I Hate My Village @ Monk [Roma, 2/Febbraio/2019]

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Seicento fortunati. Questa è la prima considerazione lucida, se di lucidità si può parlare dopo un concerto del genere, ma sono abbastanza sicuro che tutti coloro che hanno sfidato il diluvio per affollare il Monk l’altra sera se ne siano andati soddisfatti. Roba del genere del resto non si sente spesso, anzi, non si sente e basta, ora però possiamo fortunatamente dire che non si “sentiva”. Gli I Hate My Village al loro esordio ufficiale vincono e convincono, 2 a 0 secco, sold out più performance massiccia e tutti a casa. Un segnale positivissimo che arriva da entrambi i lati dunque, quello del palco, con una nuova realtà nostrana per la quale poter gonfiare il petto di orgoglio e per una risposta di pubblico degna ed entusiasmante. Questo risultato però non era affatto scontato, in un momento storico musicale in cui guardando le classifiche dei dischi sembra che non esista possibilità di fuggire dalla mestizia e dalla pochezza, una super-band di eroi provenienti dalle migliori realtà alternative degli ultimi 10/15 anni si unisce in un collettivo che porta una nuova luce e ridona speranza per il futuro. Del resto è difficile resistere alla tentazione di un piatto così ricco: Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion (oltre che della band live di Nic Cester) è uno dei migliori chitarristi del circuito indipendente, per non parlare di Fabio Rondanini dei Calibro 35 (oltre che Afterhours) alla batteria, con l’aggiunta di Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, che oltre ad aver curato la produzione in studio del disco sul palco imbraccia il basso, ed infine l’inconfondibile voce di Alberto Ferrari dei Verdena. Il primo disco, uscito un paio di settimane fa, è il frutto di oltre 2 anni di jam session a base di riff ed improvvisazioni ispirate da atmosfere afrobeat, tribali ed etniche, filtrate dallo stile e dai trascorsi dei suoi interpreti, che hanno dato vita ad una proposta non solo interessante, ma finalmente d’avanguardia a livello non solo italiano, bensì con un ampissimo respiro internazionale. Il disco giusto al momento giusto, non solo perché la “afro-wave” sembra essere la tendenza più in auge attualmente (anche se ad onor del vero va detto che questo sound Viterbini e Rondanini lo avevano iniziato a proporre già 2 anni fa con il pezzo ‘Tubi Innocenti’ tratto dal secondo disco solista di Adriano Viterbini), ma anche perché da un punto di vista socio-culturale è importante dare un segnale, per quanto simbolico possa essere, anche in favore dell’incontro e della fusione tra culture, in particolare la nostra con quella africana. La resa live del disco è ottima, dando l’idea che possano addirittura esserci margini di miglioramento, dati da una maggiore chimica che sicuramente crescerà concerto dopo concerto, creando più affiatamento sul palco, anche perché un buon 70% della performance si fonda sullo spirito creativo che nasce sul momento e che prende forma attraverso l’improvvisazione. Il risultato è un flusso di energia magnetica che ipnotizza e spinge a muoversi, che ammalia e affascina, misterioso, asimmetrico, ma allo stesso tempo catchy ed efficace, tanto visionario quanto concreto. La perla definitiva è una cover che impreziosisce non di poco lo spettacolo e che va a pescare da un repertorio che non ti aspetti, quello di Michael Jackson, infatti in chiusura Viterbini e soci regalano un’interessantissima rivisitazione di ‘Don’t Stop ‘Til You Get Enough’ che riescono a portare su sonorità afro, senza però snaturarla o stravolgerla, esperimento riuscito. Detto ciò è abbastanza inutile soffermarsi su un’analisi brano per brano, il consiglio è che chi ha orecchie per intendere non perda l’occasione di assistere a questo concerto perché è un’esperienza che merita di essere vissuta, ma soprattutto che merita di essere sostenuta, una di quelle che ti riconciliano con tutto, specialmente in un posto come l’Italia, in cui c’è tanto bisogno di intravedere una luce, almeno dal punto di vista musicale, alla fine di un tunnel buio come la morte.

Niccolò Matteucci

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