione’. Testi piuttosto elaborati anche con riferimenti politici (‘L’idiota’).

E’ ora di pausa, si riattacca alle 15 con il palco che diventa Psycho Stage. Vado sul mare, che è lì a due passi, ma con sorpresa mi rendo conto che quella spiaggetta che mi aspettavo di dover chiedere permesso per passare, è in realtà deserta. Ci sono solo due ragazze con le quali non esito a fare due chiacchere (vengono addirittura da Bari). Scambiandoci le impressioni andiamo d’accordo sul fatto che l’atmosfera da festival si sente poco e la partecipazione è ridotta.

Ore 15, si torna ad ascoltare la musica. Tocca ai Les Spritz, siciliani, di Messina. Fascinosi, rumorosi. Complessi nelle strutture e radicali nel suono. Sono un trio strumentale chitarra-basso-batteria. Tendenze post punk e sperimentali, con incursioni noise e momenti metal-funk. Al loro attivo hanno già fatto un album e a maggio è uscito ‘Payaso’.

Vandemars, toscani. Influenzati dal progressive rock anni ’70 e dal noise anni ’90, fanno rock alternativo le cui ispirazioni sono le più diverse, da PJ Harvey ai Portishead, ai Tool, la musica napoletana, il blues. Utilizzano diversi effetti sonori di sperimentazione anche se non lo sono troppo (del genere), vogliono libertà nei pezzi che fanno, e quindi sono diverse le influenze. Lei ha una voce sensuale, a tratti ruvida, altri in soave falsetto. Nel post-esibizione, si parla dell’annosa questione che affligge chi vuole fare musica in Italia. Non c’è spazio per tante tante band emergenti che devono lottare per suonare anche solo nei locali di provincia.

Did, torinesi, dall’atteggiamento sfrontato e squilibrato, nel senso che sul palco si agitano molto e pare sfottano l’intera scena indipendente. Sono passati per i dancefloor della Slovenia e della Croazia, con una spettacolare data ad Istanbul. La Flake Records, punto di riferimento indie per Tokio e dintorni, si occuperà dell’uscita in Giappone. Si presentano in K-way corti gialli, con cappuccio (che indossano anche, immaginate il bagno turco). I pezzi fanno abbastanza rumore e devo dire che smuovono, vedi ‘Hello Hello’ che dopo un intro di voce sbilenca ed effetti vari entra un attacco molto interessante. Suonano con veemenza a ritmi veloci. Giri di basso e batteria ripetuti per interi minuti. Oltre al post punk, ci sono anche elementi afro beat e tropical (vedi ‘Time For Shopping’). Fanno anche ballare con pezzi come ‘Ask U2’, o qualcosa di garage alternativo con ‘Another Pusher’. All’intervista di rito dopo i brani proposti, sono molto schivi e sintetici (sembra proprio che se la tirino).

Altro gruppo di discreto successo, Il Genio, certo proprio quello del tormentone ‘Pop Porno’ uscito nel settebre 2008. Sono leccesi, dal carattere raffinato e retrò, con alto tasso erotico. Un elegante pop elettronico dalle movenze minimali. Languide canzoncine pop sixties irresistibili. La voce ammaliante da gattina di Alessandra Contini, diventa sottile incitazione all’orgasmo, attraverso una timidezza da lolita maliziosa che si rivela dirompente sensualità adulta. Evocano un immaginario in bianco e nero, a spasso per la Parigi anni ’60; prendono spunto dalla canzone d’autore francese e dalle suggestioni di quel japan pop postmoderno ma con le fascinazioni provenienti dal quartiere Shibuya nella Tokyo contemporanea. E fanno espliciti riferimenti a B-Movie. ‘Povera Stella’, è un pezzo accattivante al primo ascolto, minimal-romantico e a suo modo struggente. ‘Giapponese a Roma’ vero monumento trash in cui a Kahimi Karie, la giapponese, veniva fatto leggere un compendio di luoghi comuni su Roma e l’Italia.

