Iggy & The Stooges @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 4/Luglio/2013]

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Per avvicinarmi spiritualmente all’incontro con i 66 anni di James Newell Osterberg, Jr. non ho faticato molto, come avrei invece sperato, per giungere provata e sofferente, per godere ancora di più del fascino emanato dall’artista americano. Ho semplicemente sollecitato alcune mie parti sensibili. Oltre a quelle inguinali, naturali, ho infatti dovuto chiamare a raccolta soprattutto la vista. Leggendo il nuovissimo libro “Detroit Rock City: The Uncensored History of Rock ‘n’ Roll in America’s Loudest City”, scritto da Steve Miller, con in copertina proprio Iggy Pop in una delle sue classiche pose, appena arrivato tra le mura della mia dimora con un prezioso pacchetto mittente Amazon UK; rivedendo il discutibile e discusso film di Oliver Stone “The Doors”, retaggio della mia giovinezza più contraddittoria, perchè da sempre folgorata da una frase cardine di tutta la pellicola, declamata alla fine dello storico servizio fotografico di Gloria Stavers: “Jim Morrison, il Dio del rock e del cazzo”. Anche Iggy Pop è stato un Dio del cazzo. Inteso come Dio del pene, del sesso (spesso esibito e massaggiato in una sorta di rito di iniziazione), dell’attitudine furastica del rock’n’roll. Non è un caso che proprio “l’iguana” era stato scelto e chiamato per sostituire Morrison all’indomani della sua prematura scomparsa. Iggy Pop è uno dei tanti sopravvissuti di un periodo impossibile da dimenticare, impossibile da ricreare. L’artista che questa sera mi trovo davanti è lontano anni luce da quello che le cronache e i filmati d’epoca ci hanno fatto conoscere, ci hanno fatto amare. Ma non perchè, come pensa qualcuno, Iggy è la caricatura più flaccida e dinoccolata di se stesso (o no?), ma solo perchè il rapporto tra lui e il pubblico è radicalmente cambiato.

Iggy il pubblico era solito aggredirlo, provocarlo, creando risse e autentici tumulti, spruzzandolo magari di burro di noccioline, invitandolo a salire sul palco mentre lui si lacerava la pelle con pezzi di vetro acuminati. O come quella volta che arrivò a sollevare una panchina per lanciarla contro le prime file, o ancora quando amplificava il suono provocato dallo scarico dei cessi del locale nel quale si stava esibendo con gli Stooges, quelli veri. Iggy era riuscito a portare se stesso e il proprio pubblico oltre il limite (un limite raggiunto da pochissimi), limite che superò suo malgrado, proprio quando durante uno degli ultimi concerti degli Stooges, venne bersagliato da un fitto lancio di bottiglie. Iggy Pop venne  ricoverato di lì a poco in un ospedale psichiatrico. Il quadro è chiaro. Oggi Iggy gioca, gesticola, si contorce sbilenco, cade, inciampa, si lancia, rimane a prendersi il calore della sua gente, ma è un altro Iggy. Icona assoluta. Testimonial di tutto. Con un cuore tenero quasi insospettabile se è vero che quando gli è morto il suo cagnolino, lo ha annunciato attraverso Twitter postando una foto della bestiolina tra le sue braccia. Anche questo è Iggy. Capace di un bellissimo solo album – ‘‪Après‬’ – e di un inascoltabile recente ritorno insieme a ciò che resta del nome Stooges – ‘Ready To Die’.

Sono sola. Ma il colpo d’occhio dell’area concerti del Rock In Roma non incute timore. Non c’è tutta quella pazza folla che avevo pronosticato alla vigilia. La pioggia avrà forse rinfrescato i bollenti spiriti del nostro immortale uomo del Michigan? No. Alle sue spalle e ai fianchi agiscono i fedelissimi, appesantiti ma vigorosi come pochi: Watt/Asheton/Mackay/Williamson che rimangono dei signori mestieranti, cavalieri di mille battaglie, probabilmente così fedeli ad Iggy che un giorno avranno la forza di accompagnarlo sino all’ultimo scontro con le proprie ombre, con la propria immortalità. Il concerto scorre via nei canoni dell’Iggy style moderno in una sorta di nostalgico “come eravamo”. Apertura tirata e corsa sfrenata col baricentro ormai perdutamente gettato alle ortiche, ammiccamenti, sollecitazioni soventi verso il pubblico, qualche eccesso di troppo, qualche volume distorto, ma fa tutto parte dello spettacolo. Di cui Iggy è l’unico calamitante epicentro. Un esempio di coraggio e professionalità oltre la barriera di un tempo che per lui non è mai contato. Il vessillo del petto nudo “indossato” ovunque e comunque, significa proprio questo. Io sono Iggy. Una maschera a guardarlo bene. La pelle colpita e sopraffatta, sembra, da una lunga terapia a colpi di electroshock. Ma chi potrà permettersi, tra le giovani riciclate generazioni del nuovo millennio, di durare così a lungo, di durare in queste condizioni? Vorrei esserci per assistere alla selezione naturale. Momenti topici senz’altro due: l’invasione contenuta e programmata su ‘Funhouse’ e la totale ‘I Wanna Be Your Dog’, che rimane a distanza di oltre 40 anni, una delle più annichilenti lacerazioni musicali di sempre. Gli unici spruzzi alla fine sono quelli del sudore di quella fronte, di quel viso trasfigurato, sacrasindone di se stesso. Iggy, il Dio del rock e del cazzo.

Silvia Testa

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