In Zaire + The Whirlings @ Parco Del Torrione Prenestino [Roma, 28/Giugno/2013]

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Per quanto mi riguarda, ‘White Sun Black Sun’ degli In Zaire è al momento nella mia personale Top 5 dei dischi italiani usciti nel 2013 (sì, “Alta Fedeltà” di Nick Hornby è uno dei miei libri preferiti e la mia mania delle classifiche a 5 è tutta da addebitare a lui). Un debutto pregevole che dimostra quanto bene stia la scena musicale italiana più underground, quella che meriterebbe molto più blasone di altri gruppi decisamente più seguiti (anche da certi addetti ai lavori) senza che la ragione di ciò sia ancora riuscita a palesarsi. Ovvio quindi partecipare al loro concerto al Pigneto Spazio Aperto, ottima location dell’estate romana in uno dei quartieri più chiacchierati e frequentati d’aa Capitale. Difficile parlare d’estate piena però, viste le temperature che mi costringono a riesumare la giacca di pelle dall’armadio.

Ad aprire la serata, davanti ad un pubblico decisamente esiguo, gli abruzzesi The Whirlings, giovane e promettente band autrice di uno stoner psichedelico strumentale che strizza più volte l’occhio al post-rock e ai Pink Floyd (come lecito). Onestamente la loro proposta mi ha convinto di più in studio. Dal punto di vista live, vuoi per la timidezza, vuoi per la difficoltà di rendere con personalità un certo tipo di musica, il gruppo deve far esperienza e cercare di presentare meglio i propri brani, in sé qualitativamente buoni per quanto ancora un po’ acerbi. Migliorare la forma per arricchire la sostanza e renderla più originale. Continuare a suonare live macinando chilometri non potrà che far loro bene, perché sia l’EP sia il nuovo singolo ‘Bhairab Pond’ hanno in nuce delle buonissime credenziali.

Il pubblico è più nutrito quando giunge il momento degli In Zaire, per quanto sinceramente speravo che la sottoscrizione libera riuscisse ad attirare più gente, ma tant’è. Si nota subito l’assenza del chitarrista Stefano Pilia (anche nei Massimo Volume), pertanto la band si presenta sul palco in una formazione a tre con Alessandro De Zan e Riccardo Biondetti (rispettivamente voce, basso e percussioni, e batteria, entrambi dai G.I. Joe) e il maestro di effetti Claudio Rocchetti. Dire che la band confermi le ottime qualità di ‘White Sun Black Sun’ è riduttivo. Gli In Zaire, per l’intera durata del set, riescono con umiltà, bravura e dedizione a tenere vivissima l’attenzione degli astanti, rapiti dalla loro musica fatta di ritmi tribali, psichedelia, kraut e garage in trance cosmica. Assistendo al loro concerto abbiamo l’opportunità di compiere il giro dei pianeti più terrestre e sanguigno che ci possa essere. Brani dall’incedere deflagrante, con un Biondetti che non si risparmia a pestare sulla batteria. Una proposta ricca e visionaria, che riesce a comprimere in singoli pezzi tutte le visioni più acide che la storia della musica abbia saputo donarci. Senza mai crogiolarsi nella devozione di chissà quale mito artistico, sempre coi piedi ben saldi sulla terra e lo sguardo che divaga verso un inafferrabile maelström lisergico. E poi, vedendo quanto micidiali siano live, si palesa il senso del loro nome: la riscoperta delle radici più profonde di un suono che viene destrutturato e ricostruito a più riprese. L’Africa ne è il mezzo narrativo. Un moto perpetuo tra cielo e terra: questo sono gli In Zaire. Che gli echi e i suoni dilatati siano sempre con voi.

Livio Ghilardi

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