Il Grunge non è mai esistito

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L’estate del 1991 alle spalle. I Pearl Jam avevano appena pubblicato ‘Ten’ e Seattle diveniva giorno dopo giorno l’epicentro di un “movimento” dove far convogliare tutta l’attenzione dei media. Un’intervista proprio in un bar della loro città. Come quelli raccontati in “Singles”. Fuori probabilmente la pioggia. Il giornalista ad un certo punto chiede a Eddie Vedder una cosa tipo: “cosa ne pensate della scena grunge della vostra città?”. Vedder diventa serio, guarda i suoi compagni, si gira da una parte e risponde seccato: “non ne sappiamo nulla, non c’è nessuna scena qua a Seattle”. 25 anni dopo nel paese dei balocchi, il nostro, ancora parliamo di “Grunge”, un enorme minestrone frullato dove buttare dentro ricordi sbiaditi di una brufolosa adolescenza, un paio di dischi ascoltati su MTV, luoghi comuni flanellati, Kurt Cobain, i primi video degli Smashing Pumpkins e qualche copia-incolla frettoloso. Non arriveremo mai ai livelli raggiunti dalle brutture sugli EODM ma dopo la tragica scomparsa di Scott Weiland (3 dicembre 2015) e l’ennesima ricorrenza sul leader dei Nirvana, i miei nervi sono stati messi nuovamente a dura prova. Nomi storpiati, datazioni sbagliate, titoli di quotidiani come “l’ultimo martire del grunge”, la corsa sfrenata al ricordo postumo, fino all’inevitabile gazzarra social. Il rispetto che si dovrebbe ad una morte è stato centrifugato e ridotto a grevi commenti personali: “a me il grunge fa schifo”, “i gruppi grunge fanno cacare”... perchè è bene schierarsi sempre, sapere da che parte stare per prendere le distanze, per snobbare e non aver voglia di approfondire.

Il “grunge” invenzione giornalistica. Scorciatoia, via breve, termine da usare per convenzione, per recintare, per etichettare. Non certo una scena. Semmai un aspetto socio-culturale di quegli anni. E pensare che la parola fu usata da Mark Arm quando nel 1981 decise di scrivere una lettera alla leggendaria fanzine Desperate Times (qualche mese fa quella manciata di numeri sono stati raccolti in un prezioso libro) argomentando riguardo la sua band Mr. Epp and the Calculations: “Pure grunge! Pure noise! Pure shit!”. Successivamente fu lesto Bruce Pavitt (Sub Pop) a riprendere e utilizzare quel termine per descrivere i seminali Green River ma lo stesso Arm qualche anno dopo ci tenne a precisare come: “Obviously, I didn’t make grunge up. I got it from someone else. The term was already being thrown around in Australia in the mid-’80s to describe bands like King Snake Roost, The Scientists, Salamander Jim, and Beasts of Bourbon”. Certo la magnifica Australia. Quella dei Cosmic Psychos che fareste meglio ad avvicinare. Certo il grunge.

Un anno prima di quell’intervista ai Pearl Jam me ne stavo beatamente seduto in un bar sfogliando l’ultimo numero di Metal Shock. Un cappuccino e il mio amico milanese come compagnia. L’adolescenza onnivora. Compravo tutto ciò che di nuovo usciva e quando mi rimanevano due soldini o li polverizzavo nel negozio di jeans che avevo proprio sotto casa o li destinavo all’acquisto di un disco “vecchio”, per non dimenticare la storia. Ecco quel giorno c’era il sole, che si infilava caldo tra i palazzi del mio quartiere a Roma Nord, la corsa alla rubrica delle recensioni… che cosa avrà scritto Beppe Riva? Una pagina tira l’altra e poi la brutta sorpresa, un box, un piccolo articolo che riportava mestamente della “prematura morte di Andrew Wood”. Non ricordo bene per quanto ma so con certezza che rimanemmo senza dire una parola per molto tempo. Andy Wood era uno di noi. Lo credi a 19 anni, lo continui a pensare a 30, ti lasci vincere dalla commozione a 45. Avevamo certamente preso nota di cosa c’era stato prima. Gli anni nodali per tutta la decade (84/85) avevano già scritto la parola Green River (dove il fiume in questo caso non c’entra niente) – ed è curioso come nello stesso periodo più giù nel deserto californiano Mario Lalli e gli Across The River (dove il fiume in questo caso c’entra eccome) tracciavano la via per quello che sarebbe stato lo “stoner rock” – avevamo comprato Mudhoney, gli “ultramega” Soundgarden, gli Skin Yard e con una condivisa riluttanza iniziale anche i Tad e gli Screaming Trees (tutto grunge vero?). Di lì a poco sarebbero saltati fuori gli Alice In Chains che dopo aver abbassato i capelli cotonati stile sleazy hollywoodiano avevano trovato una devastante quadratura marchiata ‘Facelift’. Avevamo gioito per i Mono Men (forti di quel retro gusto garage) e ‘Spanking Machine’ delle Babes In Toyland ci sembrava così lascivo e attraente forse solo perchè le “ragazze riottose” ci catapultavano gli ormoni in un enorme flipper schizzato. Non per ultimi i Nirvana. Nudi e crudi in ‘Bleach’. Il nostro caro amato “grunge”.

