Intervista JOHN GRANT

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In occasione del suo ritorno “italiano” al Castello di Abbiategrasso per le giornate del Video Sound Art Festival (leggi), abbiamo incontrato John Grant qualche ora prima della sua emozionante esibizione. Quello che leggerete è il risultato di una piacevolissima conversazione a tutto tondo in cui l’artista americano non ha risparmiato di confessarci sogni, speranze e qualche gustosa curiosità…

Non si tratta della tua prima volta in Italia, immagino. Ma hai già suonato con gli Czars o solo in veste solista?
Con gli Czars ho suonato in Italia due volte, non molto tempo fa. Abbiamo suonato a Roma, al Circolo degli Artisti. Ho suonato anche a Milano, una volta, ma non è stato un bel concerto in realtà…
Dove hai suonato?
Non so. Non riesco a ricordarmi, anche perché è stata davvero una brutta serata per me.
Davvero? Si è trattato di problemi acustici o…
Non si era creato un buon rapporto con i tizi del club, l’ambiente non era dei migliori. Però ricordo che ho fatto un’intervista e la giornalista era fantastica. Abbiamo parlato un po’ di Jolly Music, hai presente? Francesco, quel tizio italiano che suona musica disco italiana e che ha suonato con questa band, Jolly Music?
Mmm, non credo di conoscerlo…
Devi assolutamente ascoltarlo: suona della disco music davvero figa, affascinante. Comunque, ricordi Erlend Øye, dei Kings Of Convenience? Francesco ha collaborato con lui nel suo album solista: è l’autore di uno dei brani, ‘Prego Amore’. È molto bravo. È il mio pezzo preferito di quell’album e ho sempre voluto incontrarlo. Beh, questa giornalista che mi ha intervistato lo conosceva e mi ha dato il suo indirizzo email.
So che sei appassionato dallo studio delle lingue, ne conosci diverse e mi stavo chiedendo cosa ne pensassi dell’italiano e se fossi in grado di parlarlo un po’…
Non sono molto bravo a parlarlo, ma riesco a leggerlo. Ho cominciato a migliorare da quando ho comprato un libro di grammatica. Quindi, lo sto studiando, i verbi ad esempio, e penso che prima o poi riuscirò a parlarlo. Non credo ci vorrà poi molto perché… sai, ho studiato il russo e il tedesco, e il russo ha più o meno lo stesso tipo di vibrazioni dell’italiano. È una specie di rrrrr…
Diciamo, un suono simile…
Sì, un suono simile ma sono piuttosto affini anche a livello di accento, ci hai mai fatto caso? A volte mi riesce difficile distinguere un russo da un italiano quando parlano in inglese: mi confondo e penso che il russo sia un italiano e l’italiano sia un russo. E anche lo spirito de due popoli è simile: sono amichevoli, socievoli ed energici.
Quando è iniziato il tuo rapporto con la musica? E quando hai pensato che la musica potesse diventare la tua attività principale?
Sono cresciuto suonando il piano. Ma non sono mai stato costante nello studio: non avevo mai voglia di studiare le scale, sai. Insomma, non ho mai praticato molto e quindi non sono diventato bravo così come avrei potuto se avessi fatto più pratica. Ho quindi lasciato perdere e ho cominciato a studiare lingue, cosa che mi ha tenuto occupato per molti anni. Ho studiato tedesco, russo e spagnolo, ho vissuto per sei anni in Germania…
Hai studiato all’università lì, vero?
Sì sì. E poi ho lavorato come cameriere per tredici anni. Quando ho lasciato la Germania e sono tornato negli Stati Uniti, nel frattempo ero stato incoraggiato da alcune persone in Germania a provare a cantare. Dicevano che avevo una bella voce. In realtà, avevo sempre pensato di avere una bella voce, ma avevo bisogno di qualcuno che mi incoraggiasse prima di sentirmi sicuro di poter cantare. Avevo paura di fare una scelta del genere. Anche perché non è per niente facile avere a che fare con la musica: è un settore difficile, devi sentirti davvero sicuro per riuscire. Quindi alla fine ho iniziato a pensare di poter fare musica abbastanza tardi, quando già avevo più di venticinque anni. In precedenza, avevo valutato la possibilità di fare musica elettronica, ma semplicemente come tastierista: non avevo preso in considerazione l’idea di cantare, di essere il cantante principale in una band.
