Inspiral Carpets @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Settembre/2014]

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Estate 2009, Mallorca, Magaluf. Camminando verso la spiaggia, veniamo improvvisamente richiamati da un frastuono infernale, quello che di primo acchito sembra l’eco di una rissa tra almeno cento uomini. Incuriositi seguiamo il suono che ci porta fino al bar di proprietà dell’ex calciatore della nazionale inglese Gary Lineker, dove però troviamo soltanto nove persone, ubriache di gioia e non solo, nel primo pomeriggio, ed esultanti per la vittoria della loro squadra, un club con un gufo sullo stemma. Cerchiamo di aguzzare al massimo la vista per leggere, dalle loro magliette, il nome del team, incastonato tra il gufo ed un cerchio, quando notiamo che uno degli energumeni, il più grosso (e come ti sbagli), ha smesso di cantare e versare alcool, dentro di sé e addosso agli altri, per fissarci con un’espressione che non promette nulla di buono. Sperando che non sia troppo tardi, cerchiamo di spiegargli che volevamo soltanto scoprire quale fosse la loro squadra del cuore, perchè il logo non ci era familiare. L’hooligan in vacanza risponde con aria provocatoria ‘Oldham Athletic’ e continua a scrutarci in attesa di un nostro passo falso. “Ah, Oldham, Inspiral Carpets”, rispondiamo. E lui, gridando, “Cool as fuck!” (titolo di un EP della stessa band). Apriti cielo, giro di bevute gentilmente offerto da loro e ringraziamenti di rito a Tom Hingley e compagnia suonante per averci salvato da una situazione poco promettente.

Gli Inspiral Carpets hanno scelto il nome di battaglia traendo ispirazione, è proprio il caso di dirlo, da un negozio di abbigliamento della loro città. Fanno parte a pieno diritto dell’ondata Madchester (Oldham dista soltanto pochi chilometri dalla città fulcro del movimento) e come tutte le band di quel periodo, la loro discografia è breve quanto memorabile: quattro album in quattro anni, tutti arrivati nella top 20 britannica, seguiti da un lungo stop per quel che riguarda il nuovo materiale, nonostante qualche esibizione live ed i Greatest Hits si siano susseguiti nel tempo. Dopo vent’anni, numerosi cambiamenti nella line up della band e vari rinvii, finalmente verso la fine di ottobre uscirà un nuovo album studio, dal titolo omonimo. Proprio per questa ragione il quintetto ha deciso di presentare il nuovo disco, cosa rara, ancor prima della sua uscita, con una serie di tappe che oltre a toccare il suolo natio (e la data estiva alla Fiera della Musica di Azzano Decimo), li porterà al Circolo degli Artisti, in occasione del venticinquennale dell’imprescindibile locale romano. Gli Inspiral Carpets al Circolo non sono stati presentati soltanto come un concerto, ma alla stregua di un vero e proprio evento volto a glorificare la musica del Regno Unito, con dj set, prima e dopo i live, curati dallo staff che organizza annualmente la miglior serata romana di stampo brit: Cool Britannia. Quando si parla dei Tappeti c’è sempre l’oasisiano di ferro che dice di averli conosciuti perchè Noel Gallagher, quando ancora era il chitarrista squattrinato che viveva al 47 di India House, una serie di pessimi appartamenti all’interno di palazzi cadenti, gli faceva da roadie. Nell’enorme successo del britpop ci sono dentro molti ingredienti e nelle composizioni di Noel non si può fare a meno di notare l’influenza della band che ha seguito sui palchi di tutta Europa. Arriviamo al Circolo in buon orario, ma a farne le spese è la cena, rimandata ad orario da definire in favore di un rigenerante sonnellino post lavoro che ci permetterà di arrivare in buone condizioni fisiche ad un appuntamento a lungo atteso. Ad aprire la serata ci sono i Venkmans, quartetto toscano attivo dal 2010 e chiaramente influenzato dal movimento musicale più famoso della storia del Nord Inghilterra. Non ci annoiamo, né ci esaltiamo, ed approfittiamo del finale del live per andare a chiedere al ristorante del Circolo “la cosa più veloce che puoi cucinare”, ottenendo in cambio dei fritti, peraltro ottimi. Facciamo persino in tempo ad innaffiare il tutto con una doppio malto, visto che gli headliner si fanno un po’ desiderare. Poi la musica si spegne e dal giardino del locale parte il fuggi fuggi. Tutti lasciano cadere conversazioni e sigarette per entrare di gran carriera nella sala concerti. Ci addentriamo anche noi e bastano pochi secondi prima di veder apparire le cinque sagome che tutti noi aspettavamo. C’è Stephen Holt a fare da frontman, uno dei fondatori della band e non il più noto Tom Hingley, uscito dalla band nel 2011. Contestualmente affermò che i Tappeti si erano sciolti, ma gli altri membri si affrettarono a precisare che non era così, ma sarebbe soltanto stato sostituito uno dei componenti. Tutti importanti, nessuno insostituibile: questa massima è stata il collante che ha tenuto insieme la band nel corso degli anni e confrontando i nomi dei fondatori con quelli dei membri che hanno ottenuto il successo se ne ha la prova più nitida. Si rompe il ghiaccio con ‘Joe’, brano tratto dalla demo dell’89 ‘Dung 4’, cassetta recentemente rieditata in vinile per l’ultimo Record Store Day. Il brano è bello e la scelta di inserirlo ad inizio scaletta sembra azzeccata, ma la resa live risulta pessima. Poca armonia tra i musicisti, un cantato quasi fastidioso e le orecchie che quasi ci fischiano, non per le parti più psichedeliche del pezzo, ma perchè le stesse sono mal interpretate e l’acustica risulta tremenda. Non era così che ci aspettavamo l’inizio di un live a lungo atteso. Si va avanti con due brani del nuovo album e le contromisure acustiche sembrano prese, anche se ciò che ascoltiamo ci lascia piuttosto imperturbabili. Ci sciogliamo finalmente con il quinto pezzo, ’She Comes In The Fall’, il nostro preferito. Sembra davvero di essere all’inizio dei Novanta, mentre dietro alle spalle dei musicisti prosegue imperterrito uno slideshow che ci mostra una serie di foto della band, nella maggior parte dei casi risalenti al loro brillante passato. Gli anni, almeno nelle sembianze, li hanno fatti diventare più vicini ad impiegati che a rockstar, ma il pubblico si esalta comunque, come ci confermano alcuni “Daje” urlati tra un pezzo e l’altro ed una coppia di signori ad occhio britannici che ballano senza sosta come, probabilmente più spesso, facevano un tempo. Con ‘This Is How It Feels’ e la nuova ‘Spitfire’ si chiude la parte migliore del live che di qui in poi calerà costantemente, insieme ai membri della band, sempre più affaticati e scolastici, sempre meno capaci di trasmettere emozioni e vibrazioni. La lunga assenza dai palchi e la fase di rodaggio dei nuovi pezzi è netta ed evidente e nonostante la chiusura con l’ottima ’Saturn 5’, ultima dei quattro brani dell’encore (annunciato con un banale “This is the encore”), il bilancio di serata resterà comunque negativo. Possiamo dire di aver assistito al live di un’ottima band studio e che comunque ha contribuito alla storia della musica con dei pezzi indimenticabili che continueremo ad ascoltare all’infinito, ma il grazie più grande che ci sentiamo di dirgli resta ancora quello che gli dobbiamo per averci aiutato ad uscire fuori da quel misunderstanding con i tizi di Oldham. E comunque non è poco.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

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