IndieRocket Festival @ Parco Le Naiadi [Pescara, 5/Luglio/2013]

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Il clima decide di essere benevolo e regala una bellissima giornata per l’apertura dell’Indierocket Festival, forse proprio per bilanciare le numerose difficoltà avute dall’organizzazione per far sì che l’edizione numero 10 della manifestazione vedesse la luce. La location, come altre volte in passato, è l’impianto de Le Naiadi, che perfettamente si presta ad una manifestazione del genere.

 E’ proprio Paolo Visci a farsi portavoce dello staff del Festival e a salire sul palco per primo. Oltre ai consueti ringraziamenti, si fa riferimento proprio a quanto sia difficile mettere su un Festival con nomi che non necessariamente richiamano un grandissimo pubblico, facendo intendere che questa potrebbe essere, a malincuore, l’ultima edizione.
 Proprio in virtù di questo, per la serata si è deciso di richiamare alle origini del Festival, molto più incentrate sul punk rock, rispetto agli anni successivi. Basti pensare alla nona edizione (7-8 dicembre 2012), che regalava tantissimo spazio alla musica elettronica.

Ad aprire la serata sono i Chambers, seguiti subito dai The Death of Anna Karina. Le due band hanno da poco rilasciato uno split composto da sette tracce, eseguito in gran parte durante le due performance. Entrambe le formazioni si muovono su sonorità punk/hardcore piuttosto standard, risultando inoltre parecchio penalizzati sia da una location ancora piuttosto vuota (tra le 19 e le 20), sia dall’impianto audio ancora da ottimizzare, che soffoca pesantemente soprattutto la performance dei Chambers. Un peccato, perché l’energia non è mancata e il loro ‘La Mano Sinistra’ si era dimostrato l’ennesimo colpo azzeccato dell’etichetta To Lose La Track.

 E’ il turno della prima band straniera della manifestazione, ovvero i neozelandesi Die! Die! Die!. I problemi audio sono ormai un ricordo e l’orario molto più “italiano” inizia a regalare una bella cornice di pubblico. La band è una scarica di adrenalina, come è lecito aspettarsi quando nel curriculum c’è una collaborazione con Steve Albini. Il trio conferma quanto il live sia decisamente la loro dimensione ideale, complice un Andrew Wilson assoluto dominatore della scena. Il frontman scende addirittura a suonare e cantare in mezzo al pubblico, regalando forse il punto più alto della serata agli spettatori.
 La band rispetta pienamente lo spirito della serata e dimostra che fare post-hardcore a buon livello negli anni ’10 è ancora possibile. I neozelandesi propongono brani tratti più o meno da tutti i loro lavori, alternando canzoni del loro ultimo album (‘Harmony’) ad altre risalenti addirittura al loro primo EP.

La serata è ormai decollata quando tocca ai Reizeger salire sul palco. Il gruppo belga ha appena rilasciato ‘Kodiac Station’, a 12 anni da ‘My Favourite Everything’, probabilmente il loro lavoro di maggior successo. Il gruppo tiene benissimo il palco e la voce di Geert Plessers a tratti ipnotizza la platea. Va detto che probabilmente i loro vecchi lavori risultano molto più di impatto, sia quando si spazia in pezzi più orecchiabili, quasi pop-rock, che quando si tratta di dar spazio a pezzi più ricchi di riff e distorsioni.

 Terminati gli stranieri, è tempo di far salire sul palco le due band di punta della serata. I primi sono i Gazebo Penguins, freschi del successo di ‘Raudo’. La band ha ormai maturato una certa esperienza, e conferma di saper stare sul palco e di saper coinvolgere a dovere il pubblico, ricordando molto una versione emocore degli Zen Circus come approccio al live. I ragazzi spaziano nel loro repertorio, tirando fuori anche pezzi da ‘Legna’ e altre loro release, anche se i più cantati dal pubblico sono ‘Finito il Caffè’ e ‘Difetto’, segno di quanto il loro ultimo lavoro li abbia definitivamente consacrati, regalando loro una popolarità maggiore rispetto agli ultimi anni. Il numero degli spettatori è ormai prossimo alle mille unità, un bel modo di festeggiare il compleanno per Sollo (il bassista dei Gazebo Penguins).

 E’ passata la mezzanotte quando tocca all’ultimo gruppo della serata: i lanciatissimi Fine Before You Came. Che la svolta nella loro carriera fosse arrivata quando hanno deciso di cantare in italiano non c’erano dubbi già ai tempi di ‘Sfortuna’, ma che la band potesse maturare in così poco tempo probabilmente non era nei pronostici di molti. Tutto questo restando iper-produttivi e rilasciando ‘Ormai’ e ‘Come fare a non tornare’ in poco più di 12 mesi. Definire un genere per la band è sempre difficile, visto che è possibile individuare elementi di punk, di hardcore, di emocore, ma l’approccio è chiaramente quello del post-rock. Le chitarre di Monaci e Marchini quasi emulano i muri di suono di ben più noti colleghi shoegaze, pur venendo penalizzate da una location così dispersiva, mentre Jacopo Lietti tiene benissimo la scena con la sua voce molto caratteristica, che a tratti ricorda quella del primissimo Miro Sassolini.
 La possibilità di alternare pezzi così diversi per atmosfere, come ad esempio ‘Dura’ e ‘Dublino’, consente alla band di mettere su uno show molto particolare, nonostante come già detto quella del festival all’aperto sia tutt’altro che la loro dimensione.

Una degnissima chiusura di una bella serata, diversissima rispetto a quello che propone Pescara (e l’Abruzzo) di solito, ma probabilmente differente proprio da tutto quanto presente in Italia attualmente. Il riscontro di pubblico premia il coraggio dell’organizzazione nell’opener, non resta che guardare come proseguirà il Festival nelle successive due giornate.

Carmine D’Amico

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