Poi sei tornato a New York e hai cominciato a suonare con gli Czars?
Precisamente ero a Denver, quando ho cominciato a suonare con gli Czars. Sono tornato a Denver e ho iniziato a suonare con loro, ma poi sono andato a New York. Gli Czars si sono formati nel 1994; quando si sono sciolti nel 2004-2005, io ero ancora alle prese con problemi legati a droga e alcool. È stato in quel momento che ho cominciato a curarmi, mi sono ripreso e ho deciso di iniziare una nuova vita a New York.
Ed è stato lì che ti sei incontrato con i Midlake, o meglio, i Midlake ti fecero quell’offerta di raggiungerli in Texas…
Io e i Midlake non eravamo ancora amici, a quel tempo. Siamo sempre stati nella stessa etichetta, la Bella Union, e ci siamo incontrati per la prima volta al South By Southwest, a Austin. Siamo rimasti in contatto finché Eric Pulido, uno dei chitarristi, mi invitò a cantare al suo matrimonio, e questo ci ha permesso di cementare il nostro rapporto. E lui mi disse ‘non devi mollare. Perché non vieni a registrare il tuo album solista da noi?’ Mi diedero molto incoraggiamento proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno.

In quel momento eri ancora alle prese con problemi di alcool, quindi?
Esatto.
Ma hai comunque aspettato due anni prima di accettare il loro invito, no?
Beh, in quel periodo stavo lavorando come interprete di russo a New York, e come cameriere, ovviamente, eheh. Il lavoro come cameriere era quello più stabile e fino ad allora non avevo lavorato molto nel campo dell’interpretariato: stavo collaborando con il New York University Hospital come interprete medico.
Si trattava di un lavoro da freelance, no?
Sì, esatto. Sai, avevo cominciato a costruirmi da solo una nuova vita: avevo l’assicurazione medica, grazie al mio lavoro al ristorante e, sai, avere l’assicurazione negli Stati Uniti non è facile. C’è molta gente che non ce l’ha e io stesso fino ad allora non l’avevo mai avuta. Stavo per compiere 40 anni e pensavo ‘sei troppo vecchio, ormai’. Perché pensi che la musica è una scommessa che potrebbe fare un giovane, ma non deve essere necessariamente così. Puoi fare quello che vuoi, basta solo che tu lo desideri veramente. I Midlake stavano risultando davvero convincenti nel propormi di andare da loro a registrare un disco, e io pensavo ‘Ma intendono davvero farlo?’ e cose così. Finché mi sono reso conto che davvero non potevo permettermi di rifiutare e che dovevo correre il rischio.
Ok. Parliamo un po’ allora del disco, ‘Queen Of Denmark’. Com’è nato? Ad esempio, i Midlake hanno offerto dei contributi compositivi o agivano solo da backing band?
Beh, fondamentalmente erano la mia backing band. Sono stato io a comporre tutti i brani e gli arrangiamenti; ovviamente, in alcuni momenti loro… ad esempio, Paul, il bassista, se ne usciva sempre con una linea di basso migliore di quella che avevo concepito io. E l’ho sempre lasciato fare in questi casi, perché sapevo che avrebbe sempre tirato fuori qualcosa di meglio. Ma allo stesso tempo avevo bisogno di sentire che fosse tutto molto “mio”, che rispecchiasse la mia visione e che fosse molto personale. Uno degli aspetti più belli di quello che stavano facendo per me è che mi stavano lasciando essere me stesso, mi stavano lasciando fare quello che volevo e loro facevano quello che io volevo, senza mettermi in discussione. Certo, ci sono stati dei momenti in cui eravamo in disaccordo, ma è qualcosa che è difficile da evitare quando fai musica, no? E comunque si trattava sempre di questioni superficiali. Alla fine della giornata, si tornava su quello su cui si era discusso, ma poi pensavo ‘Comunque, si tratta del mio disco’, eheh.
