IAMX @ Legend Club [Milano, 22/Febbraio/2019]

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Per quel che ricordo, l’ultima volta che sono arrivata in un live club alle 18:00 in punto ero una ragazzina vagamente gotica che stava per assistere al suo secondo concerto dei Cure. Crescendo ho cambiato e di molto il mio rapporto con gli orari, tendo a presentarmi in ritardo persino in Boiler Room, mi piace ripetere alla gente che avrei “tanto voluto assistere a quell’imperdibile live-set al tramonto” e quelli mi rispondono “è un peccato, di sicuro a te sarebbe piaciuto tantissimo”. Quando arrivo al Legend Club, che ancora non conosco, nel punto più distante di Milano dal mio Airbnb, ci sono già una decina di persone in fila per il concerto, alcuni si conoscono già, sui social o in  giro per concerti, sono italiani solo per metà, arrivano da diversi paesi in Europa, una coppia di ragazze del nord è seduta sopra l’erba bassa, si coprono come d’abitudine con una stuoietta dorata ma lo fanno con poca convinzione, la sera è dolcissima e sembra appena iniziata una specie di  primavera. Le ragazze si scoprono, cambiano i biglietti virtuali alla cassa con certi biglietti normali e cominciano a chiacchierare fra loro, sanno già cosa aspettarsi. C’è un motivo se sono qui, questa sera, quella di Chris Corner è una storia talmente interessante da meritare il viaggio e l’anticipo. IAMX è una band solo dal vivo, Corner sarebbe quel tizio che a cavallo fra gli anni ’90 e i primissimi anni zero ha liquidato prima la cantante della sua band, gli Sneaker Pimps, persuaso che i suoi brani sarebbero venuti meglio se fosse stato lui stesso a cantarli, poi sì è messo in proprio, seguendo un percorso ostinato e periferico, di quelli che rimangono nonostante tutto, conquistando la fedeltà del pubblico come un certo livello di libertà artistica, una cosa duratura.

È molto difficile spiegare oggi cosa potesse significare all’alba del nuovo secolo buttare in vacca un percorso di successo, un contratto discografico con una major e tutto il sistema delle reti musicali, la stampa specializzata, le televisioni. I così detti nativi digitali, per loro fortuna, fanno fatica a capire questa cosa, il mercato discografico ha subito una trasformazione integrale che non sarò io ad analizzare, non in questo spazio. Fatto sta che Corner, nei primi anni del nuovo millennio, ha deciso in qualche modo di ricostruirsi una carriera, interrotto ormai da tempo gli studi di astrofisica ha registrato le prime canzoni in cameretta con le trapunte assicurate alle pareti, ha lavorato in oriente come produttore alle dipendenze di Simon Le Bon (sì, quello che andava sposato) e ha scritto musica per film minori, film dei quali la stampa non ha salvato altro che la sua musica, è andato a vivere a Berlino dove in qualche modo si è stabilito nell’archeologia industriale del Turmwerk, lì ha prodotto i suoi dischi, girato i suoi video, creato una piccola mitologia sui social network assieme alla polistrumentista tedesca Janine Gezang, piccola mitologia che lo ha condotto al punto più esaltante di questa storia: 817% di crowd-funding in poche ore nel 2013, una roba esagerata, anche se non sapremo mai qual’era il “goal” stabilito dallo staff su Pledge Music, ma tant’è. Il resto della storia è piuttosto noto, un crollo fisico e psicologico che l’artista ha raccontato in modo puntuale nell’album Metanoia, la guarigione, la rinnovata sensibilità verso il tema della salute mentale (Corner ha iniziato un ciclo di conferenze che precedono alcune date selezionate in Europa e, in futuro, in America) il trasferimento nel deserto californiano prima in roulotte poi in una casa vera, con il supporto di artisti fondamentali della scena dark-wave e industriale come Gary Numan, componenti degli Skinny Puppy e dei NIN: insomma, amichetti suoi.

