Independent Pop Couture @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Marzo/2007]

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[Atmosfera spensierata]
19.45 in punto. Per una domenica diversa. Io e il sempre più inserito Aguirre ci lasciamo trasportare dalla curiosità. Anzi dall’happening. Che si chiama Independent Pop Couture: musica, arte visuale e virtuale indipendenti all’interno della rassegna Arte del Territorio-Territori dell’Arte, il tutto organizzato dalla Lenti Eventi. Serata misto lana pre-primaverile. Il Circolo degli Artisti si presenta già pronto per l’aperitivo del fine settimana. Non riconosciamo, per il momento, nessun volto noto se non la tetra presenza di Carmelo Bene. Due giri circospettivi e la fame si impossessa dei nostri fisici nerboruti e provati da una giornata di assorbimento chilometri. Una cena in piedi. Due ticket rossi. Un bicchiere di vino dello stesso colore, un po’ di pasta fredda, deliziosi mini tramezzini e gustosi spuntini trafitti da utilissimi stecchini. La gente comincia a fluire decisa. Non mancano i soliti ebeti sgomitanti accecati dalla speranza di ricevere gratuitamente quelle prelibatezze. Ci posizioniamo sotto un fungo calorifero iniziando a fare del gossip autarchico. Mentre i quattro gruppi protagonisti terminano il sound check ci rifugiamo nell’adiacente pizzeria che per l’occasione è splendidamente vuota. E’ presto. Per questo incanaliamo nell’esofago cibo che servirà da carburante per l’imminente bailamme. Caffè compreso.

[Tranquillità pop]
La nostra assenza è durata circa un’ora e ritroviamo lo spazio all’aperto del club (dove le proiezioni sono in continuo movimento) sorprendentemente pieno di ragazze. Un rapporto fenomenale: 8 persone su 10 appartengono al gentil sesso. Media inglese da primato. Record difficilmente superabile. Il nostro giro inizia dall’entrata laterale. La seconda sala è arredata da illustrazioni, disegni, che campeggiano sopra comodissimi divani. Un salotto familiare. Più distante lo spazio occupato dagli stand della Loop The Loop Press, della Ugly Dog Syndicate e della Lunatic Sensitive Clothes. Alcune lucine natalizie ricamano le transenne del palco principale. Altri divani. Piccoli spazi di conversazione. E un cestino pieno di attraenti lecca lecca. Ecco i primi volti noti che cercavamo. Le pubbliche relazioni si diramano come per incanto. Cerco i ragazzi dell’organizzazione. Mi ritrovo però a non comprendermi con un francese alticcio, con una ragazza di origini distanti anni luce dalla mia e con un tizio dal naso lunghissimo. Strette di mano. Baci. Mimetizzato tra la Madonna ed un drink c’è anche il nostro Phil Anselmo. Vedo i Masoko, un Poppy’s Portrait (il solito), un Tocqueville (il solito #2), gli En Plein Air… gente che va e gente che arriva. La tranquillità è ormai spezzata.

[La prima camera]
La parte live viene inaugurata dal quartetto trevigiano MR60 di casa alla Ugly Dog Records. Quattro musicisiti intercambiabili come richiede il genere, che si sollveano da terra sospinti dal pop folk delicato e naif germogliato in terra scozzese (come un bacio dei Belle And Sebastian sulle labbra dei Pastels), con riferimenti che conducono anche nel francofono territorio canadese e americano (come una carezza degli Hidden Cameras sulla guancia dei Magnetic Fields). Un set per certi versi elegante ma non così intenso da destare la massima partecipazione/attenzione (sperata) dei presenti.

[La seconda camera]
Sempre Veneto. Sempre Treviso. Sempre Ugly Dog Records. Tiamoabbastanza sul palco a proporre brani dal loro recente EP “Freeboom!”. Formazione triangolare che non riesce però a riprodurre quei suoni ampollosi così ben marcati su disco ottico, rimanendo purtroppo ferma sulle gambe. Una staticità che non lascia fluire le trame del folk – a strisce indie – al quale i nostri sembrano rivolgere le idee migliori.

[E tutt’attorno?]
Ci sono crocchi e fruscii di fondo. Conventicole a passeggio. Fumo. Chiacchiericci sparsi. Gli stand brulicano occhi indiscreti e mani lecca-leccate. Aguirre risponde al telefono. Quello grigio, paffuto, di una volta. Ci sono i fratelli cattivi di Eminem. Flash. Finalmente scorgo Laura e Francesca. Ma i lecca lecca sembrano essere finiti. Il dramma ci assale.

[La terza camera]
Autentici marsigliesi, in apparenza. Due/quarti dei Kid Francescoli hanno infatti origini italiane. Una piccola rivelazione francese. A supporto del debutto omonimo edito dalla Les Chroniques Sonores. Timidi. Giovani. Non parlano italiano e zoppicano in inglese. Ma la musica è gradevole. Malinconica. Autunnale. Sospesa. Un velo di Air sulle cartoline firmate dai Grandaddy. Paesaggi cinematografici e omaggi italiani con i brani “Roma-Hollywood” e “Villa Borghese”. Applausi convinti con foto finale da parte del cantante che impiega una vita per un paio di scatti ricordo.

[Una al limone]
Riusciamo a trovare un succhiottino al limone con zeppo bianco. Arditi. Sfacciati. Lo giro prontamente ad Aguirre intento a rivedere il “rapporto” Pelikan [donne/uomini]. Se su dieci persone otto sono donne. Di quelle otto donne, spiega l’amico ragioniere, sei sono davvero graziose. Di qelle sei, continua il nostro, tre sarebbero da sposare.

[L’ultima camera]
Appartiene ai bresciani Le Man Avec Les Lunettes freschi di debutto omonimo su My Honey Records/Zahr. Sono in due. Chitarra, microKorg, voce (in piedi) si divide con organo, theremin, glockenspiel, voce (seduto). Piccoli ricami pop naive che forse Jason Lytle ricorda di aver fatto durante l’adolescenza californiana in quel di Modesto. Ma c’è anche il solito “tocco francese”, etereo affresco trasognato, zolletta di zucchero in un mare di caffè amaro. C’è la superficie ma forse senza ancora troppa sostanza. Forse.

[Orevoir]
La mezzanotte cala inesorabile. Un’ora avanti non fa differenza. L’ultimo giro in giro è dedicato ai saluti. Come si conviene tra vecchi amici. Promesse. Ringraziamenti. Baci. Sorrisi. Gli ultimi distinti rumori si perdono in lontananza. E per una volta. Una domenica che non è sembrata domenica.

Emanuele Tamagnini

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