Si tratta di un disco molto sentito e personale. Ma non è composto solo da ballate o canzoni”tristi”, ma anche di pezzi ironici e divertenti, come ‘Chicken Bones’ e ‘Silver Platter Club’ che, sinceramente, mi piacciono molto, tanto la musica quanto i testi. Qual è il tuo approccio alla composizione e alla scrittura dei testi?
Sì, si tratta di una domanda che mi son sentito fare spesso e non sono sicuro di come spiegare quel che faccio, anche perché è un processo diverso per ogni canzone. Ma sicuramente seguo degli schemi e uno di quelli a cui mi appoggio più spesso è concepire per prima cosa il ritornello, magari basandomi su qualcosa che ho detto durante la giornata. La cosa più difficile è mantenere la tua mente aperta durante la giornata, nella vita quotidiana, fare caso a quelle cose che puoi utilizzare in musica o che riescono a esprimere bene la tua persona.
Quindi tendi a trarre ispirazione più da ciò che ti circonda piuttosto che da argomenti specifici…
Sì…sì, oddio, magari in futuro mi concentrerò più sul raccontare storie che magari non sono mai avvenute, ma penso che ci sia un tale bagaglio di cose avvenute nel mondo che ti circonda che a volte non devi fare altro che tenere gli occhi aperti ogni giorno, meglio che puoi, cercare di essere presente, che è una cosa che mi riesce abbastanza difficile. Perché penso sempre al passato e al futuro, e così è difficile essere presenti in quel momento, in quella giornata. Ma cerco di farlo meglio che posso, perché quello che ti può essere utile è proprio lì, davanti a te: non devi fare altro che usarlo.
E, parlando dell’esperienza con gli Czars, ritieni che sia stata utile nel momento in cui sei rientrato in studio per registrare il tuo disco solista?
Sì, credo che sia stata utile, anche se non riesco a spiegare esattamente in che modo. In realtà, la sento come un ostacolo, anche se ovviamente mi ha permesso di entrare nel mondo della musica. Ma, parlando di scrivere canzoni e musica, non penso che mi abbia aiutato molto perché le relazioni tra di noi erano piuttosto strane. Non che fosse colpa di qualcuno in particolare, ma eravamo persone molto diverse: ognuno andava per la sua strada e questa è una condizione molto difficile al momento di comporre. I nostri album erano un po’ frammentari: c’era qualcosa di buono qui, qualcosa di buono là… Penso che sia stata un’esperienza che si è rivelata essere più che altro un ostacolo, in termini di composizione. Ma immagino che in qualche modo sia stata utile: mi ha permesso di entrare in questo mondo, alla fine.
La titletrack, ‘Queen Of Denmark’, ha un testo forse tra i più personali che tu abbia mai scritto. In essa credo che sia possibile sentire un senso di rabbia, impazienza e prigionia. Che cosa ti senti di dire a riguardo?
Sì, si tratta di un brano molto personale e parla esclusivamente di rabbia. Esclusivamente. Non c’è altro che rabbia, in quella canzone. Ma anche ironia. Sai, ho trascorso una lunga parte della mia vita cercando di fare quello che gli altri volessero che io facessi, cercando di compiacere le persone. E penso che quella rabbia sia causata dalla consapevolezza di star sprecando la tua vita per farti piacere agli altri, o preoccupandoti di ciò che gli altri pensano di te, invece di essere semplicemente te stesso o capire esattamente chi sei. E ho provato rabbia nel pensare al tempo che avevo sprecato nella mia vita preoccupandomi di persone che non mi prendevano neanche in considerazione. Ti preoccupi di quello che pensano di te, di fare bella figura, di cercare di essere parte di qualcosa, di appartenere a qualcosa. Mi ci è voluto parecchio tempo per comprendere che non aveva senso preoccuparsi per cose del genere. E questo mi faceva rabbia. Mi faceva rabbia il fatto che mi risultasse così difficile dire apertamente che fossi omosessuale, perché non dovrebbe essere un problema. Ma la gente finisce per farlo diventare un problema per te. E allora dico ‘Qual è il problema? Non è la fine del mondo’. Sembra quasi che si costringa la gente a farci i conti con questa questione, a portarla in superficie, facendo in modo che gli omosessuali appaiano come una minoranza, dei pervertiti, dei malati, gente con problemi di mente e roba del genere. Così facendo lo rendi un problema enorme, mentre non dovrebbe esserlo affatto.
