Iron Maiden @ Postepay Rock In Roma [Roma, 24/Luglio/2016]

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Gli Iron Maiden sono a quel punto della carriera in cui assistere ad un loro concerto significa trovarsi di fronte ad un pezzo di storia, fortunatamente una storia ancora viva, tutt’altro che mummie imbalsamate. Un evento che unisce generazioni lontane, chiamate a raccolta dal medesimo minimo comune denominatore. Quello che avviene sul palco ha un valore simbolico, tipo un rituale, è uno show scadenzato da appuntamenti fissi che il pubblico conosce già, ma che vuole vedere e che si gode alla grande. C’è poco, forse nulla di “imprevedibile” o lasciato al caso e solitamente non sono un amante di questo tipo di show, in cui va in scena sempre lo stesso copione, se non fosse che in questo caso l’atmosfera mi è parsa decisamente diversa, la band infatti non da mai l’impressione di svolgere il compitino, anzi. I Maiden sanno cosa rappresentano per queste persone ed il pubblico metal sa essere caldo, fedele e galvanizzante probabilmente più di qualunque altro, è questo l’ingrediente segreto che fa sì che anche la band sia visibilmente divertita nel fare quello che fa, nonostante anni di lunghi e faticosi tour. L’inizio è affidato a due pezzi del nuovo album, ‘The Book Of Souls’, esattamente le prime due del disco, l’epica ‘If Eternity Should Fail’, seguita da ‘Speed Of Light’, che invece ha un tiro molto più rock’n’roll che rimanda ai fasti dei primi due album. Bruce Dickinson, sempre in forma atletica smagliante, scherza su volumi e potenza dell’impianto (effettivamente un paio di ripetitori a metà parterre non ci starebbero male per niente), poi annuncia che la scaletta prevederà sia pezzi nuovi che vecchi, la platea si esalta, così il frontman chiede quanti nel pubblico fossero nati quando uscì ‘The Number Of The Beast’, ascolta compiaciuto il tipico boato che precede il “classicone” e finalmente parte ‘Children Of The Damned’. Seguono ‘Tears Of A Clown’ e ‘The Red and Black’, alla fine i pezzi estratti dall’ultima fatica in studio della band britannica saranno sei su quindici, va da sé che ogni altro pezzo più “datato” sia accolto da grande entusiasmo e cantato con sacralità e commozione, come se fosse un inno. E’ il caso di ‘The Trooper’ e ‘Powerslave’, durante la quale Dickinson indossa una maschera che da lontano sembra quella del wrestler Rey Mysterio, ma che probabilmente era da schiavo sadomaso. Cambio di maschera, stavolta è una testa di scimmia di peluche, per ‘Death Or Glory’ che anticipa ‘The Book Of Souls’ quindi l’ingresso di Eddie, il simbolo e la “mascotte” che ha accompagnato tutta la carriera dei Maiden, al quale Dickinson strappa bonariamente il cuore dal petto, il tutto naturalmente tra il divertimento generale. Un’altra cosa bella dei concerti degli Iron Maiden è il mood che si respira, uno magari pensa al metal come a qualcosa che debba essere sempre e necessariamente incazzato, cupo o serioso, invece qui avviene l’opposto, Dickinson ama interagire scherzosamente col pubblico ed in generale anche gli altri componenti sono perennemente sorridenti e fomentati, si vede che si divertono, ma su tutti il re incontrastato è Janick Gers, che si esibisce in numeri funambolici con la chitarra, a volte rubando anche la scena anche allo scatenato Dickinson. L’esecuzione musicale dei brani, neanche a dirlo, è impeccabile, non si può dire lo stesso della voce, ma questa è una cosa messa ovviamente in preventivo dal momento in cui, oltre al fattore età, è noto a tutti che a Dickinson lo scorso anno fu diagnosticato un tumore alla lingua, poi fortunatamente debellato. Il finale prima dei bis è amarcord pura con il trittico ‘Hallowed Be Thy Name’, ‘Fear Of The Dark’ e ‘Iron Maiden’. Una brevissima pausa e poi è il momento di ‘The Number Of The Beast’, siamo quasi alla fine, ma prima di chiudere con ‘Blood Brothers’ e ‘Wasted Years’, Dickinson si prende un paio di minuti per pronunciare delle belle parole con cui esalta la capacità della musica di riuscire ad unire persone provenienti da diversi angoli del mondo grazie alla stessa passione, anche in un momento storico teso come quello attuale.

Niccolò Matteucci

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