I Cani + Calcutta @ Atlantico Live [Roma, 23/Febbraio/2016]

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Ci sono concerti che colpiscono al cuore seduta stante ed altri che invece conquistano a mente fredda, nei giorni successivi. Il sold-out romano della premiata accoppiata I Cani + Calcutta all’Atlantico è riuscito perfettamente nel garantire una suggestione sia immediata sia durevole. Tanto si è scritto dell’“ennesimo gruppo pop romano” dall’uscita del sorprendente album d’esordio a oggi. Altrettanto si è fatto negli ultimi mesi – e forse in modo ancor più inaspettato – con il pontino Calcutta, forte di pezzi pop scritti con maestria in un momento in cui il cantautorato italiano sembra attraversare un periodo di stanca e ha bisogno di nuovi santi a cui votarsi. Da un lato, la band/non-band di Niccolò Contessa, giunta alla prova del fuoco del terzo album: una sfida vinta, con colpi di fioretto inediti e nuove suggestioni. Dall’altro, la svolta mainstream di una voce che per molto tempo era nota solo ai frequentatori dei circoli ARCI del Pigneto e che adesso riceve – finalmente! – il giusto riconoscimento, anche da parte degli ascoltatori più inaspettati. Qual è la forza de I Cani? Quale quella di Calcutta? La risposta a queste due domande emerge inequivocabilmente in un dato: tutto il pubblico presente all’Atlantico lo scorso martedì – dal pischello all’addetto ai lavori, dai candidati sindaci ai colleghi artisti – cantava a memoria i brani. Affiancando le voci di Niccolò e Edoardo. Spesso e volentieri, sovrastandole. Un’unione di intenti rara e bella. Un attestato di condivisione musicale ed emotiva che ha riguardato entrambi i progetti, nelle loro diversità e nei loro tratti comuni (diffidate di chi vuole mettere zizzania, dicendo che Calcutta ha sovrastato I Cani o viceversa). Al di là delle imperfezioni, al di là di qualsiasi imprevisto tecnico –la falsa partenza del concerto dei Cani per problemi ai synth – che non riesce a scalfire la bellezza e l’aria di festa. Una serata che porta a pensare che vivere a Roma, certe volte e in certi momenti, ha un sapore unico. Perché di Roma c’è (stato) tanto nei Cani, e giocoforza vale lo stesso per Calcutta.

Calcutta e la sua band sono ormai in sintonia. Il tempo a disposizione del cantautore pontino – 35 minuti circa – è quello giusto per metterne in mostra le capacità canore e di scrittura, facendo convivere a dovere le tante hit di ‘Mainstream’ (dall’iniziale ‘Frosinone’ a ‘Gaetano’ e ‘Cosa mi manchi a fare’) al semplice chitarra/voce di ‘Cane’, retaggio del suo precedente periodo lo-fi. Lo show de I Cani è autorevole nella riuscita, fantasioso nell’uso discreto ma accattivante dei visual, creativo nella capacità di riarrangiare pezzi più datati (e amati) come ‘Le coppie’ e ‘FBYC (Sfortuna)’ alla luce dei cambi di registro apportati dall’ultimo, splendido album ‘Aurora’. Uno spettacolo che può fregiarsi di varietà, ma al contempo di coerenza. Liquidare la riuscita dei due concerti con la semplice giustificazione dell’hype è ingeneroso e ingiusto verso entrambi gli artisti, a cui va riconosciuta la capacità di essere fedeli a se stessi nel coraggio del cambiamento. Cos’hanno in comune Niccolò e Edoardo? Sicuramente la sfida costante con la loro naturale timidezza, domata per relazionarsi con un pubblico così numeroso e così caldo, tramutata da limite in virtù e in forza. Ancor di più, la capacità di aggregare persone e generazioni diverse grazie alle proprie canzoni, senza per questo essere vaghi nei riferimenti, approssimativi nel racconto o cerchiobottisti nel risultato. Duemila e passa voci che si uniscono con una sola, in una sola. Non è forse questa l’essenza del pop?

Livio Ghilardi

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