I Cani @ Circolo degli Artisti [Roma, 4/Dicembre/2013]

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I Cani sono stati il caso musicale indie per eccellenza degli ultimi anni in Italia e la cosa è ormai nota anche in ambienti mainstream esterni alla scena (sempre se continuare a parlare di “indie” e “scena” abbia ancora un senso: ne dubito). Un successo travolgente, scatenato dalla anonima pubblicazione online dei brani ‘I Pariolini di 18 anni’ e ‘Wes Anderson’ prima e dall’uscita de ‘Il Sorprendente Album D’Esordio de I Cani’ dopo, a cui da subito è stata dedicata una forte attenzione mediatica, dal web ai quotidiani nazionali. Il tam-tam generale di curiosi e appassionati ha reso quindi il progetto del poi rivelatosi Niccolò Contessa una chiacchieratissima realtà a Roma e di seguito nel resto del Paese. Su I Cani si è detto tutto e il contrario di tutto (all’inizio c’era chi diceva che fossero un esperimento parallelo di Max Gazzè o il progetto a tavolino dello scrittore Francesco Pacifico), sono stati sprecati litri di inchiostro e GB di pagine Word e, dopo l’uscita del debutto, si era giunti al punto in cui bisognava avere necessariamente una opinione in merito. Impossibile l’indifferenza. Bordate di odio, parole d’amore, sentiti apprezzamenti e critiche circostanziate sono state quindi rivolte a Niccolò, il quale pian piano ha cominciato ad esporsi maggiormente nonostante la sua naturale timidezza, anche attraverso le prime date dal vivo in cui per forza di cose ha abbandonato i sacchetti di carta sotto cui si nascondeva precedentemente e mostrato finalmente il suo volto. Al di là dei gusti personali e delle valutazioni critiche, l’esordio de I Cani ha spiazzato e ha fatto parlare giustamente di sé perché, su una base musicale di electro-pop da cameretta estremamente catchy, conteneva testi ottimamente scritti pieni di riferimenti quotidiani e concreti, dagli hipster ai pariolini, dai social network ai film, dalle riviste musicali ai locali e alle marche di tendenza. Uno spaccato sociologico inedito e ben realizzato, raccontato da qualcuno che, nonostante le critiche, il sarcasmo e la disillusione celate nelle parole, in fondo a quel mondo sapeva di appartenere, quantomeno di striscio o in qualità di puro e semplice osservatore. Elenchi infiniti in cui l’immedesimazione è dietro l’angolo: quante coppie hanno avuto lo stesso iter relazionale di quello narrato ne ‘Le Coppie’? Quanti amici e conoscenti potremmo citare come esempi calzanti dei tipi umani di ‘Velleità’? Quanto è veritiero lo snobismo di certa sinistra descritto in ‘Perdona e Dimentica’? Niccolò ha avuto il merito di mettere in musica con enfasi ed efficacia una certa romanità mai narrata prima ed una nuova provincialità italiana che non era ancora stata raccontata a dovere (non a caso ponendosi sulla scia degli 883, la cui ‘Con un deca’ è stata coverizzata da I Cani), sapendolo fare con le parole giuste, i suoni più adatti e un pizzico di ruffiana furbizia che promozionalmente non ha guastato. ‘Glamour’, il secondo album uscito nell’ottobre scorso, rappresenta un approdo ma anche un nuovo punto di partenza. È un disco che abbandona il taglio didascalico dell’esordio e si carica di maggiore personalità: c’è meno “noi”/“voi” e un più forte io narrante, meno descrizione e più introspezione, meno hipsteria e più Contessa, per quanto l’universo di riferimento resti prettamente il medesimo. L’approccio musicale si è rinnovato, a partire dalla produzione curata in studio da Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax, e si è evoluto, attenuando la componente electro-pop lo-fi dell’esordio ormai costretta a far sempre più i conti con l’influenza del (nuovo?!) cantautorato italiano (Baustelle e Gazzè su tutti). Un risultato interessante che ha nuovamente diviso il pubblico. Nonostante le ennesime critiche e grazie all’attenzione che il lavoro ha ricevuto pur essendo stato pubblicato quasi in sordina e senza nemmeno troppi proclami, l’hype infinito, la curiosità e una platea ormai parzialmente consolidata stanno accompagnando la band in un tour di successo, del quale la duplice tappa casalinga al Circolo degli Artisti (al di là della citazione in ‘Velleità’, presumibilmente il contesto più adatto e azzeccato per vederli dal vivo) ha fatto registrare un prevedibile sold-out. Ricordo ancora la prima, estremamente deludente esibizione romana de I Cani (la seconda nella loro carriera) alla Casa del Jazz: sembravano musicisti alle prime armi – cosa peraltro non vera, vista la militanza dei membri della band in altre realtà romane – incapaci di rendere live quanto registrato artigianalmente da Contessa nella sua cameretta. Da allora chi scrive li ha visti altri due volte (al Circolo degli Artisti e al Piper), avendo modo di assistere ad un netto miglioramento qualitativo del concerto ed allo sviluppo di una maggiore confidenza con il palco che ha portato Contessa addirittura a far crowd-surfing. Quasi due anni dopo torniamo quindi a vedere il gruppo, con forte curiosità nei confronti del nuovo repertorio.

