In ricordo di Arthur RUSSELL. Parla in esclusiva l'amico di sempre Steven HALL.

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“If Nick Drake had lived long enough to make records with New Order, they might have sounded something like this”. Così scriveva il Rolling Stone nel 2004 all’epoca della ristampa di ‘World Of Echo’ che veniva pubblicata dopo un’attesa lunga oltre 15 anni. Arthur Russell, il genio di Oskaloosa (un posto nel nulla dell’Iowa), a 18 anni dalla prematura scomparsa per AIDS, rimane più vivo che mai. Influente pioniere di stili e generi, ha modellato la sua personalissima arte attraverso gli occhi della New York degli anni ’70, la grande mela che voleva cambiare il mondo. Arthur Russell straordinario violoncellista, compositore fertilissimo, visionario, anticipatore delle sclerotiche ibridazioni degli anni ’90, gay, ragazzo sensibilissimo, innovatore. Nei primi anni ’70 studia musica indiana alla scuola di Ali Akbar Kaan in una San Francisco in piena lotta di “quartiere”, in piena lotta per la libertà e l’uguaglianza. Qui è frequente la collaborazione con Allen Ginsberg che accompagna durante i suoi reading, quindi l’arrivo a New York direttamente alla Manhattan School Of Music. Dal 1975 al 1979 è membro della sua band The Flying Hearts, alla quale collaborano anche David Byrne, Rhys Chatham, Jon Gibson, Peter Gordon, Jerry Harrison, Garret List, Frank Pagano, Andy Paley, Leni Pickett e Peter Zummo. Nel 1979 scrive e produce ‘Kiss Me Again’, sotto pseudonimo Dinosaur, primo singolo disco della Sire Records. Nel 1982 fonda con William Socolov la Sleeping Bag Records. L’attività diventa frenetica e produttiva spingendosi fino al 1986 anno del già citato – acclamato – ‘World Of Echo’ – sorta di summa artistica di Russell. “During a short, prolific, and oft-misunderstood career, Arthur Russell bridged the boundaries between downtown New York’s vital rock, avant-garde, and post-disco scenes of the ’70s and ’80s”. Una storia affascinante e avventurosa per troppo tempo lasciata stagnare nell’oscurità, per troppo tempo in attesa di un sacrosanto sdoganamento verso la grande massa. Celebrato, ricordato e tributato con una serie costante di ristampe, antologie, compilazioni di rarità, libri, documentari e ovviamente cover (da Jens Lekman ai Nada Surf giusto per citarne due recenti), Russell viene ora definitivamente omaggiato da un gruppo di amici/collaboratori che si propongono come Arthur’s Landing. Della band fanno parte l’amico di lungo corso e qualche volta collaboratore musicale Steven Hall intorno al quale ruotano alcuni musicisti come il bassista dei Modern Lovers Ernie Brooks, che negli anni ‘80 aveva suonato con Russell nei wavers The Necessaries. L’ensemble nasce nel 2006 ma solo ora vede definire i propri intenti. In attesa del debutto alla Music Gallery di Toronto (e di un arrivo europeo/italiano in un prossimo futuro) raggiungiamo a Brooklyn un disponibilissimo Steven Hall, compagno di lungo corso di Arthur Russell, che non fa nulla per trattenere l’emozione di un ricordo ancora vivo, vivissimo.

Sono passati 18 anni dalla morte di Arthur ma il mito continua ad essere perpetrato… quale secondo te la ragione principale?

Arthur era un vero “Flower Child”. Non si limitò però a cantare canzoni sull’amore libero, era scappato da casa per andare a vivere in una comune a San Francisco, e aveva fatto meditazione (vera) isolato su qualche montagna, ecco perchè quando la gente sente la sua voce così lamentosa entrare dentro la propria anima, sa che qualcosa di realmente autentico era accaduto da quelle parti. Arthur era genuino. Prima di tutto. E questo rimarrà sempre.

Quando incontrasti Arthur?

