Hugo Race Fatalists @ Init [Roma, 22/Novembre/2012]

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La stima che nutro per Hugo Race prescinde il lato squisitamente musicale: a parte la simpatia per un outsider in giro ormai da 30 che aveva mosso i suoi primi passi al fianco di Nick Cave per poi avventurarsi in una carriera solista in cui probabilmente non la ha raccolto fino in fondo quel che meriterebbe, Hugo Race sembra comunque un sopravvissuto a tanta vita eppure sereno e, in più, anche italianizzato al punto da definirsi “terrone” (vive da tempo in Sicilia). Il suo nuovo lavoro, ‘We Never Had Control’, è il secondo capitolo del progetto Fatalists’, dopo l’esordio di due anni fa (e la data romana, sempre all’Init, recensita sempre su queste pagine), ad accompagnarlo ancora i Sacri Cuori: Antonio Gramentieri, Diego Sapignoli e Francesco Giampaoli. Una band da scoprire  e che ha appena pubblicato il secondo LP, ‘Rosario’. Nonostante l’abbia ascoltato solo un paio di volte finora, trovo il nuovo lavoro dei Fatalists superiore al pur valido esordio e anche l’esperienza live di questa sera migliore del già citato e pur bel concerto di due anni fa. Siamo sempre in bilico tra folk rock e blues dai sapori del deserto e vista l’impossibilità di accogliere sul palco gli altri musicisti sul disco, la formazione così basica e scarna si rivela un ulteriore punto di forza, dando al tutto sonorità ancora più secche e abrasive. Valga per tutti l’iniziale ‘Dopefiends’, brano d’apertura di ‘We Never Had Control’: 7 minuti che probabilmente avrebbero fatto la felicità (…) di un Mark Lanegan, dal vivo ancora più oscuri, con la chitarra di Gramentieri ancora più in evidenza. I due dischi dei Fatalists vengono riproposti per intero e la crescita della chimica musicale e umana tra i quattro musicisti sul palco la percepisci alla prima occhiata, la band sembra una macchina rodatissima, il brano migliore del lotto è stato di certo ‘No Stereotypes’, pieno di groove. Alcuni momenti intimisti (ma non sono mancate le sfuriate di distorsioni) e una prestazione più muscolare, gente che pian piano arriva a ballare e i commenti di Hugo, alcuni in inglese, altri in italiano. Per render una serata come questa l’ennesimo bel ricordo in mezzo ad anni e anni di concerti non serve altro.

Piero Apruzzese