Raggiunto il Circolo intorno alle 21.45, troviamo il locale di Via Casilina Vecchia già abbondantemente gremito di un pubblico la cui età media, rispetto alle esibizioni del 2011, ci sembra più bassa. Ci collochiamo alla sinistra del palco con largo anticipo, assistendo così anche all’esibizione dei Testaintasca, altra band romana della scuderia 42 Records. Nella mezz’ora a disposizione, il gruppo presenta in anteprima i pezzi del primo LP ‘Maledizione’ (tra cui l’apprezzatissima ‘Cazzi Tuoi’), alternati a qualche estratto dall’EP di esordio come ‘Blù’ o ‘La Musica (Mi Piace Tanto)’. Nonostante gli sforzi, le buone capacità tecniche, un approccio stilistico scanzonato e alcuni momenti azzeccati, l’impressione è che il gruppo sia ancora molto acerbo e debba affinare la propria scrittura (sia musicale sia testuale) evitando le banalità che affiorano in più punti. Non una stroncatura senza ritorno, ma nemmeno una promozione per una band comunque di giovane formazione. Ci aspettiamo di più, anche in termini di resa live, ma ci auguriamo che il tempo saprà temprarli: le premesse, in fondo, mostrano i margini per un miglioramento.

Alle 23, con la sala ormai stracolma e un’aria sempre più calda, sulle note di ‘Roma Sud’ (la risposta di ‘Glamour’ alla ‘Roma Nord’ dell’esordio) fa il proprio ingresso sul palco Niccolò Contessa, accompagnato dal resto de I Cani. La formazione del nuovo tour è diversa da quella dei precedenti: non ci sono più Gino Maglio e Marco Daretti (i quali sugli ultimi pezzi del concerto saranno vicino al mixer di palco intenti a sostenere gli ex-compagni di band), Valerio Bulla è passato al basso, alla batteria c’è Simone Ciarocchi e ai synths troviamo Andrea Suriani, precedentemente nei My Awesome Mixtape e attualmente collaboratore dei Gazebo Penguins. Sullo sfondo un visual con la scritta “No Signal”, mentre il concerto finalmente ha inizio con ‘Come Vera Nabokov’. Il pubblico in fermento comincia a saltare e qualcuno si lancia in un pogo mediamente sconclusionato, mentre Niccolò cita Whatsapp e la moglie dell’autore di ‘Lolita’. Subito segue “Storia di un impiegato”, con i suoi riferimenti a De Andrè (il titolo) e ai Diaframma (‘Gennaio’) e la sua carica da attacco di panico electro-punk. ‘Hipsteria’ è il primissimo estratto dall’esordio e scatena un’autentica bolgia, a rimarcare l’impatto che ha avuto quell’opera sui presenti. A sorpresa Niccolò annuncia ‘Asperger’, pezzo tratto dallo split con i Gazebo Penguins ‘I Cani non sono i Pinguini non sono i Cani’ e che, col senno di poi, rappresenta la vera via di mezzo tra il debutto e il secondo disco. I giovanissimi si muovono senza sosta nelle prime file e non manca qualche tipo discutibile che non ha una chiarissima idea di cosa sia il pogo (si vede che non sono mai stati a un concerto metal). Tocca quindi a quello che potrebbe essere un potenziale trittico su Roma Nord: la nostalgica ‘Corso Trieste’, le cui chitarre registrate in studio dai Gazebo Penguins qui vengono purtroppo riproposte solo artificialmente, ‘I Pariolini di 18 anni’ da cui tutta l’epopea de I Cani ha avuto inizio e, infine, ‘Non c’è niente di twee’, il primo singolo di ‘Glamour’ e probabilmente il pezzo meno indovinato del lotto. V’è da dire che dal punto di vista tecnico e di resa live di acqua ne è passata sotto i