Howe Gelb @ Init [Roma, 27/Marzo/2003]

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C’è un sibilo, un sussulto ad ogni nota che Howe Gelb regala questa sera al pubblico dell’Init. È una strage di sensazioni ed un delirio critico di memorie da vivere. C’è un uomo, un pianoforte (ridotto ai minimi termini dallo stesso artista quasi a voler stabilire un contatto se possibile più fluido col suo pubblico), una chitarra e qualche lettore CD portatile. C’è la percezione di un sincretismo armonico tra l’uomo e lo strumento arduo da vedere altrove. Howe è solo (il pubblico è cornice ed oggetto attivo) e non si trova realmente sul palco: è nelle diecimila pagine d’America che non abbiamo mai letto e che vorremmo leggere esattamente in un periodo come questo. Soffia sul fuoco con gioielli come ‘Glisten’ e ‘Now I Lay Me Down’ e la splendida ‘Blood Orange’ dall’ultimo, imperdibile, ‘The Listener’. Ormai è tardi quando ci si accorge di essere nel mezzo di una trasfusione d’immagini e suoni tra le polveri d’Arizona e l’opera può dirsi completa solo con la splendida ‘Cowboy Boots’. Il resto è puro intrattenimento da cantastorie itinerante e perdente. Perdente perché fatto di mondi che scompaiono e si dissolvono sotto il peso della storia e di un presente caotico e bastardo come la guerra. Se si cerca l’innovazione la si può trovare nelle lucide strutture dei Calexico e The Court And Spark; la vera rivoluzione qui è nel fatto stesso di esserci ancora e nell’oggettivo peso del vissuto che incarna se stesso nella musica. Qualcuno più esperto di chi vi scrive ha detto di aver notato un’aria “scazzata e stanca” ma comunque di “sensualità diffusa e latente” forse facilmente attribuibile a quel viso da Ted Carson contemporaneo e maledetto che marchia il Nostro fino a renderlo inconfondibilmente Howe Gelb.

La fine lo vede seduto sul bordo del palco ad invitare i presenti a porgli domande e a comunicargli le proprie impressioni; noi non ne vogliamo approfittare e svicoliamo nel buio mentre in questa sede non ci resta che ricordare la band che per prima si è esibita questa sera. È vero: suonavano certi Daemien Frost (from Ireland) e mi chiedo perchè. A leggere il loro sito incredibilmente scarno (ma credo sia più che altro un malfunzionamento del server su cui si appoggiano) hanno all’attivo collaborazioni con Melt Banana e Oxes ed allora capisco perché il senso di questo mondo strano mi sfugge. Sono onesti suonatori assimilabili ai primissimi (e più ingenui e rumorosi e ronzanti) Slint quindi è strano che si suoni ancora così nel 2003 ma, come detto, il più è fatto per sfuggirmi e io non ho tanta voglia di correre. Magari avessero suonato di spalla a qualcosa d’altro avrebbero fatto la loro brava impressione ma stretti tra l’attesa e l’artista di cui sopra c’era poco da dire. Chissà nel futuro…

Alex Franquelli

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