Potrei dare l’impressione di essermi dilungata e tuttavia questo non è che un vago abbozzo del percorso artistico ed umano di un essere umano incredibilmente letterario. Dicevamo: concerto al Legend Club di Milano venerdì 22 febbraio. La band torna in Italia dopo 3 anni, forse è questo il motivo per cui la data milanese è stata la prima ad essere annunciata nell’ambito della promozione del MDH tour. Fino alle 21:00 il numero degli astanti raddoppia a malapena, c’è tensione in sala, dev’essere così che succede quando arrivi a un concerto alle 18:00 e non ci sono i Cure, né un palazzetto dello sport. Ascoltiamo per quasi 3 volte di seguito un disco di musica elettronica analogica, nell’attesa, l’artista è sempre Chris Corner sotto il nome di Unfall (perché sì, fa anche questo, la musica elettronica analogica) ma non tutti lo sanno, l’atmosfera è allegra. Alle 21:30 il trionfo, il piccolo spazio live del Legend Club esplode di gente, la band non è ancora sul palco ma manca pochissimo, giusto il tempo di ripetere il line-check con la sala gremita. I 4 componenti della band dal vivo arrivano tutti insieme: Chris Corner alla voce con un bellissimo case effetti addobbato di arti di manichini e molto nastro nero, Janine Gezang al basso e alle tastiere, Sammi Doll ai synth e Jon Siren alla batteria, sembrano nomi finti e probabilmente lo sono davvero ma l’impasto sonoro è una gioia di quelle rare, l’acustica del Legend è pressoché perfetta, le proiezioni, i giochi di specchi e tutto quello che vediamo sul palco è curato nel minimo dettaglio.

Oggi, nel 2019, è veramente difficile vedere una (rock? Pop?)  band di questo livello, non c’è traccia di una chitarra ma l’impatto è definitivamente quello di un gruppo, non si tratta di un produttore che canta, insomma. Tornano in mente i Depeche Mode di ‘Songs of Faith and Devotion’, quel tipo mondo. Il live è tutto suonato, nello spazio piccolissimo del palco del Legend i musicisti saltellano, controllano diversi strumenti con maestria, trovano la giusta via fra l’ironia glam e la tecnica, fra i Bauhaus e Arca, fra David Sylvian e un rave party, il concerto a cui assistiamo è allo stesso tempo performance art e simpatico vecchio (vecchissimo!) rock. Nel pubblico chiunque: ragazzi europei, americani, esuli della fashion week, musicisti emergenti e affermati (i Lacuna Coil?). Sul palco chiunque: un cantante selvatico degli anni ’90 con il logo della Nike tatuato sul braccio e una passione per Cioran, Jung, Fellini, una bassista dalla Germania Est in mutande che scrive la performance live come fosse un happening, due turnisti metallari di invidiabile bravura tecnica che si occupano di ogni dettaglio del suono donando una invidiabile potenza al concerto, un videomaker amico loro che sta girando un documentario sul tour e ti intervista a caso alla fine del concerto (e già) che tu sia venuto da San Francisco o da Lecce. Chris Corner è in stato di grazia, con una voce perfetta e strana, come ogni volta, troppo dolce per il genere che ha scelto, niente consueto crooning dark-wave ma uno stile che, probabilmente, appartiene oramai solo a lui, fra ’80 e ’90, con le “g” dolci scandite alla maniera che apprendi al tuo primo corso di teatro. Due bis, il pubblico è felice quanto la band, quelle due piccole ragazze del nord sapevano già tutto. Il Legend Club è la venue ideale per questa band enorme che funziona solo in un ambiente domestico. E le canzoni! Niente canzoni d’amore, o quasi. Qui si parla di cose serie, pesanti, ateismo, droga, disforia di genere, psicologia. Una volta, mi ricordo, Corner ha dichiarati  in una intervista, circa “Mi interessa mettermi in contatto con le persone solo su un certo piano” un piano sensibilmente diverso da quello del pop e del rock al quale siamo abituati. Il piano, in due parole, dell’individualità. Poi va da sé che, mentre prova a fare stage diving (e non ci riesce) se ne hai voglia puoi toccargli le gambe, a lui sembra piacere, fatti suoi. Esiste una sola via, in fin dei conti, alle cose serie, la via è una irresistibile ironia. La sera del 22 febbraio, mezza primavera, al Legend di Milano abbiamo uno sciamano ironico addobbato di piume e di borchie che sa benissimo che cosa sta facendo. Non finirà su Pitchfork, perché ha 45 anni e fa musica di genere (che noia!) non finirà in radio, perché ha 45 anni e fa musica di genere (che coraggio!). Finché farà palchi piccoli e gremiti varrà la pena di raccontare la sua storia. Io credo che valga la pena di continuare a presentarsi alle 18:00 in punto. Con buona pace dei palazzetti dello sport, facciamo un po’ di primavera, come viene.

Giorgia Mastropasqua

Foto Luna Perrone