ponti: non saranno delle “spade”, ma la proposta dal vivo della band romana oggi è finalmente credibile. Con una brevissima pausa dovuta a problemi tecnici immediatamente risolti Niccolò provvede ai ringraziamenti, salutando Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax (presente alla serata) e il cantautore/magistrato Lorenzo Delli Priscoli, classico esempio di giurista a cui piace molto fare altro (come il sottoscritto) nonché autore di quella sorta di stravagante inno da Tuscolana che è ‘Direzione Anagnina’. Si riparte con ‘Le Coppie’, altro estratto del debutto e pezzo fin troppo veritiero nel suo testo, visto e considerato che alcuni tra i presenti lo imitano addirittura in ogni suo verso con esiti abbastanza ridicoli. ‘Il Pranzo di Santo Stefano’ rappresenta un momento più pacato su cui rifiatare prima di ‘San Lorenzo’, sulla quale Niccolò non parla dei rimastini dell’omonimo quartiere romano come ci si sarebbe potuto aspettare leggendo il titolo ma dell’arroganza di esprimere desideri a stelle ignare. Tocca quindi a ‘Post-Punk’, per chi scrive il pezzo più bello mai composto da Contessa (continuo ancora a chiedermi quale sia la fermata della Metro A), che vede proiettato un visual ispirato alla copertina di ‘Unknown Pleasures’ dei Joy Division. La coda del brano viene ulteriormente dilatata così da introdurre ‘FBYC (Sfortuna)’, pezzo dedicato all’orgoglio nazionale Fine Before You Came, dei quali viene citato nel testo il frontman Jacopo Lietti e proiettato sullo sfondo l’artwork del loro album ‘Sfortuna’. ‘Storia di un artista’, con i suoi visuals di Jay-Z e Pasolini bendati dalla scritta Glamour, chiude il set della band dopo un’ora di concerto. Pochi minuti e I Cani tornano on stage salutati dal calore di un pubblico che non ha smesso di cantare e muoversi per l’intera durata dell’esibizione. Il primo bis è ‘Introduzione’, sorta di dichiarazione d’intenti del nuovo disco, alla quale segue l’ormai celeberrima ‘Velleità’, sulla quale si scatena il putiferio e la voce di Contessa è più volte sovrastata da quella del pubblico. ‘Lexotan’ fa calare il sipario sul concerto così come chiude ‘Glamour’ e a questo punto Niccolò fa stage-diving. Qualcuno userebbe l’immagine della crisalide che diventa farfalla per paragonare il percorso evolutivo de I Cani, da un progetto elettronico da cameretta a band che riempie i locali e che fa crowd-surfing trionfante. Lo sguardo timido del frontman, però, a tutto fa pensare fuorché ad una rockstar navigata e piena di sé, bensì ad un ragazzo autentico e sincero che sta imparando a gestire il successo in cui si è ritrovato e del quale in fondo è stato causa. Con questa riflessione si chiude un soddisfacente e coinvolgente concerto de I Cani, mentre il banchetto è letteralmente preso d’assalto dai fan. Facendo ritorno alla macchina penso a quante volte ho ascoltato la band in questi anni, quanto volente o nolente li consideri la colonna sonora di una vita romana alla quale “il sorprendente album d’esordio” ha fatto da Cicerone e, soprattutto, a quanti tra i presenti sotto palco conoscano davvero i Joy Division, i Fine Before You Came o Thurston Moore e riconoscano l’accenno di cassa di ‘Blue Monday’ dei New Order su ‘Non c’è niente di Twee’.

Livio Ghilardi

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