Hugo Race Fatalists @ Init [Roma, 3/Novembre/2010]

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Inizio dalla fine: quando mi dirigo al tavolo posto di fianco al bancone dell’Init per comprare il suo nuovo ellepì, rigorosamente in vinile. Hugo Race è lì e sorride, parla già con un paio di ragazzi che pure comprano dischi e vogliono un suo autografo ma non hanno la penna. Avendo ben in mente da anni che una penna o un pennarello a un concerto (meglio: subito dopo un concerto) può sempre servire,  tiro fuori dalla tasca un Fibra Mark nero e lo porgo a quei due. “That’s the right pen!”. Ci tengo a far presente a Hugo Race che era un anno e mezzo che volevo rivederlo dal vivo, da un magico concerto nel bel mezzo del rione Aia Piccola, fra i trulli di Alberobello. E lui sorride e non sa più quali aggettivi usare per descrivere quella che anche per lui deve essere stata una bella serata, nella mia terra di Puglia. E bella lo è anche questa di serata, lo è questo concerto in cui Hugo Race presenta il suo nuovo LP, ‘Fatalist’, pubblicato dalla Interbang, label di Bari (ancora Puglia, guarda un po’) e torna a suonare a Roma pochi giorni dopo il suo show con il collettivo Songs With Other Strangers (assieme a John Parish, Manuel Agnelli, Cesare Basile, Marta Collica, Stef Kamil Carlens di dEUS e Zita Swoon e altri) che, purtroppo, ho perso.

Per l’occasione,  la band si chiama The Fatalists, invece di True Spirit, quello che è il nome solito del gruppo senza membri fissi che lo accompagna. Anche se i musicisti sono praticamente gli stessi di quel concerto di un anno e mezzo fa: Antonio Gramentieri alla chitarra, Diego Sapignoli alla batteria, Vicki Brown al violino, Giovanni Ferrario al basso. Tutti nomi che hanno alle spalle carriere e collaborazioni lusinghiere: Ferrario, già Micevice, fra le altre cose, ha partecipato al recente album di PJ Harvey e John Parish ‘A Woman a Man Walked By’, Vicki Brown ha suonato con i Calexico, Sapignoli l’ho visto all’opera con Damo Suzuki e Uncode Duello, in più lui e Gramentieri hanno diviso il palco Marc Ribot, Howie Gelb, Steve Wynn e sono anche i due terzi dei Sacri Cuori, band che, almeno nella press release della serata, è menzionata come opening act. In realtà, sul palco ci salgono tutti e quattro e suonano una lunga intro strumentale, di fatto un tenue, sperimentale tappeto sonoro che prelude all’entrata in scena di Hugo Race. Che imbraccia la chitarra e attacca con una splendida cover di ‘In The Pine” (o ‘Where Did You Sleep Last Night’), forse anche più grave di quella di un certo Mark Lanegan. L’idea che mi ero fatto della sua musica, dopo quell’esibizione pugliese, era di un cantautore a suo agio perlopiù con blues elettrici ma capace di sconfinare in territori anche in odore di psichedelica, perfino un po’ noise o anche più tenui e vagamente folk. E con l’ultimo disco i brani che emergono sono proprio più tenui, intimisti, dove è la sua voce a spiccare, su ritmiche rilassate, ipnotiche e avvolgenti, poesie scure che avvolgono la cinquantina di convenuti all’Init. ‘Fatalists’ viene suonato praticamente per intero. Per quel che mi riguarda, spicca soprattutto ‘Call Her Name’, quasi un mantra. E poi spazio anche a ripescaggi dal passato di Hugo, che vanta una discografia lunghissima con una ventina di titoli fra ‘Wreckery’ e ‘True Spirit’. Meriterebbe ben altra considerazione questo australiano che iniziò la sua carriera quasi 30 anni fa insieme a un altro ben noto aussie, Nick Cave, prima nell’ultima edizione di Birthday Party e poi nei primi passi dei Bad Seeds. Per quanto può valere, ha ricevuto onesti e meritati applausi da un pubblico sparuto ma riscaldato dal tepore dei suoi brani. E ha il mio rispetto e il mio impegno a scoprire ogni suo singolo lavoro. E, ovviamente, ad applaudirlo ancora sotto a un palco, appena ne avrò l’occasione.

Piero Apruzzese

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