Interpol @ Rock in Roma [Roma, 2/Settembre/2015]

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Le associazioni di idee dei fissati musicali sono spesso imbarazzanti e per questo conviene tenerle per sé. Non mi metto a parlare dei Low, quando gli amici menzionano il tecnico della nazionale tedesca di calcio. A chi mi fa notare che quest’estate mangio più gelato del solito non oso dire che con ogni probabilità sono stato influenzato dalla copertina del disco più bello del 2015. Quelli che sperimentano di più mi parlano di scimmie e io penso agli Arctic Monkeys e al look di Alex Turner, sempre più simile a quello di un malavitoso. Ogni volta che mi si parla di gioia divento triste, perché penso ai Joy Division e ai dieci album in più che avrebbero potuto fare, se Ian non l’avesse fatta finita. Quando una nuova ragazza mi stringe la mano dicendo di chiamarsi Maria, aspetto sempre che aggiunga Antonietta. Quando allaccio le mie scarpe dal tessuto vellutato penso che sono belle, ma anche agli Suede, così come quando qualcuno mi parla della sua casa al mare io mi dico “Dai che il prossimo anno i Beach House vengono a suonare in Italia”. Se sento parlare di polizia internazionale, su giornali, film o serie tv, le mie sinapsi vengono rivolte inevitabilmente alla band di Paul Banks, e non potete immaginare quanto sia stata dura restare concentrati su “True Detective 2” sapendo che a Settembre, il 2, ci sarebbe stato il live di una formazione che si chiama proprio come quell’organizzazione, plurimenzionata nella serie. Le associazioni di idee dei fissati musicali sono spesso imbarazzanti e per questo conviene tenerle per sé, ma voi, che siete come me, custodirete il mio segreto prima che io riveli il vostro.

