Il pust-punk parigino che canta con le Dr. Martens ai piedi: vera e propria "Frustration" di nome e di fatto.

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“Un des disques français les plus importants de l’année à venir”, cosi le critiche locali accolgono l’uscita del secondo album dei Frustration, riconosciuto gruppo parigino electro-post punk attivo ormai da più di 10 anni. In formazione 5 baldi giovanotti sulla quarantina che almeno di aspetto (si veda la foto), ricordano un altro grande gruppo della nostra penisola e che personalmente comincia a mancarmi più del buon cibo e del sole: Il Teatro degli Orrori. Così ingannata da una falsa immagine di virilità e violenza sono passata subito all’ascolto del loro ultimo album, dal titolo – anch’esso abbastanza provocatorio e in linea con le aspettative create – di ‘Uncivilized’ (che si può ascoltare per intero qui APRI). A livello stilistico tutto è perfettamente coerente e pertinente con la definizione di post-punk: batteria statica, fissa e pesante, basso grave ed importante, voce cupa e roca colante sapientemente tra una nota e l’altra. Una pertinenza di stile ahimé che per quanto possa essere apprezzata dai nostri cugini d’oltre-alpe cresciuti a suon di baguette e metodo cartesiano, per noi italiani si sà è solo sinonimo di limite e poca originalità. Nulla vieta però che qualche pezzo si presti comunque ad un piacevole ascolto come ad esempio ‘UnciVIlized’ di cui notevole è l’attacco di basso iniziale ad introduzione della massima ‘Life is a non sense’, per seguire poi con ‘One of them’ e ‘Believe me or not’.

Ma se a livello musicale quello che si può provare è dunque una prima e contenuta delusione all’insegna dell’ormai abituale riflessione del “nulla di nuovo”, il peggio o meglio l’autentica frustrazione – giusto per restare in tema – arriva osservando più da vicino lo standing del gruppo. I nostri cinque baldi giovanotti infatti, che solo apparentemente sembrano essere sbarcati più dalla campagna bretone che dalla metropoli parigina, curano e prestano attenzione ad ogni minimo dettaglio del loro stile ed immagine (copertina dell’album inclusa). Ed ecco dunque apparire sotto semplici jeans e maglie a dolcevita nere da padri di famiglia, Dr. Martens stile skinhead, tagli di capelli curati e trendy come solo dei fashion addicted o delle segretarie in gonnella potrebberro apprezzare, fazzoletto da taschino rosso malamente ripiegato su giacca di flanella stile neo-dandy operaio: insomma non importa di quale classe sociale o credo tu sia, guarda l’immagine dei Frustration e anche tu troverai almeno un segno e/o un simbolo d’appartenenza ed identificazione. Dunque i Frustration  dimostrano di aver ben studiato ed appreso le leggi del marketing, applicandone esplicitamente tutti i principi. Solo i francesi, o meglio i parigini, sembrano non accorgesene e in massa lottano per acquistare online i biglietti dei loro prossimi live, dove andranno fieri ed ipnotizzati a ciondolare le loro teste senza neanche accennare ad un minimo tentativo di pogo. In conclusione solo due riflessioni: la superiorità dell’alternative rock italiano ingiustamente sconosciuto ed ignorato (almeno qui), e un nome forse più adeguato per questa simpatica combriccola marketing-oriented:  “sombre deception” ovvero “cupa delusione”, piuttosto che semplice frustrazione.

Daniela Masella

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