IOSONOUNCANE @ Blah Blah [Torino, 10/Aprile/2015]

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“Oh Jacopo, gran concerto ma a metà disco che è successo?”. “Non ne ho idea il Mac s’è spento da solo. Non mi era mai capitato”. Quello che il detentore del marchio IOSONOUNCANE non sapeva, mentre rispondeva incredulo, è che da mesi sui concerti di Torino aleggia una sfiga cosmica. Per di più, questa si è biecamente accanita con la scena indipendente italiana. Cito solo i drammatici live dei Thegiornalisti o dei Verdena di qualche settimana fa. In questo caso, grazie al cielo, non ci sono state le stesse nefaste conseguenze. Mi perdonerete quindi se inizio la cronaca della serata con l’unico infortunio avvenuto durante il concerto di presentazione del disco ‘DIE’. Mi sembrava divertente aprire il pezzo con questa baggianata. Mi sono così divertito a collegare queste sfighe così diverse, avvenute tutte in locali differenti, inventando una finta maledizione sabauda. Il programma della serata prevede in apertura il giovane cantautore Nicola Martini, che ho conosciuto ma che non sono riuscito ad ascoltare, subito dopo è il turno del titolare effettivo della serata. Lo stesso ha diviso concettualmente in due il suo spettacolo che vedeva nella prima parte la riproposizione integrale del nuovo disco e nella seconda qualche canzone di cinque anni fa. A questo punto è necessario spendere due parole su ‘DIE’. Si tratta di una magnifica suite di 38 minuti divisa in 6 movimenti. Un concept album che, con poche ma essenziali parole, descrive la storia di due amanti lontani che non è dato sapere se si rincontreranno di nuovo. Una favola con un finale aperto. Le due figure sono immerse in un paesaggio che, anziché stare sullo sfondo, recita anch’esso come personaggio vivo sul palco dell’opera. La musica su cui si poggiano queste frasi è quasi indescrivibile nella sua complessa essenza. Beats, strumenti campionati, tastiere giocattolo, fiati, corni, campanacci, cori femminili, suoni destrutturati e ricuciti. In mezzo a tutto questo una voce, a tratti amichevole e soave ma spesso invece veemente e rabbiosa, specie quando canta di luoghi imbevuti di dolore. Descrivere un’opera di tale complessa semplicità è davvero difficile, e credevo fosse arduo anche riproporla dal vivo. Si correva il rischio o di cantare su di una ricca base o di snaturare il concetto stesso del disco suonandolo troppo. Come al solito i miei dubbi erano infondati. Il disco dal vivo si arricchisce di nuovi suoni, di piccole nuove parole ma soprattutto la voce di Jacopo si carica di un rinnovato furente vigore. Il disco scivola lento, il tempo sembra quasi rallentare. A metà dello stesso avviene quel pasticciaccio brutto che ho descritto all’inizio. Durante l’incipit del cantato di ‘Carne’ la base si spegne e il povero cantante può solo ululare un doloroso e ironico “Noooo”, maledire la tecnologia che l’ha tradito e ricominciare da capo. Ma queste piccolezze non turbano minimamente lo spettacolo nel suo complesso che dopo la parte dedicata a ‘DIE’ offre due pezzi dal disco precedente. La scelta dei brani sembra quasi scontata: prima la lunga canzone che dà il nome all’album e infine la versione con acustica de ‘Il Corpo del Reato’. Se però quest’ultima viene riproposta in una versione molto aderente all’originale, la ‘Macarena su Roma’ invece viene presentata in un adattamento più asciutto e caustico, con un monologo più lungo del previsto. Finite queste, finito tutto. Nessun encore ma era prevedibile, dopo oltre un’ora a reggere il palco da solo, aiutato solo dall’ottimo Bruno Germano alla console… alla fine va più che bene così. Infine mi tocca scrivere delle oggettive considerazioni finali che però mi risultano molto difficili da esprimere. Da oltre un mese ascolto in loop queste note, prima solo ‘Tanca’ ora tutto il disco e poi colpo di grazia, ho avuto il privilegio di conoscere e discutere con l’uomo dietro al canide da palcoscenico, quindi mi trovo totalmente avviluppato in questo progetto e non potrei dare dei giudizi imparziali. Posso però affermare che ogni intenditore di musica dovrebbe ascoltare questo lavoro nella sua forma pura o in quella meravigliosamente imperfetta dei live e decidere in piena autonomia se si tratta o meno di un capolavoro. Per quanto mi riguarda, non ho dubbi.

Gerri J. Iuvara

Foto di Silvia Cesari