Per i concerti della rassegna Rock in Roma abbiamo trovato la quadratura perfetta: partenza non troppo tardi, ma neanche troppo presto, in modo da arrivare quando gli altri hanno già preso posto ed evitarsi il traffico. La macchina lasciata a poca distanza dall’ingresso, in un luogo ancora ignoto a parcheggiatori e vigili urbani. Unico inconveniente è l’obbligo di sottoporsi ai latrati dei cani che arrivano da dietro un cancello a protezione di qualcuno o qualcosa, ogni volta che si spegne la vettura. Niente di grave, qualche metro e siamo dentro, senza qualcuno che ci chieda il pizzo. Arriviamo dinanzi al palco appena la band di supporto, gli About Wayne, l’ha lasciato, e la nostra attenzione viene catturata da un solitario poliziotto in divisa, con tanto di manganello sfollagente, nella classica posa insofferente di chi sta aspettando l’inizio del live, o è impegnato in un lavoro che non ama. Che il nome Interpol lo abbia tratto in inganno? Magari ha scambiato il concerto per un corso di aggiornamento, supponiamo con flebile ironia, prima di dimenticarci della sua esistenza, quando le luci si spengono e il grido sale tra il pubblico, intorno alle quattromila unità, mentre tutti coloro che stavano bivaccando nella zona del bar prendono posto vicino al palco, in fretta e furia. Eccoli, i newyorkesi, attivi dal 1997 e fenomeno indie per eccellenza dei primi anni 2000, prima di passare, dopo un paio di dischi – e che dischi – ad una major, la Capitol Records. Dietro di loro, sullo sfondo, ci sono due mani che si sfiorano, grigie su un telo nero, così come rappresentate nella copertina del loro disco più recente, ‘El Pintor’, datato 2014 e primo dopo l’uscita dalla band dello storico bassista Carlos Dengler, allontanatosi per dedicarsi alla famiglia. La scaletta viene aperta da ’Say Hello To The Angels’, con un arrangiamento che nei primi trenta secondi ci fa pensare sempre più convinti a una cover della Smithsiana ‘This Charming Man’. I rumours secondo i quali la voce di Paul Banks avesse avuto un crollo, ma del settimo grado della Scala Mercalli, come direbbe il compianto Bernabucci, sembrano essere confermate. Musicalmente ci siamo, sembra tutto funzionare alla perfezione con il nuovo bassista, Brad Truax, ex degli Animal Collective, che sembra padrone della situazione, anche se un po’ meno del proprio stile, vista la sproporzionata pancia che spunta dalla sua camicia, troppo stretta per essere indossata da una godereccia rockstar. Le tonalità degli abiti dei membri, così come quelle delle luci sul palco, sono scure. In molti hanno accostato gli Interpol ai Joy Division, anche a ragione, viste le chiare influenze new wave e post punk, ma ci sembrano più simili, anche come atteggiamento sul palco, a quello che il mito ha voluto raccontare della band di Manchester, più che a quello che in realtà è stata, come svelato dalle biografie di chi quegli anni li ha vissuti e dai filmati giunti ai giorni nostri. Ad ogni modo, le magliette di ‘Unknown Pleasures’ si sprecano, tra gli astanti, ma dopo la h&mizzazione della copertina di quel disco, probabilmente potranno notarsi numerose anche al prossimo Campovolo di Ligabue. I membri della band sono statici e distaccati, rispetto a tutto quel che avviene intorno a loro, nonostante un pubblico in buona parte molto coinvolto. Paul Banks tenta di fare l’imbonitore tra un pezzo e l’altro, ottenendo buoni risultati in termini di applausi, sebbene le sue frasi siano così melense da essere facilmente assimilabili ad una presa in giro. Con ‘Evil’, quinto pezzo in scaletta, notiamo che la voce del frontman, probabilmente scaldata a sufficienza, sta tornando quella che eravamo abituati a conoscere. Riuscirà così a integrarsi meglio con il lavoro del resto della band ed a seguire con i suoi vocalizzi le linee di basso. Il miglioramento durerà fino al termine dello show, scongiurando i primi, pessimi, presagi. Il batterista Sam Fogarino nel frattempo continuerà a fare il suo lavoro con ottimo profitto, nascosto com’è dietro la fumosa nube che avvolge la parte posteriore del palco, così come il tastierista, del quale non siamo nemmeno riusciti a vedere il volto. Il chitarrista, Daniel Kessler, è l’unico a muoversi sul palco, come un ossesso e sembra fuoriluogo, visto che il resto della band segue la linea di non fare mai più di mezzo passo, prima di tornare sulla propria mattonella. La parte del leone nella scaletta la fa, curiosamente, un album di ben undici anni fa, l’ultimo per un’etichetta indipendente, dettaglio di cui forse bisogna tenere conto. Si tratta di ’Antics’, dal quale vengono estratti ben cinque pezzi, scavalcando persino i quattro del più recente ‘El Pintor’, finito nelle top 50 dello scorso anno di quasi tutte le più influenti riviste musicali, ma sempre nelle ultime posizioni. Il live è godibile e decolla nel finale, con ‘Slow Hands’ e ‘PDA’, dopo i quali, senza fronzoli, i membri usciranno dal palco, non prima che Banks annunci che avrebbero voluto suonare di più, ma purtroppo il batterista ha problemi ad una mano e non potrà eseguire molti altri pezzi. Torneranno comunque per l’encore, ma giusto il tempo di eseguire una versione stringata di ‘Leif Erikson’. Poi di nuovo via, dopo soli quindici pezzi e uno spettacolo che come stava iniziando ad essere veramente intenso, è stato interrotto bruscamente. Le luci si accendono, gli addetti smontano il palco, e noi restiamo lì, a chiederci cosa poteva essere e soprattutto quali altri pezzi avrebbero potuto suonare. Con le luci, ci si accende una lampadina: ecco cosa provano le donne dinanzi a un’eiaculazione precoce.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

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