Dovrebbe trattarsi semplicemente di una normale e libera “scelta”, per così dire…
Beh, è proprio qui che sta il nocciolo della discussione: se si tratti di una scelta o meno. Se si trattasse di una scelta, avrei probabilmente scelto di essere etero perché è molto più facile. Le relazioni sono difficili, a prescindere da chi sei, punto. Ma essere eterosessuale è una condizione molto più compresa nella società: fondamentalmente, è ciò che ci si aspetta da te. Ti sposi, hai dei figli, ecc. ecc… Lentamente, le cose stanno cambiando nel mondo, ma a me basta solo avere la possibilità di esprimere la mia opinione sul tema, la mia esperienza su questo aspetto.
Hai visto che ultimamente a New York è stata approvata la legge che consente il matrimonio tra omosessuali…
Sì, penso sia una gran cosa, ma sono stanco di sentirne parlare perché si tratta di un tema delicato negli Stati Uniti, sai. Ci sono ancora molte persone che non vorrebbero che ciò accadesse, per quanto non abbia niente a che vedere con la loro vita.
E quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?
Spero di poter continuare a fare musica e… sai, mi piacerebbe collaborare con alcune persone e mi piacerebbe conoscerle.
Potresti citarne alcune?
Ehm… a breve inizierò a collaborare con Rumer. Non so se hai mai sentito parlare di lei: è inglese, il suo ultimo disco è uscito l’anno scorso ed è un po’ simile a Karen Carpenter. Ha uno stile affascinante. Mi piacerebbe lavorare con Sinead O’ Connor: ci siamo incontrati di recente e abbiamo passato parecchio tempo insieme. Farà una cover di una delle mie canzoni nel suo nuovo album e mi piacerebbe lavorare con lei. Mi piacerebbe lavorare con… – è sempre difficile pensare a queste cose nel momento in cui te le chiedono – la cosa più emozionante per me sarebbe lavorare con Kate Bush… ma non starò a trattenere il fiato! Eheh. È una cosa che non succederà.
Lo consideri un po’ come un sogno…
Già. Non so neanche se tutto accadrebbe così come l’ho immaginato io. Non sai mai bene se una cosa del genere potrebbe finire per danneggiare la sua e la tua musica, magari potrebbero non avere niente da spartire. Si tratta semplicemente di un sogno, in fondo. Comunque, ce ne sono tanti… mi piacerebbe cantare con Bernard Fevre dei Black Devil Disco Club, fare qualche cosa di elettronico… Non so, ci sono tante cose che mi piacerebbe fare.
Ti ho sentito dire in un’intervista che conosci anche i Brad di Shawn Smith…
Ah sì, faccio spesso riferimento a loro ma solo perché la loro musica è stata una fonte di ispirazione per me. Ma non ho mai pensato di… sai, non sono neanche sicuro che facciano ancora musica, eheheh (assolutamente si, è uscito il nuovo album ‘Best Friends?’ proprio nel 2010, ndr). È una bella domanda: ci sono un sacco di persone con le quali mi piacerebbe collaborare. Ma principalmente desidero continuare a fare la mia musica, tornarci spesso… non so, visitare nuovi posti e smetterla di parlare delle cose brutte che mi sono successe, passare a nuovi argomenti, ehehehe.
Andrai a Mosca alla fine?
Spero proprio di sì. Voglio proprio andare in Russia, a San Pietroburgo, a Mosca, e cantare… sarebbe magnifico. Non è ancora successo e non è nei programmi, per il momento, ma spero di averne la possibilità. Sono sicuro che accadrà, anche se non so ancora bene quando.
Ok. Grazie mille per il tuo tempo. È stato un piacere conoscerti.
Il piacere è mio!

Intervista raccolta da Eugenio Zazzara

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