Intervista Keith Foti

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Intervista raccolta da: Emanuele Tamagnini

31/Maggio/2006

Potevamo lanciare questa intervista come un sensazionale scoop… tipo “quattro chiacchiere con l’ultima persona che ha visto Jeff Buckley vivo…” o cose di questo genere. Ma avremmo spacciato carne in scatola per filetto al pepe verde. La realtà che leggerete più avanti è quella di un ragazzo che ha poca voglia di parlare della sua avventura, di Memphis, di quel periodo accanto all’angelo Buckley anche perchè intento a terminare un libro su quei giorni che cambiarono la vita a molte persone. La curiosità di rintracciare Keith Foti, che il compianto musicista incontrò proprio nella città del Tennessee, è nata da settimane vissute con una forte nostalgia e con il doveroso ricordo della sua prematura scomparsa apparso proprio su queste pagine. Keith Foti è un musicista ed uno stimato acconciatore nel mondo dello spettacolo – un autentico “hair god” come ama definirsi. L’unico album solista risale al 2004 (“All That Still Remains”) edito sulla sua etichetta Powerline e coadiuvato in studio da musicisti navigati come Scott Shriner (bassista dei Weezer) e Chuck Kentis (tastierista di Rod Stewart). Mentre in sottofondo la funzione repeat è inchiodata su ‘Forget Her’, le mani si sciolgono sulla tastiera, come le pulsazioni cardiache quando sale il finale del pezzo, tessuto dall’organo tra ispirazione, lirismo e sofferenza…

Allora Keith raccontaci un po’ di te… da dove vieni… il tuo background musicale…

Sono cresciuto a Fairview nel New Jersey e all’età di cinque anni mi sono spostato a Bergenfield dove ho vissuto fino ai diciotto. Due anni dopo ero a New York in un piccolo appartamento/studio di Manhattan. Ho quindi iniziato a suonare come solista nei piccoli club e nei bar intorno alla città. La mia infanzia è stata caratterizzata dalla musica rock. Il primo disco fu “Destroyer” dei Kiss… avevo circa quattro anni, mio padre mi portò in un negozio di dischi della zona, a Cliffside Park esattamente, e lo sguardo rimase incollato su quella copertina! Tutto quel make up e quell’uscita dall’inferno colpirono il mio immaginario… ma lo ascoltai ugualmente. Mia madre, invece, era una fanatica dei Beatles che ascoltava tutto il giorno. Senza dubbio è stata una grande influenza che ho portato sempre con me, poi sono arrivati Ozzy, Van Halen, Ac/Dc ed una schiera di formazioni di fine anni ’80 come i Jane’s Addiction. Ecco proprio la band di Perry Farrell ha rappresentato un’enorme ispirazione in quel periodo… fino a quando non sono diventato un pochino più vecchio da tornare a Bob Dylan e Neil Young.

Quando hai capito che potevi iniziare a scrivere canzoni…

All’età di diciotto anni. Fu un periodo molto duro della mia vita così presi una chitarra e composi il primo pezzo che si chiamava “Would You”. Avevo interrotto una storia sentimentale e l’unico modo per chiedere scusa a quella ragazza mi sembrò essere una canzone. Da quel giorno la musica, la mia musica, è servita spesso per lenire il dolore di momenti non troppo felici.

Il 29 maggio 1997 eri con Jeff Buckley a Memphis… cosa ricordi di quel giorno funesto

Il giorno che Jeff annegò è stato il peggiore della mia vita. La confusione, la tristezza e la disperazione sono ancora presenti e difficilmente cancellabili. E’ quel tipo di esperienza che cambia le persone per sempre. Sto lavorando ad un libro che racconta gli ultimi giorni con Jeff… così… beh mi dispiace ma non posso aggiungere molto altro su quest’argomento… sorry!


Almeno qualche parola per ricordarlo…

Io mi auguro che rimanga per sempre qui con noi. Ringrazio ancora il Signore per aver avuto la fortuna di trascorrere quei momenti con lui, ricordo la sua incredibile energia, la magia che riusciva a creare intorno. Usando una metafora potrei dire che la sua forza può essere rappresentata da una pentola in ebollizione su di una stufa… che sbuffa e scintilla… ma non potrai mai avere l’opportunità di fermare quel fuoco. La musica di Jeff parla da sola. Ha cambiato la mia vita e quella di centinaia di persone.

Anche la tua risente di quell’influenza… è molto evocativa e profonda… e poi una curiosità: chi è “Gloria”?

“All That Still Remains” è come un album di fotografie pieno di ricordi ed ispirazioni musicali ben precise. Volevo realizzare un disco che potesse dipingere ogni cosa avessi visto e ascoltato fino ad allora… perchè quando guardi indietro riesci a focalizzare solo i ricordi. Volevo regalare alla gente un mio ritratto: chi sono e cosa è stata la mia vita. Gloria ha un doppio significato nella canzone. E’ un altro modo di definire l’eroina. La droga è come una ragazza che riesce a portarti “fuori giri” a farti sballare. Nel pezzo parlo della prima volta che ho provato l’eroina… c’era una ragazza che camminava fuori dalla porta del bagno…si chiamava Gloria. Non so che fine abbia fatto ma so che il sound della canzone è il mio modo di descrivere quello che si prova andando “fuori” con quella droga.


Ci sono novità per la tua etichetta?

No, per il momento nessuna. La Powerline non ha intenzione di pubblicare un altro album solista di Keith Foti… ah ah ah!

Appari nel documentario “Amazing Grace” dedicato agli ultimi giorni di Jeff Buckley… ricordi cosa dicesti in quell’occasione?

Pensa che non ho mai avuto l’opportunità di vedere quel film! Mi intervistarono sei anni fa e francamente non ho idea di cosa raccontai!!!


Ultima domanda riguarda Los Angeles… com’è la vita in California… e se vuoi lasciare qualche parola ai nostri lettori…


La vita a Los Angeles è un continuo divertimento! Il tempo è ottimo, le ragazze sono deliziose ed ogni sera c’è una grande band da qualche parte in città. E’ molto eccitante essere un hair stylist per le celebrità in questo posto… la vita è senza dubbio più interessante. Vorrei ringraziare chiunque leggerà questa intervista e se qualcuno vuole mandarmi qualche “bella italiana ragazza”… ce ne sono poche da queste parti! Mia madre dice che avrei bisogno di una ragazza italiana per sistemarmi…comunque l’unica cosa negativa a L.A. è che non si trova il cibo italiano…!!!

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