Hot Snakes @ Freakout [Bologna, 6/Novembre/2018]

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Miglior live dell’anno. Facile facile, recensione finita. A dire il vero ne ho visti pochi di concerti quest’anno ma difficilmente l’intensità di oggi poteva essere superata. Gli Hot Snakes sono oggettivamente uno dei gruppi più eccitanti in giro e dopo una reunion per una serie di live dopo quasi 15 anni hanno persino pubblicato un nuovo roboante album, “Jericho Sirens” nientemeno che per la Sub Pop. John Reis, leader della band, è l’ex Rocket From The Crypt (che imperversavano senza troppi riconoscimenti negli anni ’90) ma è stato anche fondatore dei Drive Like Jehu e di altre band da un disco e poi fine. Proprietario dell’etichetta Swami Records, conduttore radiofonico a San Diego, il nostro John “Speedo” Reis è uno dei personaggi chiave di tutto un movimento e di gruppi punk che non ce l’hanno fatta perchè troppo fichi per potercela fare in quel periodo, chiusi dai Green Day e dai Rancid. Quelli che… “We Will Never Learn” insomma.

Li avevo visti cinque anni sempre qui al Freakout e temendo il sold out prendo tutti in contropiede e mi presento alle 21.10. Ma complice il fatto che è martedì sera, con in aggiunta la Champions e sta cazzo de pioggia, i convenuti sono sì molti ma non il delirio che temevo. Mi ero immaginato fan respinti sin da Ponte Matteotti e bagarini nei dintorni del locale. Nulla di tutto ciò per fortuna. Quando iniziano i TV DUST non ci sono che 15/20 persone ed è un peccato. Il trio milanese regala 20 minuti secchi di assoluto piacere. Basso-batteria e pianola da scuola media. Eppure sembrano avere 3 chitarre e due batterie che macinano alle spalle. Indiavolati e tarantolati si muovono con grande sicurezza e lasciano l’acquolina in bocca per il troppo poco tempo concesso. Superba la prova dei KINT (ex The Death Of Anna Karina) che con un suono misto tra metal, hardcore, mathrock e il cazzo che vi pare hanno lasciato a bocca aperta me e tutti gli altri. Personalità, precisione di esecuzione e tanta, tanta violenza. Questo riassume il concerto dei KINT. Applausi sinceri. E’ ora il turno degli amatissimi Hot Snakes. In verità ero convinto che toccasse agli Holiday Inn ma si dice che suoneranno per ultimi. Vai a sapere perchè. John si presenta con una camicia hawaiana, il bassista con qualche anno di troppo, Mario Rubalcaba alla batteria ormai si sta tramutando sempre più un irochese mentre Rick Froberg (chitarra e voce) è il più fico di tutti sempre e comunque. Stile senza pari. Bastano due note per far esplodere il muro sonoro della band, che attendeva solo il via da Reis. Il punk degli Hot Snakes è raffinato, intellettuale, serio, violento e concentrato sulla chitarra, strumento principale che raccorda tutti gli altri. Un po’ come se i Built To Spill decidessero di ubriacarsi in sala prove e si mettessero a suonare sguaiatamente punk. La batteria lancia i brani scodellandoli a Reis e Froberg che li riempiono di riff ossessivi e puri. Cavalcate punk con riff a cascata, pubblico in delirio e ogni brano meglio del precedente. Se la ridono sul palco, fieri e saputelli, convinti della purezza del loro suono mentre giocano a fare i rocker; grazie al cielo non si prendono sul serio. Ogni tanto si fermano anche, hanno pur sempre una certa età e fanno due chiacchiere con il pubblico. L’idea che ti viene guardando gli Hot Snakes è “ma perchè tutti i gruppi non suonano come loro??”. La loro è la musica che hai sempre sognato da ragazzo. Dalla scaletta ricordo la nuova splendida “I Need a Doctor” che si accoppia incestuosamente con i vecchi classici (stavo scrivendo “successi” ma è stato un attimo)… brano perfetto nella sua semplicità. Sono però i bis che lasciano senza parole con le memorabilia dal passato: “Plenty For All” farebbe la fortuna di ogni gruppo sulla terra con quella melodia ruffiana mentre la tanto invocata “Hi-Lites” deraglia senza ostacoli verso il pubblico che sembra annegare sommerso dai riff di cui è infarcita. Ringrazia John, ringrazia di cuore, come cinque anni fa quando non smetteva di ringraziare la band di apertura, i nostri Laser Geyser. Stavolta ringrazia chi era presente cinque anni fa e che è tornato. Alzo la mano e punto l’indice verso la mia pelata, a voler dire “io c’ero John e un po’ ti voglio bene”. John mi indica, alza il pollice e poi riparte a pasturare un altro brano. Asciuga la chitarra di continuo perchè sudano entrambi, lui e lei completamente fusi. Froberg alza bandiera bianca dopo l’ultimo brano mentre il Freakout è in delirio e tributa inchini e saluti commossi a uno dei gruppi più sottovalutati della nostra era. Così come negli anni ’90 lo furono i Rocket From The Crypt. Usciamo dal locale, ci mettiamo tutti belli in fila al banchetto come tossici alla distribuzione del metadone, indichiamo frettolosamente l’oggetto del desiderio, c’è chi fa la spesa come all’Esselunga e compra tutto, mentre io che so fiutare l’affare prendo la cosa più bella, ovverosia un 45 giri con due inediti. Colorato. E pure limitato al solo tour. E numerato. Tiè. Anche se ho il giradischi rotto da tre mesi. Magari è la volta buona che lo porto a far vedere a qualcuno.

Dante Natale

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