Intervista QUEENS OF THE STONE AGE [Milano, 18 Giugno 2007]

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Sono in ritardo. La tabella di marcia è stravolta. Un paio di macchine hanno preso a testate un furgone. Restano solo tre ore all’appuntamento con i Queens Of The Stone Age, fissato per le 14 in un lussuoso hotel meneghino, che segna l’unica fermata italiana della band californiana. Non ho più tempo. C’è traffico. Qualche bicicletta ricorda che dopo tutto questo è il nord. I mattoncini rossi del Westin Palace sono una delle cose più belle viste in città. Seminascosto rispetto alla piazza. Arretrato su di una piccola collinetta. Sembro Johnny Depp in ‘Minuti Contati’ ma sfortunatamente alle calcagna non ho Christopher Walken. L’interno dell’albergo ricorda quello del Titanic. In fondo al corridoio c’è la mia porta. Di spalle, alla testa del tavolo, ci sono Josh Homme e Troy Van Leeuwen. Sui fianchi tre più tre giornalisti che hanno già formualto la prima domanda. I due “Queens” si girano e mi guardano. Poi Josh Homme, indicando una sedia alla sua sinistra, esclama fingendosi arrabbiato: “Vai a mettere il tuo fottuto culo laggiù!”. Provo a dare la vera spiegazione del ritardo. In risposta i due cominciano a ridere prendendomi in giro sulla veridicità della scusa ed invitandomi a cercarne una migliore. Ma non è finita. Quando tiro fuori il vecchio registratore, cercando una posizione di favore acustico, i due compari cominciano a passarselo tra le mani incidendo versi e sadici ridolini. Ora sono a mio agio. L’elegante Van Leeuwen funge da spalla all’imponente sagoma di Ginger Elvis, che indossa una camicia verde militare, giochicchia con la catenina/piastrina che tiene sempre al collo, dispensa sorrisi e ilarità con quei grossi occhi furbi da eterno collegiale. “Era Vulgaris” è il punto nodale. Il nuovo album. Un ulteriore passo avanti. Di questo si stava parlando prima del mio rumoroso arrivo.

