Ignite @ Forte Prenestino [Roma, 30/Aprile/2008]

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L’ultima volta che sono tornato a casa con la polvere del Forte Prenestino sulle scarpe è stato per i Ratos De Porao, quella prima mi sa che era per i Sick Of It All, due concerti che ricorderò forse per sempre. Insomma, il palco all’aperto del Forte è il teatro delle grandi occasioni che oggi vedrà alternarsi i “coattissimi” Death Before Dishonor e, per la seconda volta a Roma, gli “educatissimi” Ignite. Non arrivo in tempo per vedere i Jet Market in compenso riesco a usufruire degli ultimi minuti dei Burn The 8 Track. In realtà catturano la mia attenzione per non più di 30 secondi, poi il bar del centro sociale risulta molto più interessante grazie alle lattine di birra vendute al prezzo popolare di un misero euro. Tra la birra a prezzo di costo e un gruppo punk rock americano mediocre come ne esistono milioni anche in Italia voi cosa avreste scelto? I DBD appartengono a quel filone hardcore influenzato dal metallo del quale fanno parte gruppi come Terror, i recenti Agnostic Front e i Madball. Niente eccessi di doppio pedale o super assoli, solo tanto metallo quanto basta. Sono felice di notare che sotto il palco ci sono molti giovani nero-vestiti che di solito non si vedono ai concerti capitolini, niente frangette o vestiti di colori improbabili. Molti sono venuti anche da fuori per l’evento e non si lasciano pregare quando c’è da girare le braccia o fare circle pit, ma come ho già detto in precedenza, in Italia è praticamnte impossibile fare un circle pit decente, e dopo il secondo giro sono già di nuovo tutti sotto il palco con il dito al cielo. Ballerini a parte, i DBD dal vivo sono potentissimi sia a livello di suono che come presenza scenica anche grazie ai salti a gambe spalancate del bassista. ‘Boston Belongs To Me’, riadattamnto di un pezzo dei Cock Sparrer (‘England Belongs To Me’) come pezzo finale: dita al cielo e singalong totale per la chiusura perfetta.

Gli Ignite nella scena sono un discorso a parte. Pagando tributo all’hardcore più melodico della zona di provenienza (Orange County, California), hanno la loro caratterizzante maggiore nel cantante di origine ungherese Zoli Teglas. Voce melodica e altissima tipo Bruce Dickinson, ma senza tutti quei vibrati e quegli acuti del cazzo che imperano nei dischi degli Iron Maiden, con un’attitudine più pop, nel senso buono del termine. Come il loro concerto scorso (sempre al forte) iniziano con ‘Bleeding’, e di conseguenza, scrivendo solo canzoni cantabili, sotto palco si vedono esclusivamente dita e pugni alzati in cielo. Quasi neanche si forma il pit per la voglia di cantare. Anche perchè gli Ignite, socialmente e politicamente impegnati, scrivono dei testi meravigliosamente critici nei confronti della società, intelligenti e ponderati. Il cantante forse questa volta un po’ sotto tono rispetto all’ultima, prende alcune note più basse rispetto al disco ma la sua presenza statuaria (e palestrata) ci basta. Purtroppo non faceva abbastanza caldo per sfoggiare il suo meraviglioso tatuaggio di Earth First!, organizzazione tendenzialemnte anarco-ecologista sostenuta dalla band anche con concerti benefit. Oltre a qualche sporadico pezzo proveniente dalle più vecchie produzioni, perloppiù proprongono i brani degli ultimi due dischi con la cover di ‘Sunday Bloody Sunday’ e addirittura due brani suonati in acustico che risaltano ancora di più la voce. Tra un pezzo e l’altro Zoli non ha risparmiato critiche alla politica americana e, come la volta precedente, ha spiegato il corretto comportamento nel pit (tipo: non saltate dal palco a piè pari che vi fate male…). Mi ha fatto piacere vedere una così grande partecipzione per un gruppo fondamentalmente per palati fini e che nei testi dice qualcosa di socialmente utile. Speriamo che i kids sotto il palco recepiscano il messaggio e non solo la musica.

Andrea Di Fabio

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