Dunque per noi che ci sentivamo al passo con i tempi, che seguivamo ogni uscita, che lasciavamo nei negozi di dischi tutti i nostri averi, che compravamo riviste su riviste (soprattutto estere), che facevamo elastico tra Roma e Milano (Mariposa, Transex… Disfunzioni, Revolver… che ricordi!), ecco per noi il 1992 era già tardi. Quando uscì ‘Core’ degli STP ricordo benissimo ci salì il disgusto per quei fottuti cloni, la goffa apetta dei Blind Melon ci stava sobriamente sul cazzo, ai Paw e ai My Sister’s Machine avremmo menato giù duro. Tutto si era già dissolto e concluso con l’esorcismo del dolore racchiuso in ‘Temple Of The Dog‘. Eppure nel paese dei balocchi “grunge” diventavano gli Afghan Whigs, Corgan e compagni, le Hole, i Dinosaur Jr. e i Melvins, che erano nati dieci anni prima (!), qualsiasi cosa fosse lontanamente associabile a Seattle anche se arrivava da Monterotondo Scalo. Fu difficile tirarsi fuori da quello stagno melmoso.

Eppure 25 anni dopo quella parolina non è ancora uscita dallo Zingarelli locale. Allora cosa può portare una persona ad affermare con tanta sicurezza che “il grunge fa schifo”. Cosa c’è di così schifoso se dietro ai Mother Love Bone c’era il glam rock e l’hard rock, se dietro ai Pearl Jam c’era il classic rock (The Who e Neil Young per intenderci), se dietro agli Screaming Trees la psichedelia 60’s, se dietro ai Nirvana tutto il mondo di Cobain, se dietro agli Alice Chains l’heavy metal di Birmingham e che ne so i Blue Oyster Cult, se dietro ai Soundgarden lo stesso più gli Stooges, se dietro ai Mudhoney c’era appunto l’Australia, il punk e il sor J. Mascis, se dietro ai Tad non è un segreto ci fosse l’amore per Captain Beefheart, se dietro agli Skin Yard non è un mistero ci fosse anche l’influenza degli Swans. Il prossimo libro che scriverò lo chiamerò “CIALTRONEIDE”. Sarà una lunga analisi su come gran parte del giornalismo musicale italiano non abbia ancora colmato il gap e su come non abbia saputo (quasi mai) insegnare e consigliare. Rimanendo colpevolmente fermo. Immobile sulle proprie quattro-cinque sicurezze. Senilmente guidato da barbe e paraocchi, gente rimasta ancorata alla “storia del rock”, che non ha mai comprato un paio di mutande nuove, che gira ancora con i calzini bucati e con la maglietta lisa del concerto del ’75. O da quelli che se gli chiedi quale sia il disco della vita sono prontissimi a risponderti “il primo degli Oasis”. Ecco allora che nel 2017, quasi 2018, c’è una popolazione che sente ancora il bisogno di parlare di “grunge” e di “martiri del grunge”, il bisogno di ricordare quanto brutta sia l’ignoranza. Scott Weiland è stato più semplicemente un grandissimo frontman, così come quel ragazzo di nome Kurt. E il grunge, che vi piaccia o no, non è mai esistito.

Emanuele Tamagnini

“I wanna know what the rents like in heaven. I wanna know where the river goes”

 gru1

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