I Hate My Village + Zu @ Villa Ada [Roma, 2/Luglio/2019]

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Un double bill d’eccezione quello andato in scena ieri sera a Villa Ada e che ha visto protagonisti per un’ora a testa, due tra le migliori band del panorama alternativo italiano. Da una parte abbiamo gli Zu, oltre vent’anni di sperimentazione tra jazz e math-core, diventando nel tempo con merito e fatica un’eccellenza dell’avanguardia a livello mondiale. Dall’altra gli I Hate My Village, progetto di recente costituzione, ma dall’hype consolidato, formato da musicisti che, singolarmente e con le proprie band, hanno conquistato una profonda credibilità nello sfaccettato universo musicale nostrano. Una serata da vivere a pieno, in uno dei migliori contesti estivi cittadini (il migliore?), forte delle caratteristiche classiche della venue e di alcuni recenti aggiustamenti logistici particolarmente funzionali. Ma andiamo con ordine. Alle 21:50 gli Zu salgono sul palco, preceduti da un tappeto introduttivo di oltre cinque minuti composto da drones e glitch. In questo tour sono un quartetto. Oltre ai classici e immarcescibili Massimo Pupillo al basso, Luca Mai al sassofono baritono e Jacopo Battaglia alla batteria, abbiamo il gradito apporto di Stefano Pilia alla chitarra. L’occasione è festeggiare degnamente il decennale della pubblicazione di “Carboniferous”, album uscito per la Ipecac di Mike Patton nel 2009 e che rappresenta forse l’apice artistico della band. Questa sera lo suoneranno per intero anche se non nell’ordine preciso della tracklist del disco. Si parte con “Chthonian” e bastano poche note per calarsi in un denso magma di doom incandescente. “Beata Viscera” è jazz-core d’assalto con incastri, fughe e rimandi da manuale. Mostrano una pulizia del suono e un controllo dei timbri e delle dinamiche impressionante e l’innesto di Pilia è un valore aggiunto importante e discreto. “Carbon” destruttura l’idea del metal evoluto e l’attualizza in un percorso tortuoso e affascinante. Battaglia è tornato in organico in pianta stabile da quasi un anno, dopo il commiato dato proprio all’epoca della fine del lungo tour di presentazione di questo disco. Tocca a lui fare gli onori di casa e presentare la serata, al netto di una visibile emozione. “Soulympics” continua il discorso precedente e se possibile ne allarga le coordinate verso lidi impervi e tumulti psichici. Un’improvvisazione a tre senza batteria introduce l’assalto di “Axion”, marziale e voluttuoso nella propria glacialità. “Erynis” parte da lì, nel punto esatto in cui l’orizzonte si perde e poi si ricompatta nell’urgenza narrativa della band. Battaglia ringrazia tutti e presenta “Ostia”, omaggio al luogo dove la loro storia personale e musicale ha avuto inizio. Il brano in questione è uno dei cardini del disco e forse della loro intera produzione. Uno spaccato techno-core che con ferocia e ironia delinea e demonizza la carogna della suburra. “Orc” è un viaggio ambientale dal tono grave, in bilico tra sperimentazione e oblio, la colonna sonora ideale di un’apocalisse imminente. “Obsidian” ci riconduce nel magma iniziale, ma rendendolo se possibile ancor più paludoso e salmastro. A questo punto salutano, escono e rientrano per chiudere la scaletta con “Mimosa Hostilis” in cui sfoggiano tutta la loro potenza nel solito incedere metallico e dirompente, tra colpi di prestigio, sangue e sudore. Si chiude così, tra gli applausi scroscianti del pubblico e l’outro di musica classica. Immensi.

Il cambio palco è veloce, appena dieci minuti e la loro apertura con il field recording del pollaio, accompagna gli I Hate My Village sul palco. La band è formata da Adriano Viterbini alla chitarra, Fabio Rondanini alla batteria, Marco Fasolo al basso e Alberto Ferrari alla chitarra e alla voce. Un supergruppo a tutti gli effetti con all’attivo un album omonimo pubblicato da La Tempesta International, uscito in vinile a fine gennaio e in CD a maggio con quattro bonus tracks. La loro musica è una suggestione dalle sonorità afro, imbastardita dal noise e dallo psych. Potremmo estremizzarla in un connubio tra i Battles e Fela Kuti, arricchito da fuzz e distorsioni, ma sarebbe limitante, poiché ascoltando il disco lo spettro dei richiami che affiora è in realtà molto più ampio. Il live si apre con “Presentiment” e si evolve con “Tramp”, “Fare Fuoco” e “I Ate My Village”. Sul palco dimostrano una grande presenza scenica e un’indubbia capacità tecnica. Qualcosa però non torna. Il suono è compresso e spesso saturo. Avendoli visti tre volte, so che si tratta di una scelta stilistica ben precisa, estremizzata rispetto alle sonorità in studio e che a volte però, tende a soffocare le dinamiche dei brani, limitandone le potenzialità espressive. La scelta è quella di prediligere l’impatto, che c’è ed è la caratteristica determinante della performance. Una botta secca, quasi fisica che coinvolge e guida il pubblico festante, lo frastorna e lo destabilizza. La sensazione è che le sonorità proposte, possano evolversi e migliorare con un maggiore equilibrio anche dal vivo. All’ascolto infatti risulta un vero peccato, che a volte gli incastri ritmici perdano le sfumature timbriche nell’impeto generale. Si prosegue con “Chennedi” ed “Elvis”, i due inediti delle quattro bonus della versione CD. “Acquaragia” è uno dei brani migliori del lotto. Ferrari incita il pubblico e lo coinvolge, così come Viterbini indossa i panni del perfetto maestro di cerimonia usando le note della sua chitarra. “Fame” e “Bahum” sono momenti più intimi, mentre il finale è magnetico e avvincente. “Tony Hawk Of Ghana” è il singolo dall’appeal indiscusso e durante l’esecuzione, per la gioia mal celata dei buttafuori, vengono fatti salire alcuni avventori a ballare sul palco e l’entertainment è definitivamente servito. La cover in salsa afro di “Don’t Stop Till You Get Enough” di Michael Jackson è la ciliegina sulla torta, mentre la chiusura con “Tubi Innocenti” lascia libero sfogo ai soli dei musicisti e conclude il discorso esattamente da dove era partito qualche anno fa. Finisce così, qualche minuto dopo la mezzanotte, con la voce effettata di Ferrari che ripete i nomi dei musicisti e l’applauso generale del pubblico a sottolinearne la prova. Un pubblico particolarmente nutrito e partecipe, caratteristiche per nulla scontate in questi tempi, soprattutto per proposte così originali e inconsuete. Tutto ciò è davvero molto bello e lascia ben sperare per il futuro.

Cristiano Cervoni

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