Ultimi dello Psycho (ma a tutti gli “effetti” i primi dal punto di vista musicale) i romani Bud Spencer Blues Explosion (BSBE). Sono in due, Adriano Viterbini – voce, chitarra, basso, sintetizzatore e Cesare Petulicchio – batteria, voce-ma sembrano almeno in quattro. Il loro live ha un impatto sonoro impressionante. Potenti, precisi, incisivi e trascinanti è dire poco. Sprigionano un’energia molto potente. Dentro ci sono riferimenti a mondi completamenti diversi, uno spettro musicale che parte dai Led Zeppelin e arriva sino ai Chemical Brothers, sono ora rock, ora grunge, ora blues. Eppure tutto convive in maniera naturale. Cominciano con ‘Voodoo Child’ che Adriano esegue in maniera impeccabile. Passano per una vorticosa ‘Hey Boy Hey Girl’. ‘Esci Piano’ è rock, con giri funky. Altro pezzo attrattivo ‘Mi Sento Come Se’. Ho aqcuistato il loro CD e devo ammettere che ci sono tracce meno soddisfacenti, dove la voce si fa (non me ne voglia, e poi questo è un mio personale azzardo di cui mi prendo tutte le responsabilità), Matteo Maffucci (Zero Assoluto!) e Federico Zampaglione/Sinigallia (Tiromancino!) e non so come questo sia possibile. Ma dal vivo sono impressionanti. Nota di merito all’impianto del palco che ha reso molto bene a livello acustico.

Sono quasi le 19, tempo di una doccia e si ritorna allo stadio. Alle 19 e 35 aprono la serata i Palomino Blitz vincitori delle selezioni regionali del Lazio. Indie pop rock, testi in inglese. ‘No Word Is Better’ si fa ascoltare per la voce sensuale della cantante Mia Julia Schettino, anche se poi diventa molto melodica come ‘Mr. John’. Anche ‘Magic Show’ lo è ma ha più elementi rock. Più minimalista (voce e chitarra), ma comunque efficace, ‘In My Veins’. Si ritorna a un ritmo marcatamente indie, con chitarre rock, in ‘Sad’n’Roll’. Hanno un sound originale e riconoscibile, fruibile e sperimentativo. Dovevano suonare per 20 minuti ma il responsabile di palco alle 19 e 52 gli-stacca-la-corrente! Netto disappunto del pubblico che grida “buffoni buffoni”, poveri loro.

Alle 20 e 05 è previsto l’ingresso degli ...a Toys Orchestra il cui primo nucleo nasce nel ’98 ad Agropoli (nel salernitano). Dal 2001 un album ogni tre anni fino a ‘Midnight Talks’, il quarto uscito nell’aprile 2010, con un sound più energico e appassionato, del quale eseguono diverse tracce: ‘Mystical Mistake’ che da una chitarra piuttosto acida si innesta la voce che sembra un inno incitante da coro. Comunque fanno un rock di impatto sonoro ed incisivo, in alcuni momenti melodico, decadente, nostalgico. Un brano aveva, neanche troppo velatamente, reminiscenze di ‘Confortably Numb’ dei Pink Floyd. Passano per note di pianoforte stranianti e rarefatte. Piglio noir assieme desertico e metropolitano, con enfasi distorsiva, ‘Backbone Blues’.

Alle 21 e 05 entra sul palco il trio francese Urban Swing Soun System, in data unica. Gruppo prevalentemente vocale, molto caratterizzato in scena dalle movenze delle cantanti, tra cui spicca una di loro che muove molto il suo corpo sinuoso; il trucco e i costumi sono chi semplice chi più eccentrico. Con la musica richiamano le atmosfere jazz deli anni ’30 e ’40 e in mezzo ci troviamo il pop e lo swing. Strizzano anche l’occhio a Jim Morrison eseguendo in chiave hip hop ‘People Are Strange’. In questo momento come nel successivo mi sono andato a rilassare un po’ sulla tribuna.

