Isobel Campbell & Mark Lanegan @ Spazio 211 [Torino, 1/Giugno/2008]

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Bisognava vederli questi ex scavezzacollo, orfani della X Generation e con la discografia degli Screaming Trees che ancora gli ronza nelle orecchie, tutti quanti richiamati all’adunata quaggiù, sull’attenti e silenziosissimi di fronte ad un set che fondamentalmente si può definire alternative country (e nemmeno tanto “alt”…). C’era effettivamente il rischio che nel tendone di Ossigeno l’intimità di cui necessita un progettino delicato come questo andasse irrimediabilmente persa e che la musica finisse per diventare tappezzeria alle nostre chiacchiere: così non è stato, e il merito non va solo al religioso silenzio dell’uditorio (che, specie sulle prime, si concederà pochissime alzate di capo) ma anche alla discrezione dei quattro elementi di una band – strano crocevia fra i turnisti di Tom Waits e una Nashville Companion – sempre attentissima a suonare in punta di piedi, per evitare di portare disturbo a loro: lei e lui, la donzella e il bruto, Cappuccetto Rosso e il Lupo, la Bella e il Bestione. Partiti da un sodalizio artistico a distanza un paio d’anni orsono, i due ormai si muovono come sposini di scena rimproverando l’una i viziarelli dell’altro: “We are all waiting for Mark. He’s probably smoking now” dice la Campbell a metà concerto, lamentando l’improvvisa scappatella del compagno; subito lui riappare da dietro la quinta, mozzicone acceso ancora fra le labbra. Si intona ‘Keep me In Mind Sweetheart’ a suggello di un idillio perso e subito ritrovato: gran parte del materiale in scaletta proviene ovviamente dalle due uscite che portano accoppiati i loro nomi, con qualche gradito estratto dal laneganiano “I’ll Take Care Of You” per l’occasione riadattato all’intreccio delle due voci. Certo, se pure molte delle scritture che più hanno ammaliato questa sera portano la sua firma, va detto che qui la voce di Isobel Campbell rimarrà poco più di un’ipotesi, a volte ulteriormente mortificata da un prepotente basso elettrico: al contrario, escludendo la finale ‘Wedding Dress’, Lanegan è sul palco soltanto in veste di interprete… e che interprete! Sia su uno spartito di Hank Williams o su un blues dei Gun Club, è alla sua di voce che tocca riempire la sala e nessuno si azzardi a cantarci sopra: noi staremo qui in piedi finchè sarà lui, e lui soltanto, a dircelo “the party is over men/So draw the curtains down (…)“.

Simone Dotto

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