Fu Allen Ginsberg (famous gay poet) a consigliarmi di andare a vedere una performance solista di Arthur in un ristorante nella Bowery all’East Village. Era il 1975 avevo 18 anni. Quella sera avemmo un’intesa immediata, soulmates from the word go!

A parte il suo enorme talento come musicista, ad Arthur Russell viene riconosciuta una indiscutibile importanza storica soprattutto per l’influenza che continua ad avere su schiere di giovani artisti. Era consapevole di quello che stava “costruendo”?

L’ambizione di Arthur fu davvero grande, tanto quanto il suo talento! Voleva diventare una superstar, un autore/produttore alla stregua di Nile Rogers, voleva che la sua musica venisse ballata da tutti i ragazzi e le ragazze nelle discoteche. Sarebbe sicuramente rimasto sorpreso dal successo (postumo) che hanno avuto i suoi dischi solisti, pensava infatti che per avere successo la sua musica sarebbe dovuta passare per altri cantanti!

Una delle sue riconoscibili caratteristiche fu l’incredibile prolificità della sua opera artistica. Dovrà ancora uscire materiale dall’archivio personale?

Dozens of DATS, thousands of handwritten sketches for songs, hundreds of reels of Ampex tape, boxes of Sony cassettes with endless mixes. Davvero The Crazy World Of Arthur Russell (parafrasando il celebre album ‘The Crazy World of Arthur Brown’, ndr) ma furbo come una volpe! He was assembling a mandala, un mosaico sonico.

Tra le tantissime collaborazioni che hanno segnato la vita artistica di Arthur, quale ricordi con maggior piacere e quale si sarebbe dovuta evitare…

Non sono in grado di fare dei nomi. Piuttosto mi piace ricordare la cosa più divertente e quella meno piacevole della nostra di collaborazione. La più divertente – sottolineando come la nostra vita trascorresse praticamente in studio – after we got everything set up and the tape rolling then that feeling of anything can happen in the next five minutes! Mentre la meno divertente… beh la sua gelosia! Arthur mi odiava se facevo musica con altri… era come se avessi firmato un accordo di esclusiva per lavorare solo con lui.

Secondo te quando è stato il momento della sua definitiva riscoperta?

Non è difficile da inquadrare quel momento. Fu quando Tom Lee (il compagno di Arthur e proprietario del catalogo musicale) incontrò Steve Knutson della Audika Records e decisero di lavorare assieme per ristampare la musica di Arthur.

Veniamo al progetto Arthur’s Landing… vuoi introdurlo ai nostri lettori?

Arthur’s Landing nasce da un gruppo di amici, ognuno dei quali si può fregiare di aver lavorato e collaborato con Arthur Russell nei suoi vari progetti e band. Da quel funesto 1992, la sua musica ci è rimasta inevitabilmente dentro il cuore e ogni tanto ci siamo ritrovati a suonare i suoi pezzi. Pian piano la situazione si è evoluta e siamo riusciti ad avere una certa stabilità – anche se la formazione è aperta e pronta alla “rotazione” – programmare un disco e delle date.

Fino alla fine dei suoi giorni Arthur è rimasto fedele al suo lavoro. Hai dei ricordi particolari di quei giorni?

Arthur si preparava alla fine facendo training grazie alla pratica del buddhismo giapponese e tibetano. Accettò la terribile malattia con un’invidiabile serenità. Questa dimostrazione di forza fa capire quanto realizzata fosse come persona. Straordinario.

Negli ultimi anni si sono succeduti una serie di tributi in varie forme: documentari, libri, video ecc. Voi che siete stati al suo fianco per anni, come giudicate queste operazioni?

Tutte le operazioni recenti che lo hanno riguardato (recordings, writings and video tributes) sono molto buone ma certo non ci hanno sorpreso! Sono comunque progetti validi perchè focalizzano la gente sulla musica di Arthur, che poi è quello che conta di più.

Cosa ti ha lasciato?

I remember best Arthur’s silliness and goofiness, he never grew up, just a big kid!

Intervista raccolta da: Emanuele Tamagnini

Steven Hall & Arthur Russell (1984)

foto by Jonny Fu courtesy of Steven Hall