Il Sorpasso @ Parco Rosati [Roma, 27/Settembre/2008]

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Un’evento riuscito. Le somme tirate dicono questo. Quello che era stato lanciato come il MI AMI romano ottiene i frutti sperati. Due giorni di musica italiana adagiata su due palchi e tanta curiosità. Un improvviso “sgrullone” pomeridiano manda in crisi solo per un attimo i propositi che si riveleranno più o meno azzeccati. Ho ancora il segno del grip sulle mani, ho ancora il sale sulle labbra e gli occhi resi pigri dal sole di mezzogiorno. Le nuvole ben presto vireranno decise verso la città. Il Day 2 del Sorpasso ci attende. Scelta voluta quella di assistere di Sabato. Con una scaletta un tantino meno asfissiante e un tantino più colorata. Non siamo nel ferrarese ma l’umidità è la stessa. Soprattutto dalla parte del secondo palco immerso in un polmone verde. Alle 20 il via vai è ancora tranquillo. Mentre i rodigini Gonzo 48K hanno presso possesso dello stage centrale (Storie Sbagliate). Incontro amici. Sono subito molte le facce note e quelle più propriamente meno note. Ma è un happening come diciamo noi a Roma e va preso per happening. Il primo stand a destare la nostra fanciullesca attenzione è marchiato Nokia.  Ti mettono addosso un telo verde su sfondo verde. Due luci in faccia e ti scattano una foto con un super cellulare. Il tutto per realizzare uno spassoso fotomontaggio su un “modello” precedentemente scelto. Io sono The King. Elvis ovviamente. La posa è la stessa. Ma il risultato finale è un delirante ibrido tra Bobby Solo, Peppino di Capri e Joe Lo Puzzo (nome di fantasia ma utile per rendere l’idea). Sembro un emigrante dei primi del ‘900. Elvis sarà il più gettonato assieme a Madonna e la Uma Thurman in yellow di “Kill Bill”. Ho un debole però per Lucy Liu.

I Gonzo 48K sono deliziosi. L’elettronica pop saturata dal sapor Morr Music anche. Alla lunga sale lieve una leggera uggia. La piazzetta destinata agli stand è bagnata. Interessati crocchi di gente giovine si aggira per i tavoli utilizzati da etichette indipendenti, club, grafici, abbigliamento variopinto e quant’altro. Ma è già tempo di Vite Violente. Già tempo dei Masoko. D’eleganza vestiti. Offrono il solito coinvolgente set di pop stralunato con gli occhi rivolti agli anni ’80. La gente balla nell’umidiccio e nel terriccio. Peccato per il video alle spalle. Il computer si impalla subito così da far sembrare il batterista pieno di icone sulla schiena. Poi arriveranno i “Vitelloni”. Altri saluti. E’ il momento di ritirare le foto e fuggire verso un ristoro caldo. Mentre la voce dei Comaneci (in veste solitaria) è straniante e tediosa. Davvero troppo.

L’EUR sarà sottoposto a qualche rimodernamento. La serata è fresca. Sono le 21 e trenta ma sembrano le due di notte. Poca gente in questo quartiere freddo come il marmo che lo compone per la sua quasi intierezza. Una pizzeria “Joe” nuova nuova. Pizze tonde da asporto fatte in 5 minuti. Il PVC ha un sapore più gustoso. In sottofondo uno stereo portatile irradia il best of di Bon Jovi ma dalla parte delle canzoni d’amore. Torniamo al Parco Rosati quando dalla strada si vedono i Ministri salire sul palco. Ma la loro esibizione non convince. Confusionari. Senza guizzi. Il cambio palco in sincro funziona. Tempi perfetti. La gente è già tutta dall’altra parte per ammirare The Niro. Quanta strada ha fatto il musicista romano è ormai contabilizzata da tutti. Evidente. Accompagnato dalla band che annovera alla chitarra anche Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion). Il Jeff Buckley che è così marcatamente in lui è meno presente di altre volte. Ma il set elettrico e tirato non lascia segni. Mi annoio un pochino. Guardo la gente che si mette in posa. Bevo un gin-tonic tossicologicamente ripieno di gin. Attendo amici. I Settlefish mi piacevano molto agli inizi. Quando le nevrosi apparivano molto più naturali e istintive di oggi. Quelle stesse nevrosi che hanno reso grandi le formazioni post hardcore della seconda metà degli anni ’90 sono ormai sbiadite e sostituite da pose poco credibili. Il suono c’è e forse va bene così. L’headliner sul palco Storie Sbagliate è Federico Fiumani. Sono i Diaframma. E sono solo in tre. Sarà lui il vincitore della giornata. Indiscutibilmente. Per una serie di fattori che si mescolano tra loro producendo: integrità, onestà, sudore, testi della Madonna ed esempio vitale per le flaccide band d’ultimo conio. Così si suona la musica che esce dal cuore. Il resto è solo fuffa. Fiumani non arringa. Non parla se non ringraziando dopo ogni brano. Non servono le parole. Sembra un ragazzo. Grida, si muove, si contorce. Per il pezzo finale chiama sul palco una vecchia gloria. L’inglese di origini egiziane Andy Blade ex voce degli Eater. Una delle punk band della prima ora che divisero il palco con i celebri nomi del periodo ’76/’77 ed autori di un solo disco (‘The Album’ pubblicato agli albori del 1978). Che bello. La genuinità vince sempre. Il caffè Palombini mi ha lasciato una sete tremenda che il gin ad alta gradazione non ha minimamente sopito. Ci avviamo alla fine con l’ultima formazione in programma. I Giardini di Mirò. Ma anche per loro potrebbe valere il discorso fatto in precedenza per i Settlefish. Duole dire che i migliori Giardini di Mirò si perdono ormai nelle pagine della storia della nostra discografia indie. Un temporaneo blackout non inficia la performance che rimane distaccata e poco attraente.

Ora c’è il fiume in piena. La gente è accorsa assai numerosa sintomo chiaro di una voglia spasmodica verso eventi di questo genere. Dove trovarsi, confrontarsi, stringersi con il pretesto della musica. La musica italiana con le sue mille ombre e cento luci. Un applauso a Rockit. Quasi l’una. L’umidità ha raggiunto vette senza percentuale. La macchina è in una mezza curva. La strada buia. Il respiro forte.

Emanuele Tamagnini

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