I Cani + Calcutta @ Alcatraz [Milano, 21/Febbraio/2016]

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“Svolta simil-cantautorale” e “deriva commerciale” sono le due correnti di pensiero prevalenti fra i frequentatori assidui degli ambienti indie italiani, quando si parla di ‘Aurora’, l’ultimo disco di una delle band più chiacchierate dell’ultimo lustro musicale: I Cani. Perché Contessa è realmente riuscito a imporsi cantando le nevrosi e le debolezze di un’intera generazione, descrivendo luoghi, cose e situazioni col disincanto e la violenza di uno sguardo parecchio vigile e ritornelli semplici e diretti che non fanno fatica a entrare nella pelle di chi ascolta. Per il ritorno nel capoluogo lombardo, l’hype è parecchio alto, accresciuto anche dall’annuncio dell’apertura di Calcutta, autentica rivelazione pop dell’anno passato: un sold out annunciato. Sono da poco passate le 20.00 e, davanti all’Alcatraz, la folla è inverosimile: è quantomeno raro vedere il locale quasi completamente gremito già per l’opening act. Calcutta condensa il meglio di ‘Mainstream’ e anche due parentesi tratte da ‘Forse…’ in una mezz’oretta abbondante, mentre un unico grande coro di quasi tremila voci si leva dall’Alcatraz, specialmente con ‘Frosinone’, ‘Del Verde’ e ‘Cosa Mi Manchi A Fare’, poi si congeda con l’innocente timidezza di un “grazie, ciao”, quasi a far finta che tanta gente non fosse lì anche per lui.

Passa mezz’ora e sul palco arrivano gli ospiti principali: l’Alcatraz s’infiamma già prima che Contessa e compagni inizino a suonare ‘Baby Soldato’, primissimo singolo estratto dall’ultimo lavoro. I primi minuti di live scivolano via così, con un pubblico impegnato nel sing-along e abbagliato dal visual. La sensazione è che l’empatia band-pubblico si crei subito: non c’è bisogno di tempo perché I Cani ingranino, la partenza è quasi in medias res. Applausi convinti dopo il finale leggermente dilatato di ‘Protobodhisattva’, poi la band inizia a saltellare agilmente fra un disco e l’altro.
 L’inedita intro esile e intimista di ‘Le Coppie’ precede uno stop & go che segna l’inizio del pogo sul pavimento dell’Alcatraz e pure ‘Asperger’, ‘Hipsteria’ e ‘FBYC (Sfortuna)’ procedono su questa falsariga, con un sing-along caotico e futili tentativi di crowd surfing. Bastano cinque pezzi per raccontare la maturità di un live sicuro e potente al punto giusto, in cui si passa dai vecchi classici ai pezzi più nuovi con pochi attimi per rifiatare, ma senza che l’attenzione cali un attimo. La titletrack dell’ultima fatica discografica segna l’inizio di una fase più intima, in cui confluiscono quei pezzi intrisi di quella triste riflessività quasi rassegnata che permea parte l’ultimo disco: Contessa suona la tastiera e si prende la scena, confessando le sue elucubrazioni in ‘Una Cosa Stupida’ e ‘Sparire’, sale il livello della sua prestazione, con una voce più limpida, mentre cellulari e accendini si levano al cielo. Un cambio di atmosfera repentino, che permette di vivere, una volta di più, quell’empatia che contraddistinguerà tutto il live: si passa dal pogo disordinato al tentativo di mettere a fuoco e fotografare nitidamente Niccolò e soci, ma, ancora, il pubblico c’è e il legame è solidissimo. ‘Corso Trieste’ esplode sul finale in modo poco difforme rispetto alla versione studio, mentre i ritmi s’impennano nuovamente con un trittico di pezzi attesissimi: prima ‘I Pariolini di Diciott’Anni’, poi ‘Non c’è Niente di Twee’, in chiusura ‘Come Vera Nabokov’, con il suo ritmo battente e ansioso. Prevedibilmente, l’insicuro levare funky di ‘Non Finirà’ suggella la prima parte di un buonissimo live. Acclamati a gran voce dall’intero Alcatraz, I Cani tornano sul palco dopo pochi minuti prima con la romantica profondità de “Il Posto Più Freddo”, poi con “Calabi-Yau”, dopo la quale abbandonano il palco lasciando presagire un secondo bis che, effettivamente, arriva in un amen. Questa volta, sono due fra i pezzi più popolari della band ad alimentare il caos nelle primissime file e non solo: ‘Velleità’ è il penultimo capitolo di un live che arriva ai titoli di coda con ‘Lexotan’, con un Contessa che si scatena e grida sulle ultime strofe e la band che s’impegna a creare la tensione giusta con un climax strumentale prima di salutare definitivamente i tanti accorsi. Finisce così, fra gli applausi sinceri di un pubblico che ha potuto assistere a qualcosa che forse è andato anche oltre le aspettative, anche grazie alla buonissima resa dal vivo di alcuni pezzi non entusiasmanti dell’ultimo lavoro.

Piergiuseppe Lippolis

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