Dopo di loro arriva Noora Noor, definita la regina scandinava del soul. Viene dalla Norvegia, ma è di sangue somalo. E’ un’anima profondamente black, con reminiscenze anni ’60. Sul palco ha un atteggiamento sofferente e allo stesso tempo gaiamente malizioso, con le movenze del collo e della testa tipiche dei neri d’America. Ed è anche sensuale e rabbiosa.

Personalmente lei come le Urban Swing le ho viste da moolto lontano, mentre recuperavo seduto le energie, in attesa dei Faithless, che cominciano lo show alle 23 e 40. Anche per loro data unica. Sono già stati in Italia negli scorsi mesi e forse è questo che ha ridotto l’affluenza di pubblico rispetto a quello che ci si aspettava. Suonano comunque per un’ora e mezza. Un terzo dei brani provengono dal nuovo lavoro della band. Iniziano con ‘Happy’ che ci fa entrare subito in quello che è il mood/groove della serata. Dopo la quale arriva ‘Sun To Me’, ancora dal nuovo album, mentre Maxi Jazz, Rollo e la sensuale ed elegante Sister Bliss iniziano a scaldare il pubblico. Poi una delle pietre miliari della band, ‘God is a DJ’, che arriva dal celebratissimo album del 1998 ‘Sunday 8 PM’: “Dio è un DJ”, sentenzia Jazz, e questo palco, stasera, è la sua chiesa. Un vero e proprio rito celebrativo. I suggestivi ed intensi giochi di luce fanno da cornice al maxi schermo sullo sfondo che proietta diversi contributi a tema sociale, tra cui quelli sulle repressioni della polizia, con le sue bombe, e i suoi radar. Come per i Groove Armada il sound è molto pulito, definito; gli alti sono sottili e asciutti. Si torna a ‘The Dance’ con ‘Feel Me Now’ e ‘Crazy Bal’heads’, poi è tempo per un altro classico, ‘Mass Destruction’, dall’ottimo ‘No Roots’ (2004). A seguire ‘Tweaks’ e poi ‘Insomnia’, uno degli apici dell’intero concerto. Poi partono ‘Everything Alright’, ‘What About Love’ e ‘Bombs’. La chitarra di ‘Swingers’ fa da preludio per il finale di ‘Not Going Home’. La band esce per rientrare subito. Jazz torna davanti al microfono per lanciare gli ultimi due brani : ‘Muhammad Ali’ e ‘We come 1’ i due migliori dell’album ‘Outrospective’ (2001) e Arrivano a un uno-due, a chiudere il set nel modo migliore. Ringrazia il pubblico dicendogli “you are amazing”.

Rimane la nottata al Palamacchia dove si svolge l’Elettrowave. Vado, per quanto possa resistere, e mi godo praticamente in sordina, i due rumeni Raresh e Rhadoo, che con la loro minimal-house-techno, mi avvolgono per un’oretta circa dopo la quale è arrivata per me l’ora di rientrare, visto che la mattina dopo devo, aihmè, tornare a Roma. L’impianto è a dir poco ridicolo, rimbomba ovunue sulle vetrate. Tutto sommato a me questo festival è piaciuto, sarà che era la prima volta. Girando e chiedendo qua e là mi sono reso conto che molte persone non sono state proprio soddisfatte. L’atmosfera non ha rispecchiato le premesse, ma comunque affluenza c’è stata (ho scorto anche qualche vippetto musicale e cinematografico). L’accoglienza non è stata delle migliori. Il problema di fondo è che l’amministrazione comunale e la questura sembra abbiano boicottato Italia Wave, e mettici sopra anche la crisi. Alle prime due edizioni non c’era stato nessun problema di ordine pubblico. Mentre quest’anno le aree “dedicate” erano praticamente militarizzate con la Guardia di Finanza che aveva piazzato cani antidroga davanti all’ingresso principale dello stadio. Il boicottaggio è stato dunque palese, e il messaggio agli organizzatori è chiaro: “Non vi vogliamo qui, sloggiate”. C’è solo da capire se c’è stato un ordine politico oppure qualcuno ha voluto fare lo sceriffo di testa sua visto anche l’inutile dispiegamento di forze nella città.

Cristiano De Vincenzi

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