Il Teatro degli Orrori @ Classico Village [Roma, 4/Maggio/2007]

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“Dell’Impero Delle Tenebre” è un titolo meraviglioso. E’ il titolo con il quale i musicisti de Il Teatro degli Orrori hanno deciso di chiamare l’affilato debutto. I protagonisti sono tre atomi orbitanti in tempi diversi attorno al nucleo degli One Dimensional Man – Pierpaolo Capovilla, Francesco Valente e Giulio Favero (vedi anche Putiferio) – con l’aggiunta di Gionata Mirai dei mantovani Super Elastic Bubble Plastic. Questa sera una giusta dose di curiosità spinge un’agguerrita rappresentanza nerdica ad assistere alla prima romana del nuovo progetto edito dalla Tempesta Dischi.

La serata condizionata da un forte ritardo sulla tabella di marcia (comprenderete quanto sia dura la vita da superstar) viene aperta dai romani Turnpike Glow che a breve voleranno in terra albionica per una serie di interessanti date. Il loro demo più recente è stato proprio registrato da Giulio “Ragno” Favero. Ma sono dettagli. Penalizzati da un’acustica stordente i quattro musicisti segnano l’esibizione con il loro piacevole pop dagli influssi britannici ad abbracciare almeno un ventennio di illustri influenze. Non riescono però a colpire il bersaglio. Se non negli episodi dove si lasciano strumentalmente andare. Un piccolo omaggio ai Beatles, un altro meno incisivo agli U2 e la conclusione verso la quale va un convinto applauso. Da rivedere in altri contesti. Promesso.

Con una lunga introduzione cupa e per niente rassicurante entrano in scena i protagonisti. Capovilla è in nero (colore dominante) e pesantemente su di giri. Si è calato nella parte. “Vita Mia” apre il sipario del “teatro” e da subito la nostra curiosità si trasforma in conferma. Il Teatro degli Orrori sferza rasoiate taglienti da omicidi a luci rosse. Una macchina sfiancante che ha solo la pecca di rovistare ben presto nel caos meno organizzato. E’ come se Steve Albini avesse chiuso in gabbia i mai troppo considerati Scratch Acid per farli diventare brutti come i Melvins e più incendiari dei Jesus Lizard. L’uomo batteria ha i tratti percussivi del miglior Dave Grohl, il nirvanoide perfetto che stana le paure e schizza adrenalina sui muri. Ma l’attrazione è il nervoso frontman. Che oscilla, sbanda, cade, declama, beve, suda ed è convinto che questo sia una paese di merda. Perfetta a questo punto appare allora l’esecuzione di “Carrarmatorock!”. Travolti e smarriti indietreggiamo di qualche metro. L’onda d’urto è viva. Si parla di fighe e cazzoni. Della “Compagna Teresa”, della possibilità di un bis che dopo qualche timido applauso viene eseguito a capo chino, magari anche a capofitto. La sensazione finale ha il sapore aspro. Come quello del veleno. Un ensemble musicalmente detonante. Atto a far male. Nato per scuotere. Ma anche un ensemble ancora troppo disordinato per essere issato sulla vetta. Questione di centimetri.

Emanuele Tamagnini

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