“Tutti i dischi che abbiamo fatto sono sempre stati realizzati pensando alla gente. La nostra gente. Per quel pubblico che così fedelmente e con entusiasmo ci segue da anni. Proprio per questo non pensiamo di esserci mai fermati a guardare noi stessi ma abbiamo continuamente cercato di andare avanti. Per non essere prevedibili. Scontati. Ecco che se ‘Lullabyes To Paralize’ era senza dubbio un album dipinto di dark, per certi versi oscuro, ‘Era Vulgaris’ appare più torrido, meno prolisso ed è un deciso ritorno alle atmosfere desertiche. Alle nostre radici. Ma è anche vero che in questo disco non c’è un brano che può far prevedere lo sviluppo del successivo. Abbiamo voluto tributare i fan della prima ora alzando la voce per dire che i “Queens” non devono essere considerati una moda. Un trend. Ma vogliono essere la guida di una generazione. Del resto la mia generazione è differente da quella degli Who.”
Atmosfere care alla serie delle “sessioni desertiche” ma è innegabile come ‘Era Vulgaris’ suoni molto più levigato, molto più tecnologicamente complesso e decisamente “avanti” rispetto al precedente (a mio avviso sottovalutato) ‘Lullabyes To Paralize’.
“E’ un lavoro istintivo che ci è costato molto più tempo rispetto ad una qualsiasi ‘Desert Session’. Ma alla fine credo che suoni con quelle stesse vibrazioni. ‘Era Vulgaris’ è contraddistinto dal suono della chitarra. Che è molto heavy. Che è dopo tutto il mio stile al quale ho lavorato duramente negli anni per far si che oggi possa essere distintivo per i Queens Of The Stone Age. Il lavoro di Troy e di Joey Castillo viene invece inserito “lateralmente” per far si che la chitarra possa primeggiare sempre nel mezzo avendo alle spalle un sostegno ritmico sempre di primissimo piano.”
Sapete che esiste una band irlandese chiamata Era Vulgaris e che sono molto felici della pubblicità che loro malgrado hanno avuto da voi?
“Francamente qualcosa sapevo… ma è un titolo che ci è ronzato nella testa da tempo e non ci siamo affatto preoccupati di verificare se là fuori ci fosse qualcosa o qualcuno che avesse lo stesso nome.”
Chi ha avuto l’idea di utilizzare le lampadine per la copertina dell’album e perché la scelta è ricaduta su dei disegni così ben memorizzabili visivamente?
“Quei disegni arrivano dall’iconografia pubblicitaria degli anni 50. Anni per noi fondamentali se visti sotto l’ottica del rinnovamento e di una certa posizione nei confronti del governo del periodo. Quindi avevamo pensato a qualcosa proprio che richiamasse quella decade. Una sorta di visione della “modern age” dell’epoca attraverso dei semplici oggetti come le lampadine che diventano protagonisti di vere e proprie strisce a fumetti. Ci siamo quindi divertiti a creare delle storie… grazie anche al mio spiccato sense of humour che molto spesso viene equivocato… ma non importa!”
Perché la title track nella quale compare Trent Reznor, inizialmente prevista nella track list finale, è stata poi eliminata e “spostata” come b-side?
“Probabilmente sempre per colpa del mio sense of humour! (ridendo di gusto, nda). Beh penso che non sia riuscita così bene come ci aspettavamo. Magari la utilizzeremo in futuro… chissà! Comunque fa sempre parte della nostra voglia di sperimentare e di guardare avanti. Abbiamo provato e credo non ci sia niente di male nel riconoscere che alcuni risultati possono venire fuori al di sotto delle proprie aspettative.”
Tra le cover che finiranno come bonus track nelle varie edizioni speciali, oltre a ‘Goin’ Out West’ di Tom Waits spiccano quelle più curiose di ‘Christian Brothers’ di Elliott Smith e ‘White Wedding’ di Billy Idol. Scelta precisa o puro caso?
“Il pezzo di Elliott Smith è davvero fantastico. Una splendida canzone che ha tra l’altro uno strano arrangiamento molto interessante da suonare. E’ un brano delicato che parla al cuore. Che tocca il cuore. Elliott Smith è l’artista definitivo in questo senso. Da ascoltare dopo aver bevuto, quasi disperati e totally naked (imitando una voce decisamente alticcia, nda). ‘White Wedding’ è una sorta di omaggio a Billy Idol che vidi dal vivo appena dodicenne proprio dalle mie parti. Laggiù nel deserto. Era un evento perché non è che venissero poi tanti artisti a suonare in quel posto così isolato. Andai al concerto con mia sorella maggiore che all’epoca era una sua fan incallita ed ero incredibilmente agitato, eccitato.  La cover è praticamente stravolta. Quasi parodiata. Un’autentica desert version. Non aveva senso rifarla identica all’originale.”
In ‘River In The Road’ c’è la partecipazione di Mark Lanegan… ma sei tu che canti non Mark!
“Si, certo canto io. La collaborazione di Mark come guest è stata veloce, velocissima. Ci aveva appena lasciati dopo il tour e con un messaggio lo abbiamo richiamato visto che la canzone si adattava perfettamente alla sua voce (e qui intona un rantolo profondo per imitare il contributo di Lanegan al pezzo! Nda). E’ bastata appena mezz’ora e tutto era fatto.”
Dopo l’esplosione dei Kyuss e più recentemente dopo il successo dei Queens Of The Stone Age il “deserto” viene spesso, sempre, citato come meta definitiva per molti artisti che vogliono comporre musica proprio da quelle parti. Senza dimenticare che anche un festival importante come il Coachella si svolge laggiù. C’è un motivo scatenante che ha fatto si che la parola deserto assumesse così tanto significato?
“Non penso assolutamente che il deserto sia divenuto un posto di moda. Non c’è un mistero che avvolge quei posti. E’ un gran bel posto per lasciare da parte tutti i problemi del mondo, per alienarsi, per pensare. Ma è anche un posto dove è tremendamente difficile vivere per le sue mille difficoltà. Chi viene come semplice visitatore al massimo ha la forza di rimanere due giorni. Immense distese dove ogni tanto si incontrano strane persone, dei reduci della guerra in Vietnam, senza denti, con i capelli lunghi, con i tubi dell’ossigeno nel naso e magari con al fianco una sorella grassa. Chilometri di nulla e ogni tanto qualche casa. E dentro quella casa sai che ad abitare non può essere una persona normale! E’ però un posto magico. La magia sta nel paesaggio. Nella desolazione. Nell’America immersa nel nulla. Ma è da lì che vengo. Per me è diverso. Per me è facile andare a pranzo giù al Joshua Tree, dove conosco tutti, è tutto più naturale dal mio punto di vista.”
Pensate che con ‘Era Vulgaris’ i Queens Of The Stone Age possano essere considerati pop… del resto vi siete sempre mantenuti a metà strada tra l’approccio “popolare” e quello più segnatamente alternativo…e questo disco tra l’altro dura circa dieci minuti in meno rispetto ai due album precedenti.
“I Queens sono come il bacon. Stanno tra la pop music e la musica intellettuale, quella incomprensibile. I Queens stanno nel mezzo. Proprio come il bacon. Possiamo essere intricati e allo stesso tempo comprensibili. Questa è la nostra magia. Nel momento che assisti ad una magia significa che ci hai creduto, significa che è la tua realtà. I Queens sono così. E questo è davvero un dirty dirty record.”
L’ultima domanda riguarda la seconda tua collaborazione al progetto UNKLE. Nel nuovo disco ‘War Stories’ canti in ‘Restless’ che sembra un brano dei Chemical Brothers. Un’apparizione che sembra ormai divertirti no?
“I love to go dance! Penso sia un gran bel disco che rompe gli schemi e butta giù parecchi muri. Prende spunto dai molti artisti che collaborano come sempre ai loro album… e comunque suono la chitarra anche sul primo brano! Per me va bene così…”

Per la band è tempo di sound check. Mi avvicino a Josh Homme per ringraziarlo e salutarlo. Una stretta di mano forte come la pietra, uno sguardo dritto negli occhi e con quel sorriso a tutta bocca mi raccomanda: “Hey la prossima volta vieni prima!”.

A cura di Emanuele Tamagnini

Intervista pubblicata su Classix! # 14 (Settembre 2007)

1 COMMENT

  1. Per quanto non li abbia ascoltati molte volte, eppure, se dovessi buttarmi, direi che a me piace più ‘Lullabies To Paralize’ che ‘Era Vulgaris’…forse ho bisogno di più tempo, però boh, il disco precedente mi rimane più in mente.

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