Hugo Race Fatalists @ Magazzino Parallelo [Cesena, 27/Ottobre/2010]

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Il Magazzino Parallelo è un locale nascosto tra i padiglioni dell’ex mercato ortofrutticolo di Cesena che per estetica e atmosfera sembra smontato direttamente dai chioschi del Mauerpark di Berlino e rimontato pari pari in terra di Romagna. Questa sera, per la data zero che accompagna l’uscita del nuovissimo disco intitolato ‘Fatalists’, c’è Hugo Race. La scelta del luogo non pare casuale. L’album è stato registrato in regione al Cosabeat studio dal talentuoso Francobeat Naddei, e metà della band è costituita da altri due indigeni di lusso, Antonio Gramentieri alle chitarre e Diego Sapignoli a percussioni e batteria. Completano il combo il contrabbasso di Erik Van Loo e la violinista Vicky Brown. Al Magazzino siamo in tanti, pochi seduti molti in piedi, e siamo tutti curiosi. L’inizio strumentale del set rivela da subito la spina dorsale della serata: chitarre oniriche e spigolose ma non gelide, basso pulsante e serpentino, violino dolce e melanconico e percussioni ora secche e nervose, ora dilatate e avvolgenti. E tanto, tantissimo deserto. La cosa diventa lampante quando lo stesso Race raggiunge la band, la sua chitarra e la sua voce fanno il loro ingresso e parte la cover di ‘Where Did You Sleep Last Night’, molto vicina per mood e retrogusto alla versione sul primo album di Mark Lanegan. E via, il warm up è partito e a giudicare da come rotola tranquillo e sicuro davvero non si direbbe uno spettacolo non ancora rodato. Contrariamente ad altri concerti di Race visti in passato stavolta non avverto cali di tensione lungo la scaletta e la sua voce, pur sepolcrale e seducente secondo copione, si sposa felicemente con un chitarrismo puntuale e misurato che non risparmia rare ma efficaci, ficcanti impennate adrenaliniche. E la band è davvero in grande spolvero e risonanza. E poi datemi pure del visionario, ma io stasera sul palco non vedo solo mestiere, eleganza tenebrosa e crepuscolare da cantautore agée, maudit e prêt-à-porter. C’è anche energia più militante e primitiva. Tom Verlaine, Patti Smith. Ma è un vigore sempre cerebrale, a volte forse un pochetto chirurgico. A vincere è un’atmosfera di fondo, una sorta di statement, di codice che si impone sulle singole canzoni quando le canzoni, per un’autore, restano un poco l’abc da cui tutto il resto principia e fruttifica. Questo depistare, dilatare, è una caratteristica piuttosto ricorrente nella produzione di Race tanto da far sospettare che ci sia una volontà precisa in questa direzione. E la cosa ci piace, non dico di no. Però che bello quando i pezzi si impongono nella loro essenza e e potenza iconoclasta e nel cuore ci rimane solo la parola! In fondo, gira e rigira, lì davanti c’è ancora uno che se la canta e se la suona armato di quattro accordi. Nasce tutto da lì. E ci piace altrettanto. Quella scintilla ci piace ancora.

Giuseppe Righini

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